• Silvia Santorsa

I PAGLIACCI NON FANNO PIÙ RIDERE

Aggiornamento: 25 lug 2021


Coulrofobia. No, non è una parolaccia. E no, non è uno scioglilingua, anche se lo sembra. È una parola dall’articolazione complessa che proviene dall’antica lingua greca, nella quale gli incontri consonantici sono frequentissimi. Allora ricorriamo all’arma sovente sfoderata dai classicisti: l’etimologia. “Coulrofobia” deriva dall’unione della parola κωλοβαθριστής, ossia “colui che cammina sui trampoli”, con φόβος, “paura”. Dunque, la coulrofobia è la paura di colui che cammina sui trampoli, un personaggio legato alla cultura dello spettacolo circense che nell’immaginario collettivo è di norma associato al clown.

Sì, proprio così, i clown. Naso rosso e rotondo, viso pallido, parrucche colorate. L’informazione non fa scalpore, né stupisce noi moderni, abituati a queste figure rappresentate spesso losche nei racconti e nei film horror. Tuttavia, in quanti conoscono a fondo questa fobia? Chi ne ha indagato le cause? Chi riconosce i meccanismi psicologici che entrano in ballo nella nostra mente? Gli esperti hanno conferito un nome specifico alla molla che scatta quando si vede un clown: uncanny valley, valle perturbante. Al di là di denominazioni più o meno orecchiabili, spieghiamo di che cosa si tratti brevemente.


Formulata per la prima volta nel 1970 dallo studioso giapponese Masahiro Mori e pubblicata sulla rivista “Energy”, questa ricerca sperimenta le reazioni di un campione di persone dinanzi a robot o, più in generale, a esseri antropomorfi. Si è notato che l’aumento della somiglianza alla figura umana era direttamente proporzionale alla crescita di entusiastico benessere e di intima familiarità. Tuttavia questa curva crescente si interrompe bruscamente e cala a picco quando la somiglianza sfiora l’estremo realismo, provocando nell’animo del campione analizzato sgomento e irrequietezza repulsiva.

Credo sia necessaria un’apologia della paura: essa è un istinto innato, appartiene alle cosiddette “emozioni primarie”, cioè emozioni che siamo in grado di percepire a partire dalla nascita, come anche la felicità o la tristezza.



La paura, seppur sia temuta (non è un vero e proprio gioco di parole), è una delle sensazioni fondamentali per le interazioni tra uomo e ambiente nell’ambito specifico della lotta alla sopravvivenza. In quanto emozione, essa risulta da un rapporto di causa/effetto: è la risposta a uno stimolo esterno percepito come potenziale minaccia, come danno evitabile.


In che cosa si distingue, allora, la paura dalla fobia? La paura sfocia in fobia quando è talmente lesiva verso chi ne soffre da condizionarne la vita e quasi soffocarne ogni altro aspetto. La condizione più comune è l’“evitamento”, un vero e proprio comportamento di difesa che ha come fine ultimo di allontanare il più possibile il soggetto dall’oggetto temuto, con l’inevitabile conseguenza che la pericolosità della situazione perturbante viene sovrastimata.

Nella psicopatologia si definisce “fobia” uno stato dell’io non del tutto incastrato e amalgamato con l’ambiente che lo circonda; in psicoanalisi si attribuisce il suo insorgere a un processo di rimozione di un evento traumatico, che viene traslato su una situazione o un oggetto verso il quale la patologia si manifesta. La fobia è per definizione irrazionale e persistente, tale che risulta totalmente paralizzante: svincoliamo anch’essa dallo stigma sociale che quasi tutti i disturbi mentali portano con sé.

La figura del clown malefico, tuttavia, ha radici ben profonde, radicate nel XIX secolo. È affascinante notare come tutte le narrazioni sembrino rifarsi a eventi o a soggetti reali: Charles Dickens, nel suo Il circolo Pickwick del 1836, mostra di essersi ispirato a Joseph Grimaldi, attore e danzatore britannico, famoso per essere l’archetipo del clown moderno. Anche Edgar Allan Poe nel racconto Hop-Frog del 1849 si rifà a una tragica vicenda trecentesca di un evento a corte, durante il quale gli ospiti andarono a fuoco per via di materiale combustibile. E va ricordata anche Pagliacci del 1892 di Ruggero Leoncavallo. Nel Novecento – per la precisione nel 1978 – un avvenimento eclatante sconvolse gli Stati Uniti d’America: l’arresto di John Wayne Gacy, il killer clown, condannato a morte per aver ucciso trentatré adolescenti maschi. Secondo alcuni, Stephen King vi si ispirò per la stesura del suo best seller.

Si sa, i grandi maestri dell’horror amano sfruttare le debolezze dell’animo umano per impressionare gli spettatori, arrivando a toccare tasti che agli occhi di alcuni possono sembrare ridicoli.

È il caso de Gli uccelli di Hitchcock, che sfrutta l’ornitofobia. Così anche la coulrofobia è stata sfruttata a fondo ed è diventata un topos a partire da un anno ben preciso: stiamo parlando del 1986, quando fu dato alle stampe il romanzo che rese celeberrimo il Maestro dell’horror, Stephen King. Ambientata a Derry, immaginaria cittadella nel Maine, la complessa e articolata vicenda di It narra di questa multiforme entità che si scontra con il gruppo dei protagonisti – denominato “gruppo dei perdenti” – in due bienni diversi, una prima volta nel 1957-1958 e una seconda nel 1984-1985.



La narrazione è frastagliata in molteplici e proteiformi incontri ravvicinati tra i personaggi con quest’essere, tra i quali il più affascinante è sicuramente quello che coinvolge il bambino di sei anni Georgie Denbrough con il clown Pennywise (il “pagliaccio ballerino”) per il crescendo di pathos.


L’autore ha messo a nudo il suo genio in un’intervista che ci illumina sulle circostanze da cui questa celeberrima figura è scaturita: King ci dice, infatti, che l’input per scrivere il romanzo fu innescato nel 1978, attraversando un ponte di legno al tramonto nel Colorado, quando, udito il suono dei propri stivali, ipnoticamente fu richiamata alla sua mente la favola dei “Tre capretti furbetti” che si imbattono in un troll. Più tardi, nel 1981, sviluppò quella suggestione in un racconto che avesse come protagonisti dei bambini e quindi, immedesimandosi nelle fobie e nelle ammirazioni dei suoi personaggi, creò Pennywise: «Che cosa spaventa i bambini più di ogni altra cosa al mondo? E la risposta è stata: un clown! [...] Così, ho creato Pennywise.» (S. King).

La rivista inglese Bustle, rifacendosi al detto britannico Penny wise, pound foolish, interpreta il nome del famigerato clown come un’esortazione ai bambini a guardarsi le spalle, a essere cauti. Credo basti accennare al fatto che i libri hanno ispirato ben due film campioni di incassi nel 2017 e nel 2019, nel primo dei quali la scena più apprezzata dal pubblico e più ripresa anche nelle parodie è stata proprio l’incontro tra Georgie e Pennywise. Stephen King ha dedicato la storia ai suoi figli, asserendo:


«Il romanzesco è la verità dentro la bugia e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste».


Silvia Santorsa

115 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti