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EMPOWERMENT, IL CONCETTO

Un vecchio proverbio dice: «Date a un uomo un pesce e mangerà un giorno; insegnategli a pescare e mangerà tutta la vita». È davvero così semplice? E se l’uomo in questione non possedesse nemmeno una canna da pesca o si trovasse in un luogo carente di fauna ittica, cosa se ne farebbe dei nostri insegnamenti?


Il problema dell’autoaffermazione potrebbe essere più complesso del previsto e forse un po' di buona volontà e una certa dose di fortuna, da sole, non sono sufficienti.

Di temi come lo sviluppo e la crescita personale oggi si sente parlare sempre più spesso, ma a volte purtroppo a sproposito. Il rischio è quello di banalizzare questioni complesse, secondo l’ideale del “se vuoi puoi” o del mito dell’“uomo che si fa da sé”. L’ottica dell’american dream enfatizza, infatti, l’ideale della corsa per la sopravvivenza, l’avere successo o il far restare in vita solo i migliori, i più meritevoli, i più adatti; i perdenti e coloro che non riescono a stare al passo possono solo biasimare se stessi.

Nulla di più sbagliato. Il concetto psicologico di empowerment può, in questo senso, venirci sicuramente in aiuto, restituendo a questi argomenti la complessità che meritano in un approccio quanto più possibile esente da derive semplificazioniste.

Il costrutto dell’empowerment (dall’inglese to empower, “favorire l’acquisizione di potere” o “rendere in grado di”) appare in letteratura tra gli anni Sessanta e Settanta, ma si sviluppa, diventando principale oggetto di interesse della psicologia di comunità, soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta. Un corrispettivo in italiano non esiste perché questa parola non solo è usata per dare nome a elementi e fenomeni di natura intrinsecamente diversa, ma indica allo stesso tempo un processo e un risultato: una costruzione dinamica in continua metamorfosi, in grado di assumere forme diverse per persone diverse in contesti diversi, seguendo una traiettoria evolutiva non necessariamente lineare.






Dare una definizione univoca del concetto di empowerment risulta un’impresa piuttosto ardua. Uno dei primi tentativi è a opera di Rappaport (1981) che lo descrive come un processo che permette a individui, gruppi o comunità di accrescere la propria capacità di controllare attivamente la propria vita. Oltre all’esercizio del controllo, altre dimensioni imprescindibili nell’individuo empowered sono la consapevolezza critica riferita al contesto socio-politico e l’azione collettiva di mobilitazione per le risorse, volta al raggiungimento di traguardi condivisi. Kiefer (1982) parla in questo senso di un processo tridimensionale, che include lo sviluppo di un maggiore senso di sé in rapporto col mondo, la costruzione di una comprensione più critica delle forze politiche e sociali che impattano il proprio quotidiano, l’elaborazione di strategie funzionali e il reperimento di risorse per raggiungere scopi personali e obiettivi socio-politici.


Ma non è solo questione di autostima. Oltre ai chiari rimandi a costrutti già noti in psicologia – come il locus of control interno (proprio dell’individuo che percepisce di controllare volontariamente gli eventi) o il concetto di self-efficacy (la consapevolezza di essere capace di dominare specifiche attività, situazioni o aspetti del proprio funzionamento psicologico o sociale) –, l’empowerment è qualcosa di più e, come sottolineato dalla maggior parte degli autori, la sua caratteristica distintiva è proprio la multidimensionalità.

Non si parla, infatti, solo di empowerment individuale, riconducibile alla persona nel suo rapporto con gli oggetti esterni: viene contemplato anche un livello organizzativo, relativo alle variabili in grado di promuovere coinvolgimento e responsabilizzazione negli attori che vi partecipano, e un livello comunitario, riguardante il grado di facilitazione riscontrabile nell’ambiente di riferimento rispetto a processi di crescita ed emancipazione.


Il potere e il processo che porta a svilupparlo vanno dunque considerati come qualità con aspetti sia individuali che collettivi, legati cioè all’interazione tra soggetto e contesto. Tutto ciò spinge a riflettere in termini di promozione della salute, di auto-aiuto e di definizioni multiple di competenza. Le implicazioni vantaggiose di questo costrutto, così come i possibili ambiti d’applicazione, sono pressoché infiniti: parlando di impegno civile e sociale, per esempio, dovremmo essere più consapevoli che molte delle libertà che oggi diamo per scontate sono state acquisite come frutto di numerose lotte collettive.

Un contributo fondamentale è fornito dalla proposta di Rappaport sull’approccio “narrativo”.




Per molte persone – in particolare quelle che si ritrovano in situazioni di svantaggio, di emarginazione e prive di potere sociale, economico, culturale – le narrative che le riguardano sono spesso negative, limitate, incentrate su aspetti di deficit e soprattutto “scritte da altri”. Per ottenere dei cambiamenti occorre il sostegno di una collettività in grado di fornire nuove narrative “minoritarie” che riescano a distaccarsi dalle posizioni della maggioranza. Le implicazioni pratiche di questo metodo consistono nell’ascoltare, nell’amplificare, nel dare valore alle storie delle persone con cui ci si relaziona, in modo da aiutarle a scoprire proprie narrazioni, a crearne nuove e a sviluppare contesti che rendano possibili queste attività.

L’empowerment è quindi una teoria di speranza e cambiamento che chiude un cerchio, collegando il benessere dell’individuo al contesto sociale e politico al quale esso appartiene e proponendo l’ideale di una comunità in cui i membri possono riuscire a migliorare le proprie condizioni di vita tramite la partecipazione attiva e consapevole ai processi decisionali.

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