• Emanuela Felle

LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA

Aggiornamento: 9 mag 2021

Spero che Gaetano Badalamenti stia bruciando nei fiumi di sangue bollente dell’inferno. La sua carne, marcisca sotto la terra siciliana che si è piegata troppo a lungo sotto i suoi passi gravosi.

È stato lui a ordinare l’assassinio di Peppino Impastato, suo nipote. L’11 aprile 2002, dopo 24 anni dalla morte del giovane giornalista di Cinisi e dopo che il caso fu archiviato per ben due volte (nel 1984 e nel 1992), Badalamenti fu condannato all’ergastolo.

Col suo corpo martoriato fu inscenato un suicidio e l’evento fu spesso oggetto di depistaggi. Preso a calci e a pugni – il volto era invisibile sotto una pozzanghera di sangue –, fu poi legato ai binari di una stazione – una terra di nessuno lontana dagli occhi dei compaesani – in stato di incoscienza e assieme a diversi chili di tritolo che gravavano sull’addome già rotto dalle botte.

Così, la carne di Peppino Impastato è esplosa, librandosi in aria in mille pezzettini come dei coriandoli a Carnevale. Una morte il cui boato è stato sommerso dal clamore mediatico dell’assassinio di Aldo Moro e venuta alla luce solo tempo dopo. Era il 9 maggio 1978. L’epitaffio sulla tomba recita: «Rivoluzionario e militante comunista / assassinato dalla mafia democristiana».

Impastato viveva a soli cento passi dalla casa dello zio assassino. Suo padre Luigi era un mafioso. Il cognato del padre, Cesare Manzella, era un mafioso. Anzi, era proprio il capomafia di Cinisi. Impastato era dunque abituato al puzzo della mafia fin da bambino, ma scelse di non essere uno di loro. Era una farfalla desiderosa di nuotare in quel mare di melma.

Fondò il giornalino L’idea socialista, successivamente il collettivo Musica e cultura che radunava i giovani della città per dibattiti, intrattenimento e cineforum tematici. Dal microfono di Radio Aut, radio autogestita in un locale sgangherato tinteggiato di vernice candida da lui e pochi altri, intonava lunghi discorsi sarcastici, volti a dileggiare i boss di Cinisi, denominata “Mafiopoli”, e soprattutto lo zio Tano seduto. Si candidò per Democrazia Proletaria, senza però avere la possibilità di arrivare vivo alle elezioni.

Faccia pulita e sorriso largo, a tu per tu con la schifezza in piedi sulle strade, sugli aeroporti, sui locali commerciali, inglobata dalle famiglie e dai ragazzini. Condusse per anni una ricerca a perdifiato della bellezza come solo chi conosce la faccia sporca, ciclopica e purulenta della mafia sa fare.



Non solo Impastato: la mafia ha prosciugato anime innocenti immergendole nell’acido, penetrandole con coltelli e bussolotti. Teste e lingue tagliate come se fossero carta o grilletti premuti da assassini senza faccia, sotto passamontagna scuri e sopra motociclette, rappresentano gli elementi fondanti delle pagine sanguinolente degli “anni di piombo”. Le strade palermitane degli anni Ottanta, contese dai corleonesi e dalla fazione guidata dal già citato Badalamenti, Stefano Bontate e Tommaso Buscetta (poi “il traditore”, primo a pentirsi), erano invase dalla polvere delle armi e puntellate di cadaveri stesi sui marciapiedi, stesi sul loro sangue ancora fresco.

Calogno Zucchetto, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Don Pino Puglisi, Don Peppino Diana, Giuseppe Di Matteo... sono solo una manciata delle vite spezzate ingiustamente e che inseguivano ideali solidi di diritto, legalità e giustizia senza darsi tregua e sonno.

Il 23 maggio 1992 il tritolo rese l’autostrada A29 verticale. Inghiottì Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. Amore e Morte sono state le ultime due cose su cui lo sguardo del magistrato si è posato. L’amore per Francesca, pure lei magistrata, ardeva anche in virtù del condiviso progetto di ristrutturazione del Paese, un progetto per cui non bastavano gli strumenti della giurisprudenza, ma la volontà metafisico-romantica di costruire lentamente un posto nuovo. Quello con Francesca è stato un amore bucherellato dalla paura costante, in equilibrio sulle notti insonni senza voglia di toccarsi o trascorse a occhi chiusi stretti nel corpo dell’altro e fra i confini del letto, oltre cui si estendevano le lande desolate della signora Morte. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo si sono amati febbrilmente in vita, ma né l’attimo prima di morire, né il sonno eterno li ha separati.



La morte di Giovanni Falcone è stata l’anticamera dell’assassinio in via d’Amelio del collega Paolo Borsellino, occorso poco meno di un mese dopo. Sotto il cielo pulito dell’Isola dell’Asinara contemplato attraverso la cornice di poche finestre, in una stanza invasa dalla nebbia delle sigarette, batterono a macchina giorno e notte i mattoni di pagine del Maxiprocesso, celebrato a Palermo e che durò dal 10 febbraio 1986 al 30 gennaio 1992, giorno della sentenza finale in Cassazione: 460 imputati, 2665 anni di reclusione.

Era stato Giovanni Brusca ad azionare il telecomando che fece esplodere 500 kg di tritolo posti sotto l’autostrada di Capaci. Il 20 maggio 1996 fu arrestato e confessò diversi omicidi.


«Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso.» Saverio Lodato, «Ho ucciso Giovanni Falcone». La confessione di Giovanni Brusca, Milano, Mondadori, 2006


Giovanni Brusca, un uomo che si è dimenticato i nomi di chi ha ucciso, collaborando con la giustizia ha ottenuto lo sconto di pena che è passata dall’ergastolo a 26 anni. Sarà libero nel 2022.

Sono sicura che Giovanni Brusca non abbia imparato nulla durante questo tempo. Credo proprio che la sua mente inquinata non abbia incontrato le immagini dei volti e dei corpi sfigurati dalle sue mani e che l’odore del sangue che sgorga dalla pelle bucata di un innocente, piuttosto che inseguirlo, lo abbia rincuorato.

Giovanni Brusca e tutta la mafia mi fa vomitare.

Fa vomitare vivere in un paese in cui la mafia si addentra nelle teste delle persone. Attecchisce ovunque, soprattutto dentro di noi. Ci fa credere che la prevaricazione dei deboli o dei pari, che il clientelismo, che l’arricchimento immediato di pochi debba essere preferito al progresso illuminato e democratico. La mafia ci cuce la bocca e spezzetta il cervello senza fare rumore.

La mafia può essere combattuta negandole il consenso, strappandosi via i fili spinati sulle bocche.

«La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.» Paolo Borsellino


Emanuela Felle

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