• Fyah Official

CALL HIM BY HIS NAME

“Ciao Sam!” trillo rispondendo alla telefonata di un numero che non appariva sul mio schermo da quattro anni.


Dal 2018 al 2022 sono cambiate tante cose: idee, scelte, nomi in rubrica.


“Ciao!”


Grazie a Instagram sembra che non sia passato poi tanto dall’ultima volta: Samuele Appignanesi studia Giurisprudenza alla Bocconi e quest’anno si è candidato al CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) nella lista “Team”, con l’associazione “Primavera degli studenti”, una realtà dichiaratamente pluralista, inclusiva e sostenibile.


Basterebbero già queste parole per far rumore, ma la candidatura di Samuele ne fa ancora di più: riesce a candidarsi con il suo nome elettivo. Bocconi e Statale, infatti, grazie all’introduzione delle carriere alias, riconoscono la sua identità di ragazzo transgender sul libretto e sui manifesti elettorali. Il Ministero dell’Università e della Ricerca, cui fa capo il CNSU, no.



Per Roma la candidatura di Samuele rischia di essere un falso in atto pubblico: il nome anagrafico non solo va scritto in piccolo, per sicurezza, ma specificato ovunque. Il rumore qui diventa frastuono, lo sentono tutti rimbombare, disturbare. Lo sente anche la sede milanese de “La Repubblica”, che ne parla sulle sue pagine (https://milano.repubblica.it/cronaca/2022/05/03/news/io_candidato_trans_costretto_dal_ministero_al_nome_femminile-348004440/).


Noi, però, non ci sentiamo da tanto e le elezioni si sono già tenute. Quindi, possiamo provare a non parlare di politica?


Quando si è persone trans ogni gesto, anche il più normale, è politico. Sono entrato in lista per le mie idee, ovviamente, ma sono sempre stato molto consapevole che non sarei potuto passare inosservato in quanto “candidato trans”.


È complicato bilanciare la necessità di dover ancora gridare la tua identità e al tempo stesso non essere ridotto “solo” a quella?


Proprio per questo inizialmente avevo paura di candidarmi, perché le persone mi riducono solo a quello. Io sono una persona che ha idee che vanno oltre la comunità LGBTQ+, idee sulla salute mentale, idee economiche, che nessuno però è disposto ad ascoltare dalla mia bocca. Mi rendo conto che non abbiamo figure pubbliche trans. Insomma, uno su duemila genera come minimo curiosità. Penso sia la normalità quando si è agli inizi del cambiamento... è dura, ma allo stesso tempo, da bambino, quando non sapevo nemmeno che esistessero le persone trans, avrei trovato molto figo leggere di un ragazzo come me su “La Repubblica”.


Il tuo approccio sui social per questa campagna elettorale risulta sempre sorridente, divertito, come fai a trovare l’equilibrio tra gravità di temi e leggerezza di spirito?


Di base mi sento estremamente fortunato. Ora va di moda “il manifestare”, ma credo davvero che stare bene, a proprio agio con sé stessi, porti cose belle nella vita. Quando si è parte di una minoranza, ogni piccola cosa diventa straordinaria e so bene che vent’anni fa tutto quello che sto facendo non era nemmeno lontanamente immaginabile... effettivamente appartengo alla prima generazione di persone che possono essere trans.


Una serie di fortunati eventi o una serie di fortunati incontri?


Ho questo gruppo di amici che mi hanno regalato un binder [top molto aderente che aiuta ad appiattire il petto, n.d.r.] il compleanno prima del mio coming out! Poter essere stato sincero con loro, anche sincero nel non capire cosa stesse succedendo (se fosse vero quello che provavo, quello che volevo), è stato fondamentale. Si dà tanta importanza al dichiararsi, ma si è trans anche prima e loro l’avevano capito ben prima di me.


Hai nominato un binder, mi ricordo delle stories alle prese con un tape [nastro elastico, simile a un nastro adesivo, usato per lo stesso motivo del binder, n.d.r.]. Quanto sono “aiutanti” questi oggetti?


