• Simona Di Francesco

ARTE DEL TESSUTO / L’alta moda alla riconquista del valore di tempo e identità

Per un pubblico inesperto non è sempre facile comprendere le dinamiche dell’alta moda e i suoi significati dietro l’apparenza. E oggi è più importante che mai perché l’haute couture sta cambiando volto, forse per sempre.



La Bellezza è quell’arcano del quale non riusciamo a scoprire il grembo. Il primo seme della Bellezza è sepolto dentro di noi e si vuole mostrare, vuole dire al mondo che è a suo agio nell’essere bello. L’alta moda in questo senso è la bellezza che danza fuori di noi, idea cucita in tessuto per essere ammirata in movimento, la prima esperienza museale in 3D della nostra storia. L’haute couture coniuga tanti diversi aspetti del vivere e questo suo essere cangiante spesso provoca incertezza e diffidenza su cosa essa in realtà rappresenti. Si potrebbe dire un prodotto di lusso per il puro gusto di fare lusso, di sfoggiare una ricchezza non concessa ad altri, non egualitaria, talmente impalpabile da risultare quasi estranea: una ricchezza di milioni di dollari. Tuttavia è il valore dietro questi milioni di dollari a contare davvero e a fare la storia dell’inclusione.


“La missione degli abiti non è soltanto quella di tenerci al caldo. Essi cambiano l'aspetto del mondo ai nostri occhi, e cambiano noi agli occhi del mondo.” (Virginia Woolf, Orlando)


È da qui che possiamo iniziare la nostra “discesa” verso la dimensione sociale e pratica dell’arte-moda. Prima di tutto, nella storia, la moda è stata il maggiore strumento di oppressione e poi di liberazione della donna. Vestirsi vuol dire affrontare il mondo e le donne a un tratto si sono accorte che affrontare il mondo con corpetto e crinolina era decisamente faticoso. Le storie dei grandi marchi e della loro ascesa sono storie di sogni trasformati in vere e proprie invenzioni che hanno cambiato il volto della società, come la moda punk scaturita dal genio di Vivienne Westwood, o ancora prima la minigonna di Mary Quant nella Swinging London e ancora più indietro, gli abiti a vita bassa dei Roaring Twenties. Queste innovazioni appaiono sempre a seguito di forti rotture storiche e sociali, nel passato forse più evidenti che nel presente.


Nel nostro presente i marchi di alta moda si sono dovuti piegare alle logiche del mercato rincorrendo i ritmi di un fast fashion di minore qualità: centinaia di sfilate l’anno, continuo rinnovamento e scarto del vecchio, in un flusso del quale è difficile percepire le dinamiche. Poi l’arresto: tutti i marchi, grandi e piccoli, sono arrivati a un capolinea con l’avvento della pandemia, quasi un’epifania, in cui, come un’onda che si ritira sulla risacca, hanno ripreso la forza di creare un’onda più potente. Questa è la forza d’urto dell’innovazione dell’haute couture a cui stiamo assistendo: un’alta moda che non vuole più piegarsi alle logiche di marketing del fast-fashion, ma riprendersi il proprio tempo di respirare arte. La rottura è segnata dagli Appunti sul silenzio, pubblicati su Instagram lo scorso maggio da Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci: «ho deciso di costruire un percorso inedito, lontano dalle scadenze che si sono consolidate all'interno del mondo della moda e, soprattutto, lontano da una performatività ipertrofica che oggi non trova più una sua ragion d'essere. Nel mio domani, abbandonerò quindi il rito stanco delle stagionalità e degli show per riappropriarmi di una nuova scansione del tempo, più aderente al mio bisogno espressivo. Mi piacerebbe abbandonare l'armamentario di sigle che hanno colonizzato il nostro mondo: cruise, pre-fall, spring-summer, fall-winter. Mi sembrano parole stantie e denutrite. Al loro posto, spazio a nomi presi dalla musica classica: «sinfonie, rapsodie, madrigali, notturni, ouverture, concerti e minuetti». Ancora Alessandro Michele: «Ci incontreremo solo due volte l'anno per condividere i capitoli di una nuova storia. Si tratterà di capitoli irregolari, impertinenti e profondamente liberi. Saranno scritti mescolando le regole e i generi. Si nutriranno di nuovi spazi, codici linguistici e piattaforme comunicative». Innovazione nell’adattamento, la principale fonte di ispirazione dell’uomo che scopre la tecnè del progresso. Così se le passerelle già da tempo si erano abbassate a livello dello spettatore, con le varie modalità di rappresentazione alle quali abbiamo assistito quest’anno arriviamo nell’inclusione più totale: concept chiari e ben realizzati, caratteristici dei brand e sempre somma di ispirazioni dalla storia, dal presente, dal futuro, tessute insieme in un embroidery di altissimo livello e rappresentate con i mezzi più disparati, dalla sfilata classica a percorsi più articolati, fino ad arrivare a corti cinematografici o a sfilate di bambole.



