• Benedetta Marinelli

IL POETA IMPANICATO / Come liberarsi dall'insicurezza

Ogni secolo ha avuto il suo “male”.

Chateaubriand, fondatore del Romanticismo francese, nell’800 eleggeva a male del suo la malinconia da cui nasce l’inquietudine romantica dell’eroe.

Nel ‘900, il male del secolo è la depressione ad accomunare, nella malattia, artisti, operai, medici.

Nel primo ventennio del nostro secolo non possiamo ancora sapere quale sarà il nostro male ma, ad oggi, “ansia” è una parola immancabile in bocca e una sensazione immediatamente riconosciuta da chiunque.


L’Ansa registra, al 2019, che su 700 persone il 79 percento afferma di aver avuto un attacco di panico nell’ultimo mese e il 100 percento di aver provato forte apprensione riguardo ad avvenimenti e preoccupazioni riconosciuti come “piccoli”.

Inutile specificare che la pandemia sia stata un lievito molto attivo (sicuramente più presente dell’introvabile lievito di birra) nell’accrescere queste statistiche.

La sintomatologia è contenuta nella parola stessa: ansia viene dal latino “Angere” che significa “stringere, costipare”. Chi prima di un esame non si è sentito avvinghiato dalla più popolare “strizza”?



Fisiologicamente il corpo si contrae, irrigidendo i muscoli e chiudendo stomaco e alveoli, ne consegue un senso di soffocamento che genera tremore e palpitazioni. Mentre la mente turbina insieme a vortici di pensieri convulsi, il corpo si blocca e non esagera chi descrive una crisi d’ansia come l’esperienza più vicina che ci sia alla morte.

L’attacco di panico, ovviamente, è solo la cima di una piramide sentimentale che ha alla sua base l’ insicurezza. La crisi è la risposta alla paura di ciò che non possiamo controllare (o che crediamo di non poter controllare), la vertigine sul bordo degli eventi, intrappolati tra i due muri delle congiunzioni “e” e “se”.

Lo stile di vita propinato dai social, che ci vorrebbe sempre in vetrina, di certo non aiuta: gli standard (dell’apparenza) continuano ad alzarsi e non si riesce a stare al passo.

E se non sono all’altezza? E se non sono capace? E se faccio brutta figura? E se, e se, e se.

Forse risiede qui il germe dell’ansia, quella che attanaglia e blocca proprio nel bel mezzo di un passo avanti, magari del passo avanti della vita.

Fermarsi sul più bello è proprio un peccato.

Il sommo poeta, di cui celebriamo il settecentario dalla morte, in quell’opera assoluta che è la Commedia, parla anche di insicurezza: la prova lui stesso, più volte, e non esita a classificarla come il peggiore dei peccati.



Ma attenzione, perché la pusillanimità dantesca (let.“piccolezza d’animo” nel senso di coraggio infimo, paura) è un “peccato” non nell’accezione di peccatum latino (da cui proviene direttamente la nostra parola) che significa “infrazione della legge” e nemmeno nella sfumatura greca di amartìa che rimanda ad un “errore, bersaglio mancato”.

Il significato profondo di questa parola risiede nel suo originale ebraico: khed’e indica qualcosa che non raggiunge la meta, qualcosa di incompiuto.

Ogni volta che l’insicurezza e la paura ci bloccano (più o meno fisicamente) dal vivere pienamente, si consuma un khed’e, che, se protratto a stile di vita, degenera nell’ignavia: l’indolenza, la pigrizia ovattata di chi resta immobile.


La pena riservata ai pusillanimi è probabilmente la peggiore in quanto non merita nemmeno un “luogo” dove essere scontata. Mischiati agli angeli caduti che non si schierarono nella guerra tra Dio e Lucifero, coloro che vissero “sanza infama e sanza lodo” (Inf.III, v.36) si trovano nell’anti-inferno, perché al loro cospetto anche i peggiori assassini si sentirebbero orgogliosi.

Il famoso “guarda e passa” si riferisce proprio a loro, quelli che, per ansiosa pigrizia, non agirono mai, né nel bene né nel male.

Non è un caso che il primo incontro del poeta nell’oltretomba sia proprio con “questi sciaurati, che mai non fuor vivi” (Inf.III v.64); uscendo dalla porta dell’Inferno e tornando al secondo canto, vediamo Dante tutto umano, tutto tremante sul bordo vertiginoso del viaggio che sta per iniziare.


Sopraffatto dalla missione che ha appena appreso di dover compiere da Virgilio, il poeta, rimpicciolito nell’animo, si prepara a “sostener la guerra sì del cammino (gli ostacoli esterni) sì della pietate (angoscia provata nel vedere e ricordare il viaggio)” (Inf.II, vv3-4)

E se la mia memoria mi tradirà? E se le mie capacità non saranno sufficienti? E se non sarò all’altezza dei miei predecessori?

L’ansia di Dante cresce a dismisura, fino a mettere in dubbio la volontà stessa di Dio nel perpetrare quel viaggio, efficacissima immagine che rende perfettamente l’idea di quanto gigante possa apparire l’insicurezza verso ciò che non dipende da noi.


Al poeta impanicato (per usare la vulgata dei nostri giorni) risponde il maestro. Virgilio comprende lo stato d’animo di Dante, riconosce la “viltate” che offende il suo spirito e “ingombra”, impedisce, il suo avanzare proprio quando è chiamato a cose grandi.



Lo vede chiaramente imprigionato da pensieri incosistenti, come un cavallo che imbizzarrisce per paura di un’ ombra inesistente.


"l’anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l’omo ingombra sì che d’onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand’ombra." (Inf.II vv.45-48)


Il duca empatizza con il suo accompagnato e lo rassicura raccontandogli delle sedi e delle anime da cui proviene la sua missione e, non rivelandogli nulla di ciò che accadrà, lo invita a concentrarsi sulla possibilità, offertagli gratuitamente, di ritrovarsi dopo essersi perso.

Gli psicologi, sulla base della programmazione neuro-linguistica, consigliano a chi soffre di crisi d’ansia o a chi si trova a gestire una crisi altrui, di ripetere espressioni di incoraggiamento, con tono calmo e sicuro, finché il respiro del paziente non rallenta, permettendo ai muscoli di rilassarsi, di allentare la stretta, di riprendere il controllo.


La soluzione definitiva all’ansia non esiste, inibire le sinapsi che generano la contrazione non si può attraverso la chimica ma tramite la risoluzione dell’istanza del controllo: accettare e riconciliarsi con l’idea che qualunque situazione, dalla più brutta alla più sognata, ci troverà comunque come “reattori” attivi nella sua evoluzione. L’immobilismo dell’ignavia rimane una scelta (da non compiere).



Tornando sulla soglia dell’avventura più avvincente della storia della letteratura, è bello immaginare il grande poeta che, ad ogni parola del suo maestro, recupera un respiro finché, rinfrancato, si lascia invadere da un rinnovato coraggio: un Dante che pian piano espira, inspira e ancora oggi ispira tutti coloro che si fermano, certo, ma sapranno ripartire.


Benedetta Marinelli

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