• Benedetta Marinelli

DAL QUARTACCIO ALLE STELLE / L’eroe Elodie, molto oltre il cliché

Alcuni luoghi riescono a liberarsi della loro dimensione spaziale invadendo la sfera del tempo: diventano così simboli. Alcune persone riescono a liberarsi della loro dimensione particolare invadendo la sfera di ogni individuo: diventano così personaggi. La scalinata di Sanremo, ad esempio, non è più solo una scala su un palco: è ormai “la Scala di Sanremo”, talmente libera da connotazioni fisiche che scendere quei gradini significa ascendere al successo.

Il 3 marzo 2021 è scesa/ascesa da quella scalinata Elodie Di Patrizi, in veste di co-conduttrice. Fluttuando su tacchi vertiginosi e cangiante in un un lungo vestito a tubino rosso in maglia tempestata di Swarovski by Versace, impeccabile, irreale, ineffabile, la cantante ha fatto sognare tutti. Chi non ha compatito il proprio stato catatonico guardandola sul divano di casa molto probabilmente mente.

L’eleganza di Elodie, oltre che dall’abito di stelle, passa attraverso ogni movimento, grazie all’irresistibile spontaneità con cui padroneggia palco ed emozioni. Anche chinarsi a raccogliere un orecchino caduto a tradimento diventa un gesto naturale, come se un pezzo di Bulgari High Jewellery sul pavimento dell’Ariston non fosse poi troppo diverso da uno spicciolo caduto sull’asfalto. Perché Elodie si è chinata a raccogliere anche gli spiccioli e l’ha fatto in quello stesso modo. Si è mossa leggera sui tacchi come si è mossa leggera tra i cortili della periferia romana ed è scesa dalle scale di Sanremo con la stessa naturalezza con cui scendeva da quelle del palazzo dove è cresciuta, nella borgata del quartiere Quartaccio a Roma.


Lo racconta lei nella stessa serata, si emoziona e sul patinatissimo palco anche un “cazzo”, pronunciato tra le altre parole del discorso, suona bello ed elegante perché impregnato di una sincerità pura che non si impara in nessuna scuola e che non si compra con nessun cachet. È così che Elodie Di Patrizi è diventata vero e proprio personaggio, assoluto e universale al pari dei protagonisti dei grandi romanzi e dei grandi film, tali perché capaci di riguardare tutti noi.



Sin da piccoli le narrazioni che riuscivano a colpirci erano quelle in cui i protagonisti apparivano in qualche modo nostri simili: è più facile simpatizzare con Superman se lo si conosce anche da Clark Kent, al quale ci avviciniamo un po’ tutti nel lavoro, nella timidezza, anche nell’aspetto. Analogamente è più semplice “tifare” per la principessa Cenerentola se l’abbiamo vista mentre puliva affaticata la cenere del caminetto, così come non proveremmo la stessa commozione nel seguire Harry Potter che sconfigge Voldemort se non lo avessimo conosciuto quando dormiva nel sottoscala dei Dursley.

Il paradigma è ancestrale, assoluto, andando a ritroso nel tempo torna sempre uguale – basti pensare al piccolo pastore Davide contro il gigante Golia. È la riproduzione di questa equazione a catasterizzare dei personaggi ad archetipi fissi.


In psicologia analitica Gustav Jung definì gli archetipi come idee innate, rappresentazioni mentali primarie che tutti possediamo fin dalla nascita, quindi collettive e universali. È un processo talmente automatico da diventare quasi pericoloso se strumentalizzato nella vita reale: produce immediatamente consenso l’illusione di comprensione ed empatia da parte di un capo carismatico, supportato esasperatamente perché pensato come proveniente dal popolo.


Incarnare l’archetipo dell’eroe nella vita reale, però, può essere davvero di ispirazione. Non è una questione di talento, di personalità fissa, ma un vero e proprio percorso che costituisce poi la straordinarietà di quella persona.

Le capacità attoriali di Keanu Reeves (protagonista di Matrix) non sono particolarmente migliori di quelle di Eddie Redmayne (protagonista de La teoria del tutto). Eppure il suo successo è arrivato dopo una vita di grande sofferenza: è stato, infatti, abbandonato dal padre all’età di tre anni, per poi incontrarlo per l’ultima volta quando ne aveva tredici. E nemmeno tra i banchi del liceo le cose sono andate meglio: alle superiori cambia quattro istituti, lo bollano come poco intelligente, ma in realtà è dislessico. Perciò è costretto a lasciare gli studi a diciassette anni senza mai conseguire il diploma. Per non parlare dei numerosi lutti, a partire da quello del suo migliore amico: River Phoenix. Insomma, una vita del genere ci porta in qualche modo a sentirci vicini più a lui che al suo collega, proveniente da una nobile famiglia inglese e preceduto da una brillante carriera all’Eton College, durante la quale è stato compagno di banco del principe William. Sono entrambi grandissimi attori, ma l’ispirazione che provoca l’uno non è la stessa dell’altro.



Un’Elodie che dal Quartaccio diventa padrona dell’Ariston crea un precedente fondamentale a tutte quelle Elodie che nel Quartaccio ancora ci vivono, chiuse dentro muri di disillusione e rabbia. Lei stessa riflette emozionata sulla fatica di dover lavorare di più, in determinati contesti, per ottenere le possibilità che per i più sono già dovute. Per abbattere i muri non basta il talento: ci vogliono pugni e martellate, sudore e lacrime e la fortuna di incontrare qualcuno che sappia indicarti dove colpire.


«Sono le scelte che facciamo, Harry, che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.»


Quando l’archetipo, saldo nel suo scheletro di schemi, si concretizza in scelte e azioni indimenticabili, si trasforma in un personaggio; quando questo personaggio vive tra di noi con carne, sangue, lacrime e voce per raccontarsi, siamo davanti a molto di più: un modello a cui poter fare riferimento.


Benedetta Marinelli

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