In che modo tutto questo ci riguarda? A questa rivoluzione interna alle maison di alta moda deve coincidere una rivoluzione nel modo quotidiano di percepire la moda, non lontana ed esclusiva, ma continuazione delle nostre membra.


L’haute couture, nel suo aspetto museale sempre più marcato, include tutti – o quasi tutti – nel solo ruolo di spettatori ammirati e ispirati da queste opere d’arte: non serve più un invito per assistere alle sfilate, perché le esigenze della pandemia le hanno rese virtuali e accessibili a tutti. E se l’alta moda si ripromette di riprendersi i suoi tempi per creare, noi che indossiamo il maglioncino preso nell’angolo delle occasioni dobbiamo ritrovare la comodità del nostro essere dentro gli abiti che scegliamo. Il nostro corpo, del quale siamo spesso schiavi, deve in qualche modo divenire di una bellezza che non ci stanchiamo mai di ammirare e mostrare come la nostra anima e la comodità psicologica deve essere il primo tessuto del quale fasciare le membra. Nell’intervista rilasciata a Vogue, la studiosa Kimberly Chrisman-Campbell afferma proprio che “riteniamo che un capo sia comodo fisicamente quando lo è psicologicamente”. (Vogue Italia, N.845, Febbraio 2021)


Per vestire i nostri panni nel modo più comodo possibile guardiamo all’alta moda come guarderemmo a un quadro di Monet, non con uno sguardo in alto, ma con uno sguardo intorno per prendere ispirazione da un abito di lusso tanto quanto dai bellissimi colori della natura, o un edificio decadente di mattoni rossi. Dall’unione di suggestioni nascerà uno stile personale e unico. L’haute couture – se proprio dobbiamo trovarle un’utilità – serve a ispirare con la sua arte e a permetterci di capire cosa sia il lusso nel senso più nobile della parola: quello di essere a proprio agio nel proprio corpo, di sentirsi valorizzati e valorizzarsi attraverso il rispetto dei materiali, dell’ambiente, della storia degli abiti, della creatività più pura.



Ed è proprio intorno a questi concetti di inclusione, ritrovamento d’identità e riappropriazione di un tempo artistico, che le case di moda si sono mosse nelle loro ultime creazioni, presentate il mese scorso, nella settimana della moda più insolita degli ultimi anni. Il mito dell’androgino ha avuto ampio spazio nelle collezioni, come anche la volontà di esibire un prodotto puramente artistico che faccia riflettere. Nella presentazione di Fendi, ispirata all’Orlando di Virginia Woolf, troviamo un labirinto dove sfilano donne concrete che alla fine dello show si ritirano nel loro cantuccio di vetro trasparente, ogni modell* si ritrova nella sua intimità, in posa dietro un vetro che non cela e non mostra, ma lascia intravedere e quell’abito è la maschera indispensabile per percorrere il labirinto della vita. Anche nel corto di Matteo Garrone per la maison Dior, gli abiti entrano in una storia di ricerca nella tradizione in cui, alla fine del viaggio, ci si ritrova nudi in una vasca, ricongiunti con le due metà di sé stessi, mentre gli abiti dei tarocchi che hanno segnato il nostro destino aleggiano fuori dalla stanza dell’anima, pronti ad essere indossati di nuovo per mostrarsi al mondo fuori. Schiaparelli ha riaffermato la propria appartenenza alla provocazione espressionista, Chanel rimane fedele all’eleganza del tweed, Armani confeziona abiti da sogno per raccontare la sua Milano. Il vero innovatore di questa Fashion Week, però, è stato Pier Paolo Piccioli per Valentino. Ogni volta che un abito sfila nella bellezza di Palazzo Colonna una didascalia riporta i nomi di tutte le persone che hanno lavorato a quel singolo abito. Un’idea meravigliosa e inedita per dare spazio a quello che è il vero potere della couture: i dettagli e la lavorazione artigianale. Le maschere sul volto riprendono il tema dell’androgino, che è stato un po' il fil rouge di tutte queste collezioni, in una moda a cui stanno sempre più strette le differenze di genere. Marketing? Vera rivoluzione? Ai posteri l’ardua sentenza.


Il forte simbolismo degli abiti ha modo di esplodere in queste rappresentazioni: il concept, il tema, le creazioni, non parlano solo di un lusso esibito, parlano del valore di un’opera d’arte che ha una storia e un valore di composizione. Dai talenti creativi, la cui ispirazione non si spegne mai, agli stilisti che donano linee a queste idee, alla sartoria che dona la vita alle linee, cucitura dopo cucitura, a mano, fino ad arrivare allo spettatore che nella sua ingenuità di umano pensa solo “che bello!”.


Simona Di Francesco



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