• Alessia Sciarra

CERCHI PERFETTI

Ebbene sì, febbraio è arrivato e la spasmodica corsa all’appuntamento perfetto irrompe nelle vite delle persone, nemmeno fosse uno spin-off delle peripezie natalizie, alla ricerca del regalo per ogni conoscente. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo, reduci dalle domande sul/la fidanzatin* al cenone e rimpinzati di sguardi poco accondiscendenti degli zii (che ci devono ricordare quanto sia importante avere qualcuno con cui condividere la quotidianità), eccoci di nuovo, come ogni anno, il 14 febbraio a chiederci se rimarremo soli anche durante questo 2022.



Si tratta di un meccanismo mentale involontario: ciò che è socialmente accettato diventa normale e, se non ci ritroviamo in quegli schemi, il fantasma dell’inadeguatezza torna a farci visita e scurisce ogni risposta che con convinzione abbiamo dato, seccati, al pranzo con i parenti. La consuetudine vuole che ognuno di noi trovi qualcuno in grado di completarci, di amarci e di starci vicino nei momenti di fragilità. Ma cosa significa sul serio “normale”?


Tralasciando la soggettività che vi è dietro un concetto così ampio, “normale” è la condizione umana di solitudine, non in un’ottica nichilistica della vita, piuttosto nella considerazione intrinseca dell’essere umano. Sin dalla nascita, per quanto accompagnati da figure genitoriali o surrogati, di fatto, anche i più piccoli imparano cosa significhi essere al mondo in completa solitudine e istintivamente: è questo ciò che si definisce come sviluppo dell’indipendenza. Dal quarto al settimo mese, i bambini interiorizzano la consapevolezza di essere qualcuno al di fuori dell’attenzione altrui e maturano la capacità di esplorare quello che primordialmente vogliono per sé stessi.


Il motivo per cui, crescendo, abbandoniamo questo tipo di atteggiamento innato è dato da mille fattori, tra cui la pressione sociale di non doversi percepire come isole. Dunque, dal momento in cui perfezioniamo una ragione, iniziamo a capire cosa significhi amare l’altro per amare la propria persona, in virtù dell’immagine che questi ha di noi.

È lo stesso Platone che, partendo dal concetto proposto da Aristofane, nel Simposio descrive gli esseri umani come delle semisfere che, nel corso della loro esistenza, vagano alla ricerca della propria metà per ricomporre un’unità perfetta in cui sentirsi risolti, vivi e in armonia.

Ma se imparassimo a considerarci già come delle sfere? O, volendo riprendere un’allegoria quasi mainstream, se imparassimo a considerarci come delle isole, liberi dall’imposizione sociale che ci vuole circoscritti nell’ambito relazionale?

Se guardassimo il nostro corpo e la nostra anima non come un territorio che aspetta che qualcuno lo conquisti, ma come un personalissimo locus amoenus? Immaginare sé stessi come sconosciuti permetterebbe di conoscerci, di studiarci, di capire cosa realmente siamo al di fuori della percezione che gli altri hanno di noi.


È solo così che si potrebbe, raggiunta la consapevolezza della nostra vera essenza, essere completi e uni anche nella sfera dei rapporti. Fin qui, se vogliamo, si è parlato di pura teoria e di immagini astratte rubacchiate alla filosofia. Ma cosa significherebbe tutto questo in pratica?


Ogni sfaccettatura della propria vita e della propria persona dovrebbe essere curata con il medesimo amore con cui siamo abituati a guardare l’altro: l’impegno, la solidarietà, le battaglie quotidiane, il sesso e la pazienza. Questi aspetti andrebbero declinati ogni giorno, affinché il rapporto con sé stessi si fortifichi e si consolidi. Essere il proprio amante è un’attitudine che si dispiega nel momento in cui si sviluppa la volontà di essere migliori non per l’altro, ma per sé: candidarsi per quel lavoro dei sogni, meditare, informarsi, divertirsi in solitario è lo sviluppo completo di un’individualità pronta a relazionarsi.

A questo punto, chiunque sia arrivato a leggere oltre queste 675 parole si starà chiedendo: “E il sesso?”. Quante volte abbiamo avuto dei rapporti sessuali deludenti e privi di ogni trasporto?


Quante volte quei rapporti ci hanno fatto sentire meno soli perché socialmente sentivamo la pressione di dover avere una vita sessuale attiva? Laddove, peraltro, nell’immaginario collettivo “vita sessuale attiva” è uguale a “vita sessuale condivisa con l’altro-da-sé”.


È in questo contesto che il concetto di masturbazione dovrebbe essere sdoganato; è in questo momento che la presa di coscienza del proprio corpo come esistente al di fuori di ogni legame di coppia diventa tangibile.

Masturbazione, autoerotismo… quante volte abbiamo vissuto questo impulso – e mi rivolgo soprattutto alle donne – con uno spirito di vergogna e castrazione? Ebbene, questo è un elogio al rapporto sano con la propria persona, per non sentirsi mai troppo stupidi quando si vorrebbe comprare lingerie o quel vibratore per usarli un pomeriggio, una sera con sé stessi.


Se vivessimo il nostro corpo come un territorio sconosciuto, non smetteremmo mai di interrogarci su cosa faccia al caso nostro, cosa ci ecciti, quali zone toccare (ad esempio, la zona CUV nelle donne, cioè quel complesso clito-utero-vaginale che, se stimolato, assicura lo squirt), quali fantasie riprodurre e cosa chiedere, un giorno, quando saremo pronti ad accogliere l’altro come altro-da-noi, ovvero la persona che sceglieremo non per completarci, ma per condividere.



Di Alessia Sciarra

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