• Simona Di Francesco

INTERVISTA A MR. PISKV

“Amo potermi rapportare con la gente e con il contesto urbano, ispirare chi guarda una mia opera (sia esso un bambino o un anziano). Amo regalare o restituire qualcosa alla comunità.”


Partiamo da una domanda semplice e immediata: Mr. Piskv è la tua firma, il tuo nome d’arte. Come nasce questo nome?


Il mio nome d’arte è Piskv (si legge “Piscu”) e ha una storia abbastanza strana che conoscono in pochi. È un nome attribuitomi ai tempi delle scuole medie: durante una partita di calcetto un compagno di squadra, amico di amici, mi chiamò dialettalmente “Pisculì”, pensando che il mio cognome fosse Pisculicchi (o qualcosa del genere). Da quell’episodio tutti iniziarono a chiamarmi Piscu. Nello stesso periodo cominciavo ad approcciarmi all’arte dei graffiti e cercavo un nome da far mio per i miei tag. “Piscu” non mi dispiaceva e lo modificai in “Piskv” per renderlo più accattivante, dove la “u” diventava “v” come tributo alla cultura romana e latina (amavo particolarmente Roma anche se ancora non ci vivevo).

P.S. Nel mio paese d’origine, Canosa di Puglia, quasi tutti hanno un nomignolo di fantasia o di derivazione dialettale che gli/le viene attribuito un po’ per caso.



Sei laureato in Architettura. A che punto della tua vita hai capito di voler scrivere sui palazzi anziché costruirli? La tua formazione di architetto come influisce sul tuo lavoro? C’è stato un momento in cui hai pensato che un istituto d’arte ti avrebbe aiutato di più?


Sono laureato in Architettura perché amo tantissimo la materia: infatti, non penso di averla mai abbandonata e la porto con me in ogni progetto. Dell’architettura amo la parte creativa, la composizione, la progettazione ed è lo stesso per i miei lavori artistici. Quest’ultima fase è sicuramente quella che preferisco perché la realizzazione la percepisco come un momento direttamente conseguente e abbastanza meccanico: basta seguire precisi schemi, regole, un pizzico di improvvisazione, ma il disegno è già lì, pronto nella tua testa. L’approccio architettonico mi aiuta molto. Non ho mai pensato di frequentare un istituto d’arte perché la mia formazione è sempre stata da autodidatta: è la curiosità che mi spinge. Anche al liceo ho frequentato lo scientifico. Inoltre, gli artisti che mi hanno sempre ispirato sono tutti autodidatti, partiti dalle strade senza schemi mentali, che hanno fatto arte a partire dalla propria ricerca e dai propri bisogni.



Lavori principalmente su commissione? Quali enti richiedono questo tipo di prodotti artistici?


In realtà, la maggior parte dei miei progetti sono frutto di mie idee che sono riuscito a realizzare, con o senza sponsorizzazioni, ma è anche vero che ultimamente mi sta capitando di lavorare molto su commissione (forse perché i vari clienti hanno iniziato a capire e ad apprezzare il mio linguaggio che si fa sempre più identitario). Questa è una cosa positiva, dal momento che mi lascia ampia libertà sulla progettazione e soprattutto mi mette in contatto con realtà che stimo e con cui il feeling è immediato. Se così non fosse, non ci sarebbe motivo di collaborare ed è anche per questo che sono molto selettivo nella scelta dei lavori che mi vengono proposti: mi capita spesso di rifiutare delle offerte perché non reputo quel progetto conforme alla mia ricerca artistica o magari perché completamente sconnesso con ciò che sto creando in quel periodo. Ciò vuol dire che il committente è arrivato a me o per puro caso (non conoscendo il mio background) o semplicemente ha un pensiero troppo diverso dal mio. In queste condizioni diventa difficile partorire un lavoro valido e per me la qualità del progetto è sempre la prima cosa.



Come nascono e si sviluppano i tuoi progetti? Hai un tuo spazio di lavoro o tutto si svolge direttamente “su strada”?


