• Micol Mancini

COM’È ESSERE UN'ATLETA TRANSGENDER

Aggiornamento: 23 giu 2021

In un universo dicotomico e strettamente categorizzante come quello sportivo, l'essere transgender mostra ancora oggi una condizione critica e invisa, permeata di pregiudizi difficili da estirpare. Ma è realmente così sconveniente che un atleta trans possa partecipare a competizioni sportive?


"Non puoi perché non sei una vera donna", "Ti piace vincere facile", "Hai un DNA maschile": solo alcune delle innumerevoli frasi rivolte contro le persone transgender nel mondo dello sport. Frasi pungenti, meschine, discriminanti, ma che mostrano un'infelice quanto concreta realtà. L'essere trans delinea già in partenza una condizione non esente da pregiudizi e occhi indiscreti che, se inserita in una dimensione dicotomica (come può essere quella sportiva) in cui si tende a categorizzare la divisione tra generi in maniera estremamente netta, precipita in un vortice di sdegno e incomprensione. La questione è incline, infatti, a turbare gli animi, apparendo sprezzante anche a personaggi con importante visibilità – tra gli ultimi, la stessa presentatrice Caitlyn Jenner e l'ex tennista Martina Navratilova.



Il disappunto si concentra perlopiù in una comune credenza per cui le donne trans dispongano di una superiorità fisica maggiore dovuta alla loro natura biologica che, inevitabilmente, porterebbe uno svantaggio alle atlete cis. Gli ormoni assunti durante la transizione risultano comunque estremamente efficaci: questi permettono di agire significativamente sul piano morfologico dell'individuo e gli inibitori del testosterone - ormone normalmente prodotto da ambo i sessi, sebbene in quantità differenti - utilizzati dalle donne MtF sono in grado di ridurre la produzione di massa muscolare. Inoltre, secondo le più recenti ricerche scientifiche, le terapie ormonali sono efficienti anche per quanto concerne la densità ossea. È altresì fondamentale ricordarsi di come il mondo dello sport non si basi esclusivamente su fattori biologici, ma comprenda ulteriori numerose variabili, quali la tecnica, la strategia e il gioco di squadra. In più, non in tutte le discipline avere una maggiore prestanza fisica è necessariamente sinonimo di vantaggio: basti pensare al ciclismo.


La codificazione dei principi fondamentali dello sport del Comitato Olimpico Internazionale afferma a chiare lettere che «praticare lo sport è un diritto umano» e, come tale, deve essere tutelato da ogni forma di discriminazione.

La validità della terapia ormonale e il costante monitoraggio permettono agli atleti trans di gareggiare sullo stesso piano degli atleti cis. Il regolamento della World Athletics prevede che, per poter partecipare, il testosterone presente negli individui MtF in un anno di assunzione deve essere inferiore a 5 nmol/L. Ciò riguarda naturalmente anche gli atleti intersex, come la plurivincitrice e campionessa olimpica sudafricana Caster Semenya.

Se il fine è, quindi, quello di garantire equità anche sul piano agonistico, l'accesso allo sport per le persone transgender potrebbe rivelarsi una sfida più ardua del previsto: a livello legale sono naturalmente necessari documenti che attestino il cambio anagrafico, un processo che - anche e soprattutto in Italia - potrebbe perfino impiegare anni prima di giungere a compimento.



Per quanto riguarda le politiche attuate dai vari Stati sulla questione, si evincono approcci differenti. Negli USA, ad esempio, ci sonoprovvedimenti che cambiano da Stato in Stato: in tutte le ipotesi è comunque possibile gareggiare nella categoria in cui ci si riconosce, a patto che questa concordi con il genere presente nel certificato di nascita. Per quanto riguarda l'Europa, in Spagna si è ben pensato di far competere liberamente atleti transgender senza il vincolo di controllare il sesso assegnato alla nascita, sebbene tale ipotesi abbia suscitato tumulti e non poco timore nei confronti di chi crede che una tale scelta possa ledere alle sportive cisgender, portandole in una condizione discriminante e svantaggiosa. In Italia, nel 2019, Valentina Petrillo è stata la prima atleta transgender italiana a partecipare ai campionati paraolimpici nella categoria del proprio genere percepito. Prima di poter concorrere, è stata sottoposta a controlli che hanno verificato il suo essere in regola, essendo i suoi livelli di testosterone sotto la soglia limite.



La necessità di garantire i medesimi diritti e la pari opportunità di partecipare a competizione sportive a persone transgender ha dato frutto a numerose organizzazioni che puntano a sensibilizzare sul tema e a garantire più tutele, anche dal punto di vista burocratico. In Italia c'è l'UISP (Unione Italiana Sport Per tutti), la quale ha concesso la possibilità di dotarsi di un badge con il nome scelto e il genere in cui ci si rispecchia in attesa del cambio anagrafico. La EGLSF (Federazione Europea dello Sport Gay e Lesbico) continua a battersi a livello internazionale al fine di annullare le discriminazioni in ambito sportivo e a promuovere la visibilità della comunità LGBTQ+ in questo campo: è necessario favorire una maggiore integrazione mantenendo sempre comportamenti che siano universalmente corretti e tolleranti.


Micol Mancini

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