• Benedetta Marinelli

CHIAMAMI PER NOME

Gay, lesbica, trans, bisessuale, transgender, queer, intersessuale, asessuale.

Ripetiamo.

Gay, lesbica, trans, bisessuale, transgender, queer, intersessuale, asessuale.


Se queste parole non ti fanno ridere, non ti “fanno strano”, non ti evocano personaggi grotteschi e stereotipati… stappiamo uno spumante per festeggiare. E festeggiamo davvero perché vorrà dire che per te, queste, sono parole normali.

O almeno, è normale per te leggerle qui, su questo schermo. Sarebbe lo stesso se le nominassi a tavola con tua zia? E se le sentissi dalla tua maestra delle elementari? E se passassero tranquillamente in TV, magari al telegiornale, magari in uno spot televisivo? Purtroppo no, non sono ancora né ricorrenti, né tantomeno normali.

Ma ci stiamo lavorando.



In un mondo in cui le aggressioni fisiche contro la comunità LGBTQ+ sono ancora drammaticamente normali sorge spontaneo chiedersi quanto senso abbia focalizzarsi sulle parole e non su gesti più concreti che possano difendere, approvare leggi, tirare gomitate…

Le parole sono importanti, non c’è dubbio, ma quanto? Un nome, un pronome, una terminazione può davvero fare la differenza nella vita di una persona? Proviamo a rispondere partendo da un concetto talmente arcaico da essere stampato nel nostro DNA: creare = nominare. Ogni popolazione umana primitiva attribuiva al proprio Dio la creazione attraverso la denominazione delle cose. Dio disse: “Sia la luce”, e la luce fu.

Nella religione degli antichi sumeri, egizi, romani il Dio creatore è colui che genera pronunciando il nome della cosa plasmata: senza di esso non esiste la cosa, dà realtà alla cosa stessa. Senza immergerci troppo nella filosofia del linguaggio, la priorità neurologica dell’essere pensante è l’alimentazione del proprio sistema rappresentazionale[1] tramite “simboli”, alla cui testa sta il santissimo e primordiale “nome”, il logos.

Quindi, tornando al nostro discorso, dire gay, lesbisca, trans, bisessuale, transegender, queer, intersessuale, asessuale significa riconoscere l’esistenza di persone che trovano, in quei vocaboli, la propria identità come assunta e condivisa, reale. Nomen omen, diceva qualcuno. Il linguaggio è semplicemente lo strumento di cui si serve la realtà e sulle sottili gambe delle lettere pesa tutta l’esistenza.

Ecco, le parole sono importanti tanto così.


Nell’articolazione di una frase è contenuta tutta la società, dai polmoni ai denti passa tutta la cultura e l’area di Broca (zona del cervello deputata al linguaggio) custodisce il significato che si dà al mondo e che, insieme a esso, cambia.

La lingua vive e si evolve con la comunità e, proprio come i bambini che crescono “a scatti”, non possiamo sempre pretendere una rassicurante gradualità in quest’evoluzione. Rendere il linguaggio davvero inclusivo è una priorità che va molto oltre la logistica e il burocratese: significa permettere a tutti di esprimersi (letteralmente!) e di sentirsi parte del discorso.



Nel 1986 Alma Sabatini, saggista, linguista, insegnante e attivista femminista, per conto della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, curò la pubblicazione Il sessismo nella lingua italiana, linee guida rivolte alle scuole e all'editoria scolastica per proporre l'eliminazione degli stereotipi di genere dal linguaggio. A seguito di un'indagine sulla terminologia usata nei libri di testo e nei mass media, la Sabatini metteva in risalto la prevalenza del genere maschile, usato in italiano anche con doppia valenza (il cosiddetto maschile neutro) che fagocita e nasconde la presenza del soggetto femminile. Sottolineava il mancato uso di termini istituzionali e di potere declinati (ministra, sindaca, assessora, ecc.) e il prestigio accordato al corrispettivo femminile.


«La premessa teorica alla base di questo lavoro è che la lingua non solo riflette la società che la parla, ma ne condiziona e ne limita il pensiero, l'immaginazione e lo sviluppo sociale e culturale.»


Nascondersi dietro la convezione del “si è sempre detto così” significa accettare un presente che ormai stagna. Il maschile sovraesteso può non stranirci se in palestra siamo dieci ragazze e un ragazzo e l’insegnante ci esorta dicendoci “bravissimi” (e anche qui avrei dei dubbi), ma non possiamo accettarlo se ne va dell’identificazione di una professionista, di una chirurga, di una sindaca, di un’avvocata.


La discussione si allarga ancora di più quando nello spazio di una desinenza vogliono entrare, finalmente, tutti coloro che non si riconoscono nella dicotomia maschile-femminile. L’italiano è una lingua flessiva e, pertanto, inevitabilmente divisiva sulla base di numero e genere. Il genere neutro, appartenente al latino e a numerose altre lingue oggi, non esiste più e non è possibile “resuscitarlo” all’occorrenza, ma una soluzione va comunque cercata. Nel 2020 Vera Gheno (@a_wandering_sociolinguist), sociolinguista, traduttrice e accademica, propone per la prima volta in Italia l’uso della /ə/ o schwa (vocale centrale) per i nomina agentis, cioè i nomi professionali, in modo da superare con una forma neutra il binarismo linguistico maschile-femminile e associando un suono fonetico rispetto alle altre soluzioni in uso come l’asterisco o la chiocciola.

Come si pronuncia la /ə/?



Questa lettera si trova esattamente al centro del rettangolo vocalico, corrisponde alla “e” dell’inglese “letter” o del francese “petit”. È un suono delicato, quasi muto. Tale fonema è già di casa a Napoli, il cui dialetto tende sempre a sfumare le finali di parola: ad esempio, “mammt” è pronunciato, secondo la trascrizione IPA, come /’mammətə/.


Come tutte le cose nuove, è normale che suoni “male” ed è normale che passino anni prima che venga interiorizzato a pieno. Sorridere su qualche goffaggine è naturale, ma ironizzare grottescamente su chissà quale dittatura omologatrice possa filtrare da questa piccola letterina è becero e infantile. Non ce ne voglia Mattia Feltri che ha risposto su La Stampa alla proposta di Vera Gheno, scimmiottando la questione come se asterischi e schwa fossero coriandoli, capricci, come se la lingua non appartenesse davvero a tutti, anzi, a tuttə.

Che dire, un suono nuovo può risultare strano inizialmente, ma possiamo ben dire che l’italiano ha corso rischi peggiori: se fosse stato per Mussolini, oggi “bar” si direbbe “mescita” e “cocktail” si sarebbe sostituito con “arlecchino”…

Per concludere questa breve ricognizione sull’importanza di un linguaggio più inclusivo, ricordiamo che le parole sono lo specchio della società e cerchiamo di fare in modo che possano riflettere davvero ogni particolare, restituendone l’immagine più bella a poco a poco. Una fetta importante dell’umanità ha il diritto di essere chiamata per nome e di riconoscersi una volta per tutte “parte del discorso”. Basta lottare per qualcosa che dovrebbe essere normale, siamo stanchi.


«Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia.»

- Alberto Moravia, Gli indifferenti


Benedetta Marinelli

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