• Benedetta Marinelli

HOME LESS HOME / Dialogo con chi è "di casa" per i senza tetto

Facciamo un gioco: qui scrivo “casa” e voi dite ad alta voce la prima cosa che vi viene in mente, non preoccupatevi di sembrare idioti.

Fatto?

Scommetto che nessuno ha pensato solo a quattro mura e un tetto. “Casa” è quel profumo, quel divano, quella persona, no? Una delle poche sfumature semantiche che noi italiani possiamo invidiare alle lingue altrui è quella che in inglese differenzia house (l’“edificio”) da home (la casa”).

“Sentirsi a casa” è una riposante radura tra i picchi dei nostri sentimenti che comprende in sé l’idea di rifugio, di sicurezza (anche economica), di serenità, biscotti, pane appena infornato e tutte quelle cose lì. A prescindere dal luogo fisico, “casa” è prima di tutto un luogo mentale. Invitarci qualcuno è uno step importante per un rapporto: in qualche modo significa accogliere l’altro nel proprio mondo e quanto è bello aprire la porta a un amico che magari bussa con i piedi perché ha in braccio un profumato vassoio di pasticcini e risate da condividere!

Immaginiamoci per una sera ospiti di Cristina che vive addirittura tra le colonne di piazza San Pietro, oppure di Francisco che dorme nelle piazze di Quixadà in Brasile, o andiamo a casa di Luciano se vogliamo restare in zona, la cui camera da letto è un angolo della stazione Tiburtina.



In Italia i senzatetto superano le 50.000 unità e dal 2020 sono in crescita. Una vera e propria società parallela, contemporaneamente dentro e fuori ogni città, sotto gli occhi di tutti eppure invisibile. Quante volte si passa letteralmente sopra a un senzatetto? Ecco, pulendoci prima bene le scarpe sullo zerbino, proviamo a entrare nell’umanità di questo mondo altro, chiudendo dietro di noi pregiudizi e paure.

Ci accompagnano Don Carlo De Dominicis, responsabile su Roma delle attività della comunità Nuovi Orizzonti, tra cui proprio Angeli nella Notte che porta conforto ai senzatetto, e un volontario che per motivi di privacy battezziamo Giorgio. Il dialogo con entrambi si è aperto con una domanda elementare: chi abita la strada?

Ecco, se vi aspettate un identikit, sarete delusi: non c’è spazio per le categorie e i compartimenti stagni nelle parole di Don Carlo. Ci sono nomi, storie, sentimenti, ferite. L’unico dato di comunanza è un vissuto di esclusione. Dalla propria famiglia, dal proprio paese, anche dalla propria personalità.

Non si può certo nascondere dietro qualche sentimentalismo lo stato di profondo disagio che permea le vite di queste persone, un disagio che fuori dai binari della protezione sociale ha modo di ingigantirsi ed esprimersi senza freni. Così ogni condizione psichica viene spesso esasperata in questi individui lasciati in balìa di se stessi.

Prima dell’incontro non manca, quindi, un senso di paura di ciò che potrebbe fare qualcuno che non ha niente e niente da perdere, ma anche tramite la cornetta le parole di Don Carlo arrivano calde quando ripercorre le storie più significative della sua esperienza. È bello poter sottolineare la dimensione dell’incontro bilaterale che si attua durante Angeli nella Notte: i volontari sono certi che la gioia che vogliono donare gli rimbalzerà indietro.

Con una voce entusiasta ci consegna la storia di Marco, un uomo fuggito dalla guerra in Iraq, isolato e depresso, affamato. Quando i volontari gli hanno portato la buona novella, lui si è messo in fila per l'eucaristia e testimoniava commosso un senso di profonda sazietà. Da allora – continua ritmato Don Carlo – la vita di quest’uomo è proceduta diversamente, anche se per poco (è venuto a mancare poche settimane fa), ma la bellezza di quella sazietà vive nel cuore di chi l’ha conosciuto, di chi l’ha visto.



