• Lorenzo De Cesaris

LA FAMIGLIA VA RIPENSATA

Aggiornamento: 30 dic 2021


Se dovessimo definire il primo luogo in cui si piantano le nostre radici, senza dubbio diremmo la famiglia. Iniziamo a percepirne il senso quando, nelle vesti di piccoli fagotti, giungiamo al mondo disorientati e piagnucolanti in cerca di protezione e affetto. Tra le braccia cullanti, le voci che ci tranquillizzavano e ci facevano sentire protetti, gli odori amichevoli e gli spazi rassicuranti eravamo nel periodo della confortevole infanzia: chiedevamo amore e lo ricevevamo.


Poi, crescendo, ci siamo accorti che anche noi siamo chiamati a relazionarci con gli altri, a riconsegnare quell’amore disinteressato dei nostri genitori, avviandoci in quel faticoso processo di autoconsapevolezza che non ci abbandonerà mai fino alla morte. L’adolescenza ci ha reso pian piano più complessi e ci ha indotto a razionalizzare anche il concetto di famiglia, perché maturando ci si rende sempre più conto che essa non è un nucleo indissolubile e che non esiste alcuna garanzia di eternità.


Tutte le cose, infatti, possono corrompersi, rovinarsi, consumarsi: persino l’amore di un genitore. Molti di noi, purtroppo, sperimentano o hanno sperimentato il dramma dei divorzi, delle separazioni, degli abbandoni, delle perdite improvvise: perciò verrebbe da chiedersi, in casi del genere, se quei nuclei ormai esasperati possano definirsi famiglia.


Come è ormai noto, la famiglia del Mulino Bianco non esiste e molto probabilmente non è mai esistita. Impariamo, invece, a contemplare le sfumature della vita. Se “famiglia” è dove mettiamo le prime radici, il luogo dell’infanzia, il posto dove prendiamo coscienza di noi stessi nell’adolescenza e dove impariamo il mestiere della vita, dove accogliamo le gioie, ma anche i dolori, non importa da chi sia composta. Non importa se ci siano una mamma e un papà, due papà, due mamme o solo un genitore: importa che loro abbiano chiara la consapevolezza dell’immane responsabilità di crescere dei figli e siano pronti a dedicargli la loro vita.


Perché, diciamocelo, i figli non sono di nessuno, ma sono affidati a chi vive in questo mondo da un po’ più di tempo. Sono affidati perché non si scelgono, non si progettano, non si programmano, non si plasmano a nostra immagine e somiglianza, bensì arrivano come un dono dalla vita, sono un’opportunità di dare e ricevere vita. Come la pedagogia più spicciola ci spiega, il rapporto tra un genitore e il proprio bambino è asimmetrico e vuole che il primo educhi il secondo, diventandone una sorta di punto di riferimento.



E se una madre non l’abbiamo mai conosciuta? Se un padre fosse sempre assente? Se la famiglia fosse omogenitoriale? Oppure avesse solo un genitore? Si potrebbero ancora definire tali nuclei di questo tipo? Cosa è davvero una famiglia? Ne esiste una in regola?


Indubbiamente in Italia ha influito e continua a influire una certa corrente di pensiero retrivo, figlio di una cultura tradizionalista, alimentata dalla più reazionaria politica di destra e dalle convinzioni della parte più conservatrice della Chiesa. Queste forze portano avanti da molto tempo una socio-morale e delle categorie normative non più credibili e incoerenti con la realtà del ventunesimo secolo. Il concetto di famiglia, infatti, va ripensato. È vero che essa è un’istituzione sociale al pari di molte altre, ma di tutte è considerata quella fondativa, nonché la più importante forma di socializzazione primaria.


La cultura patriarcale l’ha ritenuta per moltissimo tempo altamente centrale e, tramite questa, ha veicolato un tipo di educazione e di immagine sociale da preservare; da qui la critica dei movimenti sessantottini verso la famiglia, vista sino a quel momento come principale luogo di diffusione delle ideologie egemoniche di una comunità patriarcale e borghese-capitalistica, secondo la quale figura cardine è il pater familias, mentre la donna appartiene a lui e deve gestire il focolare, i figli devono essere educati seguendo determinati comportamenti sociali e così via.


