• Micol Mancini

IL CIRCO DI FEDERICO FELLINI

La produzione felliniana è caratterizzata da quella flebile linea, che l'ha resa così iconica, tra realtà e finzione, tra sogno e veglia, tra idea e materia. E in questa dimensione sospesa e complessa non manca uno spiccato gusto per il macabro e il grottesco, elementi che vanno a confondersi nella vivida rappresentazione di una calma apparente.

Sebbene il Maestro sia ricordato per tematiche quali l'infanzia, l'educazione cattolica, il sogno e i problemi psicologici si evince come all'interno della sua ideologia sia perseguibile una linea netta e marcata che traccia un punto di congiunzione tra le opere: tra le fonti di ispirazione del genio felliniano emerge, infatti, l'arte circense. Quest'ultima diviene un efficace strumento per conoscere l'umano nella sua interezza, libero e nudo con le sue inquietudini, preoccupazioni e desideri.


Il primo incontro di Fellini con il circo avviene intorno al 1927, alla tenera età di sette anni. A Rimini nel piazzale davanti la prigione, al confine della città, sono infatti soliti stabilirsi i circensi con i loro voluminosi tendoni. Qui il piccolo Federico, nell'esuberante sfilata di colori, suoni, luci e maschere, ha come un'epifania:


«Questa ebbrezza, questa commozione, questa esaltazione, questo immediato sentirmi a casa mia io l'ho provato subito, la prima volta come sono entrato sotto la tenda di un circo».


Le parole del Maestro mostrano la condizione di un bambino già grande che, nella sua genuinità, si trova coinvolto in un mondo ruggente, folgorante, quel mondo che, anni dopo, diventerà caposaldo fondante del suo lavoro, della sua vita. Questo suo primo incontro si riflette nel documentario I clowns, un magistrale esempio di ispirazione e creatività: l'opera appare esente da qualsivoglia etichetta e l'artista, leggero e svincolato, non teme di commettere passi falsi. Per la sua realizzazione Federico aveva frequentato illustri famiglie che lavoravano in questo ambito, mostrandosi completamente rilassato e a proprio agio.

La controversa dimensione circense diviene pretesto per ripercorrere il proprio vissuto, ponendo in prima analisi il rapporto con la memoria stessa dell'autore. Si apre così un dialogo tra presente e passato, una dicotomia che recide la nostra contemporaneità dividendo gli uomini tra Augusti e Clown Bianchi. Ma, se i secondi si differenziano dai primi per la diversa condizione elitaria, entrambi si ritrovano inevitabilmente in balia di un unico e imprevedibile destino.




I clown dalle loro maschere vivaci e grottesche diventano in Fellini metafora esasperata dei vizi, delle sfortune e delle inquietudini dell'animo umano. Queste figure, insieme a trapezisti e saltimbanchi, trovano largo spazio nella sua produzione. Ne La strada diviene iconica la rappresentazione di Gelsomina: una ragazza ingenua, fragile, a tratti patetica e disturbante che rievoca la naturale nostalgia della dimensione infantile e fanciullesca.

Se le suggestive rappresentazioni circensi immergono lo spettatore in un panorama gioioso e variopinto, la vita degli uomini che ne sono coinvolti risulta più grigia di quanto la si possa immaginare. Ed è proprio questo l'aspetto che le opere felliniane vanno a indagare: la fascinazione dello spettacolo edulcora l'aspro e cinico sapore del mondo dietro il palcoscenico, mostrando efficacemente l'altalenante senso di estraneità che separa le apparenze dalle inevitabili e naturali fragilità umane.




Anche la sceneggiatura riprende inevitabilmente la logica del “pagliaccio”: come lo show di quest'ultimo si attua nella casualità del momento, le scene realizzate dal regista si aprono in un istante atemporale, senza preavviso, in maniera del tutto naturale e involontaria. Le rappresentazioni, fino agli inizi degli anni Ottanta, si muovono nel costante binomio tra stanzialità e nomadismo: i personaggi felliniani sono dei randagi, degli sventurati, anime raminghe in viaggio o in procinto di farlo. L'autore non si esprime riguardo il loro vissuto, ma resta imparziale, limitandosi a narrare lucidamente le loro storie.

Il mondo del circo, in tal senso, abbandona la sua venatura goliardica e gioiosa e si veste di malinconia, reputata dal Maestro «uno stato d'animo nobilissimo, il più nutriente e il più fertile». Tale disincanto si incarna nel personaggio di Giulietta Boldrini - interpretata da Giulietta Masina, la stessa che ha dato vita a Gelsomina - in Giulietta degli spiriti: qui la protagonista, come se assumesse le sembianze di un clown tragico, si immerge in un panorama nostalgico, rifiutandosi di affrontare le crude responsabilità dell'età adulta.




Fellini è quello che oggi viene ricordato grazie al contatto con la cultura popolare: un universo vastissimo e variegato che porta alla luce il celato, il proibito e il rimosso senza censure:


«La scelta del diverso, del marginale, dello strano, del matto, dipendeva un po’ dalle cattive letture e poi da una mia inclinazione alle forme dello spettacolo popolare – e al circo equestre come la più popolare di tutte. Lì l’estremo, l’eccesso, il fenomeno sono di casa e all’estremo c’è il vagabondo, proprio quello di Chaplin, caricatura di un personaggio tra l’angelico e il feroce. C’era in me una simpatia per queste figure sulla quale non riesco a far luce, se non tornando ai ricordi di infanzia, al “Corriere dei Piccoli”, alla grande seduzione esercitata su di me da Bibi e Bibò, da Arcibaldo, da Fortunello. Credo che Gelsomina, Cabiria e in generale l’aspetto clochard e clownesco, la simpatia per quei personaggi e per quelle storie abbiano appunto queste matrici: il “Corriere dei Piccoli”, “Il circo” di Chaplin, Dickens, Pinocchio, senza tentare interpretazioni più sottili che non mi appartengono. Questi sono stati i miei angeli custodi, le fonti delle mie aspirazioni».

Micol Mancini


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