• Silvia Santorsa

LA DROGA, COME CE L’HANNO RACCONTATA / Le vie caotiche degli stupefacenti



Affascinante e allo stesso tempo ostico è scrivere sulla tossicodipendenza. Davvero ostico perché nemmeno l’animo più sensibile ed empatico riuscirebbe a subentrare nella burrasca di emozioni e conflitti di chi ricorre fiducioso a una dose. Il mio è un caloroso invito a non atteggiarsi da onniscienti e fingere di capire chi è cullato nelle possenti braccia di questa bestia sogghignante, funesta e rasserenante. Persino il grande cantautore italiano Fabrizio De Andrè, colui che si è sempre schierato a favore di coloro che andavano in direzione ostinata e contraria, ha composto un cantico, il celeberrimo Cantico dei drogati in Tutti morimmo a stento, affidandosi non solo alla sua intelligenza emotiva, ma cercando anche conferma delle proprie intuizioni nelle parole poetiche di un suo amico, Riccardo Mannerini, paroliere e poeta anarchico, che aveva sperimentato nelle sue vene l’eroina e ne aveva descritto l’impressione sull’animo invasato da attimi di estrema razionale lucidità: «Come potrò / dire a mia madre / che ho paura? / La vita, / il suo motivo, / e il cielo / e la terra / io non posso raggiungerli / e toccare… / Sono sospeso a un filo / che non esiste / e vivo la mia morte / come un anticipo terribile».



Ma, domanda fondamentale, ora che le strade – primo luogo deputato allo spaccio – sono deserte, a che cosa si aggrappano i tossicodipendenti lasciati in balia di se stessi? Stando ai dati dell’EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze), durante la quarantena in rialzo è stato il metodo delle “gocce morte”, con il quale si tende a ridurre al minimo possibile il contatto tra acquirente e venditore attraverso lo scambio di coordinate e descrizioni di nascondigli, per mezzo di canali criptati. Questa modalità era già in uso prima della pandemia per diminuire il rischio di arresto, ma si è rivelata molto versatile alle esigenze dell’emergenza sanitaria. Un altro modus operandi che ha spopolato nel periodo Covid è quello che si serve del dark web come rete di collegamento. Nonostante queste innovazioni nel traffico di droga, tuttavia, il virus ha fatto registrare una cesura netta di disponibilità del prodotto (almeno nella prima fase della pandemia), ma anche un incremento della richiesta. Oltre a ciò, persiste la distinzione tra droga consumata dai benestanti e droga fruita dalle classi povere: sebbene il prezzo dell’eroina si sia ridotto e questa venga consumata anche ai margini, la cocaina, invece, rimane sempre unico privilegio dei ceti abbienti.

Il mondo della stagnola incenerita, degli aghi spesso infetti, delle pillole lisergiche, del salvifico e nocivo metadone ha sempre affascinato e incuriosito il grande pubblico, anche se i più ipocriti si limitano a condannarlo senza sforzarsi di degnarlo di uno sguardo scevro da pregiudizi.


[L'esperimento dell'"antropologia della droga” fu ripreso nel 2001 dal pittore Bryan Lewis Saunders che si dipinse ogni giorno sotto effetto di una droga o di un antidepressivo diverso.]


Nel 1953 un romanzo semi-autobiografico dell’autore della Beat Generation William Burroughs aveva fatto luce con chiarezza sul mondo della tossicodipendenza attraverso una lente quasi medica, che sperimenta i diversi effetti delle differenti sostanze sul corpo e sulla psiche umana. Stiamo parlando di Junkie o, con il titolo italiano, La scimmia sulla schiena, espressione usata dallo scrittore per indicare periodi di astinenza in cui viene meno l’effetto anestetico di eroina o morfina. È un’antropologia della droga, vista come motore immobile che dà impulso e finalità alla quotidianità come altri, invece, sono assuefatti dalla famiglia o dal lavoro. Sono i prodromi di quella ribellione artistica, politica e culturale degli anni Sessanta, in cui la Beat Generation occuperà un ruolo importantissimo nella critica aperta alla società americana (come ne Il pasto nudo). Qui sono i marciapiedi di New York e New Orleans a fare da sfondo.