Le mie realizzazioni, in particolare quelle su strada, nascono in rapporto al contesto e questo è sicuramente quello che più caratterizza il mio approccio “architettonico” alla materia. Osservo tantissimo lo spazio che mi circonda e da questo faccio partire le direttrici dei miei lavori: il mio ultimo progetto al playground di San Lorenzo, ad esempio, nasce proprio dall’aver esaminato attentamente la forma ellittica del parco all’interno del quale ho voluto inserire la planimetria del Colosseo. Anche le forme dinamiche che circondano il giocatore provengono dalle direttrici delle strade circostanti. A volte il contesto da osservare è quello socio-culturale e, in tal caso, è lo studio della storia del luogo che ispira le mie creazioni. I miei lavori, quindi, nascono dall’analisi sul campo, si sviluppano poi in studio dove elaboro le bozze (sia a mano che in digitale) e infine ritornano nel posto a cui appartengono: la strada.



Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?


Tutto ciò che mi circonda è grande fonte di ispirazione. Osservo attentamente ogni singolo elemento per coglierne al massimo i dettagli, le forme, i colori. Sicuramente studio molto anche i miei colleghi artisti, in particolare quelli che lavorano nel contesto urbano, e come interpretano la materia. C’è sempre da imparare dagli altri. Guardo anche agli artisti del passato che mi piace studiare e comprendere: preferisco movimenti quali cubismo, futurismo ed espressionismo che sento tanto vicini a me. Inoltre amo la figura di Basquiat, il suo linguaggio, la sua poetica.



La street art nasce in un ambiente urbanisticamente moderno come quello americano. Come si rapporta questo tipo di arte con l’urbanistica italiana?


La street art credo nasca più in relazione alla necessità di esprimere qualcosa, un messaggio, piuttosto che a un luogo specifico. Nella sua accezione più contemporanea nasce negli Stati Uniti insieme al movimento hip hop perché a esso è strettamente legata, ma, se ripercorriamo le tappe storiche, ci rendiamo conto di come la decorazione murale esista sin dall’alba dei tempi e indifferentemente in ogni luogo. Ed è proprio per questo che può manifestarsi ovunque e mantenere dei caratteri peculiari in qualsiasi regione del mondo: lo stile “americano” è riconoscibile come quello “latino” o “asiatico”, “giapponese”, “europeo” e così via. In Italia è affascinante notare come la street art abbia preso piede anche nei comuni piccoli, in cui il tessuto urbano è molto più complesso e caratteristico. Per questo l’arte che ne deriva è anche il frutto di una più accurata ricerca storico-culturale. I lavori nei paesini, nei borghi, tra le viuzze sono quelli che più mi colpiscono: sono una rarità nel panorama globale.



Cosa diresti a chi sostiene che con l’arte non si mangia?


Chi dice questo probabilmente non ha mai approfondito la materia o si ferma ad analizzare il settore in maniera troppo semplicistica e generica. A queste persone risponderei che le declinazioni dell’arte e della creatività sono infinite e sta alla capacità individuale sapersi imporre sul mercato e guadagnare per viverci. Può risultare più difficile agli inizi perché molto spesso si svolge l’attività di un libero professionista, ma col tempo e con i sacrifici si possono ottenere delle grandi soddisfazioni. E credo che la felicità maggiore consista proprio nel poter vivere del lavoro che si ama.



Uno dei tuoi lavori preferiti?


Il murales di Kobe Bryant è quello a cui sono più legato affettivamente. In generale non mi lego mai troppo ai miei lavori e non ne ho uno preferito vero e proprio. Tra i più recenti, il progetto del campo a San Lorenzo mi piace particolarmente perché ha richiesto tanta fatica, tanto studio ed è più complesso rispetto a quelli fatti in precedenza.


Cosa ami di più della street art?


Amo il fatto di poter lavorare per strada e non con un computer, comunicare con le immagini e non con i social, prendermi il giusto tempo per realizzare un’opera e non assoggettarmi alla vita frenetica. Amo potermi rapportare con la gente e con il contesto urbano, ispirare chi guarda una mia opera (sia esso un bambino o un anziano). Amo regalare o restituire qualcosa alla comunità.


Simona Di Francesco

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