Bisognerebbe rimediare a tutto questo, partendo anche dai piccoli cambiamenti. La famiglia va ripensata proprio perché istituzione sociale e, in quanto tale, dunque, ha insito il mutare con il tempo, di pari passo con le evoluzioni umane e le conquiste della società. Potremmo, ad esempio, valutare le proposte di reinterpretare le festività relative alla famiglia, come quella della mamma e del papà. Avete mai pensato che la festa di San Giuseppe, padre putativo di Gesù e non biologico, potrebbe essere rinominata “la festa dei genitori adottivi”? Mentre quella della mamma, sorta dal culto mariano, quella “dei genitori biologici”? Così avremmo festeggiamenti più inclusivi e attuali per entrambe le tipologie di famiglie, quelle con genitori adottivi e quelle con genitori biologici, senza alcun bisogno di distinguere il loro genere e il loro ruolo sociale.


Il mondo è cambiato moltissimo negli ultimi anni e con esso anche le famiglie, tant’è che oggi ne abbiamo di tutti i colori: da quelle eterogenitoriali a quelle omogenitoriali, passando per quelle monoparentali. Certamente ognuna di esse ha una sua particolare storia e porta con sé disagi e difficoltà di ogni tipo. Tuttavia, i nuclei con genitori dello stesso sesso sono soggetti a pesanti discriminazioni perché considerati “storpi”, non conformi a quelli che invece sono definiti “naturali”, nei quali cioè ci sono due genitori di sesso opposto.


A proposito di ciò, è bello ricordare come si espresse al riguardo la leggendaria Raffaella Carrà, la quale spiegò di essere cresciuta di fatto con due madri: la sua madre biologica e sua nonna. I genitori, infatti, si separarono nel 1945 (quando peraltro non c’era ancora la legge sul divorzio) e questo portò la Carrà a riflettere sulle adozioni: «Oggi, quando si parla delle adozioni a coppie gay, ma anche etero, faccio un pensiero: ma io con chi sono nata, con chi sono cresciuta? Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono così male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute, sono venuta male?»



Le famiglie omogenitoriali purtroppo sono viste come un corpo monco, dal quale un arto è stato amputato, proprio perché prive di una madre o di un padre e quindi incomplete.


Secondo quale criterio si può definire “completa” una famiglia?


Avere una famiglia dotata di due genitori non vuol dire avere una famiglia completa.


Avere una famiglia con una mamma e un papà non vuol dire essere più completi di altri.


Avere una famiglia con due genitori non divorziati non vuol dire essere più felici di altri.


Avere due genitori biologici non vuol dire essere più legati e nascere in un ambiente agiato non vuol dire possedere più di altri.


Liberiamoci da queste categorie mentali e domandiamoci: che cosa rende una famiglia veramente felice? L’unica risposta plausibile è l’amore. Alcuni risponderebbero che esso è una componente necessaria, ma non sufficiente, e che in una famiglia occorrono componenti biologiche che vanno al di là dei sentimenti, perché solo un uomo e una donna possono generare figli e, dunque, crescerli.


Noi, invece, rispondiamo a gran voce che con questi discorsi non ci facciamo più niente e che, dove c’è amore, rispetto, educazione, ci sono i presupposti per formare famiglia. Solo con tali premesse, finalmente, le sue salde radici possono crescere e dar vita a un germoglio che un giorno diventerà un albero con una bellissima chioma folta e con rami possenti, i quali, diramandosi in direzioni diverse, faranno cadere altri semi e la vita si propagherà ancora una volta, sempre più forte.


Perché è questo che l’amore fa: mette radici, fiorisce e si espande a nuova vita. E dove scorrono vita e amore insieme, lì c’è famiglia.



Di Lorenzo De Cesaris

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