Beh, tantissimo! Anche se devo ammettere che ho avuto un’esperienza un po’ particolare con la disforia: io ho capito di essere trans perché provavo fastidio nel sentire il mio nome e nell’essere chiamato al femminile. Altre persone, invece, sentono prima il fastidio nel corpo, mentre quello per me è venuto dopo. Quando mi sono aperto alla possibilità, ho capito che alcune sensazioni che provavo erano disforia. Quindi è iniziato il fastidio fisico e solo allora, piano piano, questi oggetti hanno cominciato a essere sempre più indispensabili.



È molto interessante questa presa di consapevolezza che parte dal nome e poi dal corpo. Soprattutto in Italia si tende a considerare la transizione come qualcosa di unicamente corporale.


Sì, c’è questo mito dell’“essere nati in un corpo sbagliato”, ma è molto di più. Da bambino non mi piaceva il mio nome, il suono troppo acuto della mia voce… si va ben oltre il corpo. C’è un retaggio molto forte che ancora associa la transizione a una malattia (lo stesso termine “disforia” è preso da quel contesto), ma io sono trans anche se “non metto mano” al corpo. Ci sono moltissimi motivi, medici o psicologici, per cui una persona non può o non vuole sottoporsi alla terapia ormonale. Queste persone per lo Stato non potranno mai cambiare nome.


Ci perdiamo girando intorno a questa domanda: siamo corpo o abbiamo un corpo? Tutto il carrozzone della body positivity ci sta dando la possibilità di emendarci una volta per tutte dagli stereotipi “del sembiante”?


C’è un movimento, meno conosciuto della body positivity, chiamato body neutrality e in cui mi ci ritrovo. Finché sto bene di salute e non mi crea problemi, il mio corpo non è così importante. L’amore immenso per i corpi che si mostra sui social per me è irrealizzabile: io non potrò mai amare il corpo che ho in questo momento, ma non per questo lo odio! È solo un corpo. Mi serve per spostarmi da una stanza all’altra, in fin dei conti.


È come se non si ammettesse la possibilità di stare bene nel mezzo. La stessa parola “transizione” rimanda a un passaggio netto del corpo da un genere all’altro.


Esatto! Io non voglio diventare un uomo cis, come pensa lo stereotipo. Io sono un ragazzo transgender, punto. La parola “transizione” mi piace perché rimanda all’idea di viaggio, ma viene continuamente ridotta al binarismo. Si può stare bene nel mezzo. Anche il coming out, come idea, rischia di diventare ossessiva: “Non sono gay finché non lo dico”. No! Non è così indispensabile, secondo me, quando si sa che non c’è nulla di male a stare con una persona dello stesso sesso. Potrei non aver bisogno di un’etichetta, di esplicitarlo.


Forse il senso del coming out non sta nello svelare chi si è, ma solo ribadire sé stessi?

Sì, io ho un nome diverso, ma sono sempre lo stesso.


La voce di Samuele è emozionata, sincera. Dentro c’è la leggerezza, conquistata, di chi ha imparato a vivere una vita piena anche se in missione.


Ci avviamo alla conclusione di questa chiacchierata e quasi mi dimentico di star parlando con una persona che sta facendo la storia, a prescindere dalle elezioni. Gli chiedo se, secondo lui, si sta andando nella direzione giusta.


Non lo sa. Non conosce gli ingredienti precisi di una società veramente egualitaria: di sicuro non potranno mancare educazione sessuale, matrimoni egualitari, distinzione tra cambio di nome legale e transizione medica e, soprattutto, qualcuno che sappia scrivere bene le leggi.


“Sono pronto a farmi stupire, però!” Conclude.

“Anche noi”, concludo.



Di Benedetta Marinelli


{{count, number}} visualizzazione

Post recenti

Mostra tutti

È il pride month e le rainbow flags, appese tutto l’anno nelle nostre stanze, prenderanno vita per le strade. È il mese che ci è stato dedicato, il momento in cui l’orgoglio omosessuale diventa vivo e

Roma Smistamento si trova in Via di Villa Spada 343, in uno spazio concesso in comodato d’uso cinque anni fa da Rete Ferroviaria Italiana. E quella di Roma Smistamento è una storia lunga, di spazi vis

La storia dell’umanità è un susseguirsi di rapporti fra oppressi e oppressori. L’oppressione di un popolo, genere o classe sociale inizia con l’accettazione inconsapevole del comportamento aggressivo