Lo scenario della droga degli anni Settanta e Ottanta nel distretto popolare di Gropiusstadt è stato crudamente descritto dalla rinomata Christiane Vera Felscherinow, nata il 20 maggio 1962. La penna di Christiane F., autrice del romanzo autobiografico Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1978), è asciutta diegesi di riflessività, priva di qualsiasi ornamento retorico, e mostra la propria esperienza in una cronachistica nudezza tanto cruenta da far precipitare vertiginosamente il lettore in quella disperata realtà. Il romanzo è a dir poco un successo mondiale, al cui raggiungimento contribuì anche la trasposizione cinematografica diretta da Uli Edel, che ovviamente non lascia spazio alla visione del mondo dell’autrice, ma è impreziosita dalla colonna sonora di Bowie e da un suo cameo. Certamente un merito c’è stato: molte strade di Berlino nelle quali erano soliti bazzicare i ragazzi sono divenute emblematiche, come la Stazione di Berlino Giardino Zoologico o il marciapiede su cui si affacciava il fantomatico Sound.



Ma questo policromo cosmo è stato analizzato anche da una lente accentuante più l’aspetto quotidiano che quello drammatico, attraverso un sottile black humor che sviscera dal profondo le difficoltà e le “rogne” di un gruppo di eroinomani, rendendole più familiari a chi ne è totalmente estraneo. Credo che a qualche lettore cinefilo sia già balenato nel pensiero il film cult Trainspotting, diretto da Danny Boyle e presentato al Festival di Cannes fuori concorso nel 1996. Dipendendo non del tutto dalla trama del libro dello scrittore scozzese Irvine Welsh, questo cimelio di pellicola, definita da molti un manifesto generazionale, ci catapulta a Edimburgo a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, seguendo le vicende di ragazzi che, emarginati dalla società che disprezzano, si annichiliscono fino ad annullarsi nell’eroina, unica via di fuga da una vita consumistica, classista (strizziamo l’occhio al caro vecchio Marx) e monotona, come si evince dal monologo iniziale di Renton: «[…] Scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?». A mio parere indiscusso capolavoro, dipinge con una fotografia dai tratti pop l’inezia giovanile imperante che inneggiava all’esodo nell’ennesima dose. Rumoreggiano nella mia mente parole cantate dai CCCP circa dieci anni prima dell’uscita del film: «Io sto bene, io sto male, io non so cosa fare / Non studio, non lavoro, non guardo la tv / Non vado al cinema, non faccio sport».



Concludiamo il nostro viaggio percorrendo le ultime veloci tappe nelle più pregnanti composizioni del pur vasto ed eclettico mondo musicale. Nel 1966 nel circuito underground newyorkese furono iniziati i The Velvet Underground che l’anno successivo, negli ambienti creativi della Factory di Warhol, cantavano la mistica e lacerante Heroin. Nel 1969, invece, Marianne Faithfull pubblica Sister Morphine, contenuta poi nell’album Sticky Fingers dei Rolling Stones: un’ultima soave preghiera in un letto di ospedale agli idoli di una vita, ossia la sorella morfina e la cugina cocaina («Tell me, Sister Morphine, when are you coming round again? / Oh, I don’t think I can wait that long / Oh, you see I’m not that strong»). Nel panorama della musica italiana note autobiografiche, accompagnate dal ritmo di un basso, si incontrano in una canzone che sembra essere tratta dalle pagine di un diario: «Il primo buco l'ho fatto una sera / A casa di un amico, così per provare». È Scimmia di Eugenio Finardi.


Silvia Santorsa

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