• Silvia Santorsa

IL VOSTRO CUORE NON SIA TURBATO / Abbiate fede nei vaccini, e abbiate fede anche nella scienza

Siamo a cavallo tra il 1500 e il 1600 e conosciamo tra le cattedre accademiche il padre della scienza moderna: Galileo Galilei. Nato a Pisa il 15 febbraio del 1564, gravitò, dopo gli studi pisani, tra il Veneto e la Toscana, soggiornando e insegnando a Padova (recandosi spesso a Venezia) e Firenze, sotto il granduca mecenate Cosimo II de’ Medici. L’aspetto più interessante per noi della sua poliedrica personalità e della sua vita è il dissidio con la Chiesa, per il quale fu condannato ad abiurare dopo un secondo processo il 12 aprile 1633.



Le radici di questo scontro sono epistemologiche e riguardano in particolare il modo di intendere la conoscenza e la scienza in un’ottica più generale. All’epoca di Galilei si era aperta una questione teologica tra cattolici e protestanti da un lato e copernicani dall’altro, ma anche una discussione in seno al gruppo dei copernicani stessi: infatti, seguendo la scia di Andrea Osiander, alcuni avevano, seppur accreditato il modello copernicano, ridotto tale visione a un mero insieme di calcolo per fare previsioni e non a una descrizione veritiera della realtà astronomica. Tutto ciò sarà ricordato nel processo contro Galilei, nella lettera del cardinale Bellarmino al Foscarini:

«Primo, dico che V.P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico».

Ma quale atteggiamento storico non permetteva di accogliere con entusiasmo intellettuale le nuove conoscenze scientifiche? La teoria dell’eliocentrismo era contrastante con le parole delle Sacre Scritture, viste come detentrici della verità assoluta. Ci si trovava dinanzi a una lotta titanicamente antinomica tra la scienza e la fede come strumenti per giungere alla via della verità. Il tema non era una novità, ma non era mai stato così vivacemente sentito. Già tra i primi padri della Chiesa serpeggiava la necessità di coniugare il dettato teologico con l’attività filosofico-scientifica, basata non sul credo, ma sul raziocinio. Sant’Agostino, nel dettaglio, elabora la teoria comunemente definita “terza navigazione”, sintetizzata nella massima credo ut intelligam, intelligo ut credam: fede e ragione ritagliano ciascuna un posto accanto all’altra. Un’altra importante dissertazione sul medesimo argomento fu condotta da Tommaso d’Aquino con i suoi preambula fidei e la sua visione della philosophia ancilla theologiae, asserendo fermamente la supremazia della fede sulla ragione. L’azione di Galilei, tuttavia, va inquadrata nel contesto rinascimentale, che portò con sé una visione antropocentrica per cui la proiezione nella vita dopo la morte perde il suo charme. È un periodo in cui teologi e religiosi temevano che, dando sempre maggiore indipendenza e autonomia alla scienza, essa potesse corrompere la moralità e i costumi dettati dalla Chiesa. Ma dobbiamo ricordare che Galilei stesso è stato educato in ambiente religioso e non volle mai negare che la teologia fosse un tesoriere inesorabile di verità inerenti a precise questioni.



Una frase, divenuta proverbiale, ma che sembra non esser mai uscita dalla bocca del Galilei, è “Eppur si muove!”. Viene comunque riportata dal drammaturgo tedesco Bertolt Brecht nella sua celeberrima Vita di Galileo, nella quale, tuttavia, è inserita in una filastrocca pronunciata dal bambino Andrea Sarti. Questo piccolo libricino teatrale è un’eco non tremula dell’importanza della figura di Galilei, anche nella cultura e nella concezione di scienza moderna. Dato che la prima stesura risale al 1938, la critica dell’autore strilla contro l’uso improprio dei progressi scientifici nella costruzione dell’armamentario bellico. Si proclama, allora, la libertà e autonomia della scienza, volta solo a migliorare la vita degli uomini, in polemica con l’uso a Brecht contemporaneo, come si evince dall’ultimo monologo di Galilei:

«Se gli uomini di scienza, intimiditi dai potenti egoisti, si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andare del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dalla umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande che, un giorno, a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale».

L’opera, tuttavia, lasciando l’amaro in bocca, fa intravedere uno spiraglio finale, la luce in fondo al tunnel, con il passaggio delle teorie galileiane in Olanda a opera dello stesso Andrea Sarti perché, come diceva Dalla, «il pensiero, come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare».

Il progresso non può esser arginato, come un fiume in piena progredisce, seppur tra innumerevoli e indicibili sviste dei politici e dei comuni cittadini, e il caso lampante nell’ultimo periodo riguarda la questione dei vaccini per raggiungere l’immunità di gregge e sconfiggere questa disastrosa pandemia. Non soltanto stiamo assistendo all’ennesimo miracolo scientifico, essendo passato così poco tempo dall’individuazione dell’antigene all’elaborazione del vaccino, ma osserviamo anche la presuntuosa incoscienza di chi rifiuta di vedere la questione sotto una lente obiettiva: non si sta parlando di una fiducia cieca e smisurata nella scienza, ma di fidarci dei nostri occhi, come faceva Galilei con il suo preziosissimo cannocchiale. È stata dimostrata un’intima corrispondenza tra l’autorevolezza della scienza e della medicina e la fiducia nei vaccini nei paesi meno sviluppati, nei quali si muore ancora per malattie da noi banalmente immunizzabili; nelle nazioni più ricche e sane, invece, si tende a traslare lo scontento politico sulle campagne vaccinali, creando una mistione quanto mai insana. Molte delle titubanze sui vaccini sono legate a fake news, fenomeno in maggiore crescita sui social in tempo di allarmismo: esse servono a creare dicotomie sempre più esacerbate all’interno del dibattito sociale stesso.



Per far fronte a questa traboccante problematica dell’era contemporanea si può sperare solo nella sensibilizzazione di massa: episodio ben impresso nella memoria mediatica è quello della vaccinazione antipolio di Elvis Presley nel 1956. Ora c’è da chiedersi: se grazie al re del rock’n’roll i casi di poliomielite negli USA diminuirono vertiginosamente, perché si sono smossi ridicoli polveroni su Chiara Ferragni e Fedez che raccomandano, sotto richiesta di Conte, ai giovani di usare le giuste precauzioni contro il covid-19?


Silvia Santorsa


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