Qui risiede il senso di Angeli nella Notte che non è una “mera” evangelizzazione, fatta di solo di parole o di Parola, ma un esserci, elevando con delicata determinazione lo sguardo di queste persone dai piedi che li evitano a occhi che vogliono guardarli. E in quel contatto, così presente, restituirgli la dignità di uomini e donne oltre l’etichetta.

Dopo la prima domanda, il dialogo con Don Carlo procede serrato tra testimonianze e riflessioni: è stato interessante approfondire la dimensione di vergogna che si prova a dover vivere per strada e del senso di impotenza che si prova a tornare nel proprio letto dopo che Cristina, una donna di 60 anni, ti fa presente di non poter fare pipì perché è freddo e le gambe non ce la fanno più ad abbassarsi.

Molti si assolvono, spacciando la propria condizione per un pellegrinaggio spirituale come a voler camminare sul fondo che hanno toccato per abitarlo il più dignitosamente possibile. Gli “angeli nella notte” fanno questo: accomodarsi per una sera su tale fondo, sulla casa di queste persone e prestare attenzione con le mani, con le orecchie, con gli occhi alla ricchezza spirituale di chi è povero materialmente.


A casa di queste persone Giorgio bussa con i piedi. In braccio un vassoio di pasticcini e una chitarra per condividere una serata di dolcezza con gli abitanti della stazione Termini. Gli abbiamo chiesto cosa si aspettasse da quegli incontri e la risposta è stata netta: “Mangiare insieme in semplicità”, proprio come un amico che non ha la pretesa di salvarti da un problema, ma sa come farti stare meglio.

Con una tenerezza tangibile anche per telefono, Giorgio ha un vocabolario tutto sensibile (nel senso più letterale di “percepibile attraverso i sensi”): i suoi racconti sanno di crema, suonano di canzoni allegre e stringono come abbracci. Una vera comunione che riunisce attorno a un “come stai?” vite sbriciolate.



Con una naturalezza sorprendente, alla domanda “hai paura di questi incontri?” lui risponde sì. Ma non paura di loro, bensì del loro dolore, costipato dietro una bocca che di solito si apre solo per divorare quel che basta per sopravvivere. Quando Giorgio chiede come sta Paolo, familiare abitante della stazione, non ha paura di lui, ma di non riuscire a raccogliere tutte quelle lacrime che è pronto a riconoscere. In questo modo la vergogna che Marco, Cristina, Paolo possono provare per essere stati costretti a scegliere la strada come unica via d’uscita, non diventa umiliazione nell’essere calpestati dall’esterno, da noi che dietro un “chi è causa del suo mal pianga se stesso” ci sentiamo superbamente più degni di essere dall’altro lato della stazione, quando forse siamo semplicemente più fortunati.


Inizialmente ci chiedevamo se la strada fosse una scelta, dettata da qualche refuso “hippie” e magari collegata a una qualche opposizione consapevole a uno status quo a volte soffocante, se ci fosse in qualcuno una reminiscenza recondita al nomadismo dei primi uomini, se ci fosse qualcosa che ci permettesse di “salvarci” in quanto complici di una società che va sempre più di fretta, che consuma qualunque cosa e prosciuga ogni risorsa, buttando via chiunque non sappia stare al passo.

Non si può pretendere di fermare questa corsa e sono sempre più rari gli eroi che lasciano tutto per dedicarsi agli ultimi, ma queste testimonianze ci insegnano come sia possibile almeno rallentare per vedere e accettare l’esistenza di ogni umanità, anche quella nascosta sotto cumuli di cartoni. Come dice papa Francesco, ogni ipocrisia può crollare nel semplice gesto di non ritirarsi nel toccare la mano di chi chiede l’elemosina, avendo la tenerezza di donare del pane in quel tocco che sappia saziare l’animo di quella persona, non solo lo stomaco, proprio come una cena a casa di amici.

Essere di casa è un sommo esempio di amicizia; essere di casa a chi una casa non ce l’ha è, invece, di un’umanità altissima.


Benedetta Marinelli

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