• Emanuela Felle

LA TERRA STA FINENDO / La questione ambientale riguarda ognuno di noi

Per 40 settimane bocche e braccia di fuoco hanno prosciugato la terra sud-orientale australiana. Afferrata da denti roventi, gli incendi l’hanno percossa senza sosta, deturpandone per sempre la pelle. La vita che si ergeva sopra – foreste e specie animali – si è spenta in un risucchio infernale e repentino. Gli Stati federati del Victoria e del Nuovo Galles del sud, i maggiormente colpiti, si presentavano sulle mappe satellitari dell’isola come zone deformi arancioni, cisti infiammate e infette.



Si sono stimati 16.800.000 ettari bruciati, dimora polverizzata di migliaia di specie animali e vegetali. A gennaio del 2020, le statistiche dell’Università di Sidney contavano 480 milioni di animali morti fra uccelli, mammiferi e rettili. Sono, infatti, diventate virali immagini raffiguranti koala stretti sulle spalle dei soccorritori che li avvolgevano con magliette bagnate, o di canguri accorsi dietro gli umani per essere tratti via dalle fiamme.

Quello dell’Australia è un corpo smagliato. Sulla sua epidermide si susseguono tagli, graffi e spaccature ramificate. Senza occhi per vedere e per arrampicarsi, perché sepolti dalla cenere, l’Australia per molto tempo non ha potuto pioversi addosso in un pianto liberatorio. Solo il 2 marzo 2020, dopo un’agonia cominciata nel giugno 2019, i vigili del fuoco australiani hanno comunicato l’assenza di incendi attivi e, di conseguenza, la fine definitiva dell’emergenza.


Seppur frequentemente soggetta a manifestazioni simili, solitamente di matrice naturale, gli incendi 2019-2020, dalla gravità inaudita, trovano ampio spazio di origine nell’attuale cambiamento climatico e, nello specifico, nell’aumento della temperatura, dovuta alle alterazioni ecosistemiche di origine antropica.

L’idea germinale di cambiamento climatico causato dalla cattiva condotta umana risale alla seconda metà dell’Ottocento, in cui, in pieno clima di determinismo ambientale e, quindi, di smania di ordine e misura, fu registrato l’aumento di un grado centigrado. Ma il dibattito si accese solamente negli anni Ottanta, quando l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), uno degli organismi ONU, attestò l’aumento di 1,5 °C.

Pur apparendo come numeri irrisori, nascondono, in realtà, forti spinte destabilizzanti per gli ecosistemi, organizzati secondo un’armonia ordinatrice che non ammette modifiche strutturali dettate dall’esterno. Fra i danni più comuni dell’aumento della temperatura figurano lo scioglimento dei ghiacciai e l’aumento del livello del mare, la perdita di biodiversità, siccità e desertificazione.



La natura, spesso santificata come Madre, viene sfigurata fin dagli anni Sessanta. Quelli sono stati, infatti, i tempi dorati del boom economico e della ricostruzione, tesi verso la modernizzazione, l’industrializzazione e un’ansimante corsa alla ricchezza materiale. Sotterrati dai prodotti, dalle pubblicità, dalle macchine sbuffanti, la gente degli anni Sessanta si adagiava su un’idea illimitata delle risorse naturali e, di conseguenza, su una smisurata fiducia nel progresso, inteso come vivacità del mercato e mercificazione generalizzata.

La ricchezza materiale, cioè il possedere beni, era diventato non un fatto casuale o elitario, ma un valore sociale da perseguire. L’ambiente veniva inquadrato secondo una visione utilitaristica e produttivistica. Appropriatisi senza consenso delle terre estese languidamente sul globo, la natura veniva trafugata nelle interiora, alterata e gettata via, come un vecchio giocattolo.


Di numero e di incisività non indifferente sono stati i danni ambientali di origine industriale che hanno sottratto al cielo tasselli di azzurro puro, sostituiti con nebbie di fumo.

Fissato nella memoria di diverse generazioni, è il disastro di Chernobyl: nel silenzio della notte del 26 aprile 1986, esplose un reattore nucleare dell’omonima centrale, rilasciando una nuvola di dannosissime sostanze radioattive che ricadde su diverse aree, fino all’Europa e alla costa orientale del Nord America. Il danno venne taciuto per alcuni giorni, ritardando perciò le operazioni di emergenza e incentivando la furia carnivora della nuvola radioattiva. Si lasciò dietro, fra le altre cose, foreste orfane del verde sgargiante piegatesi verso colori più rossastri, cadaveri di bovini e maialini nati deformati.

Già prima, però, la città indiana di Bhopal era stata nel 1984 protagonista di un disastro ambientale di dimensioni inaudite. Da un’industria chimica si disperse, infatti, una nube di sostanze tossiche, fra cui l’isocianato di metile (MIC) che uccise senza indugi 2259 persone e ne avvelenò altre migliaia; nel 1976 l’azienda ICMESA, nella bassa Brianza, rilasciò nell’atmosfera una nube di diossina TCDD, distruggendo fauna e flora dell’intera zona.

Tuttora, la città dei due mari pugliese si erge stancamente all’orizzonte poiché recisa dalla presenza severa degli altiforni dell’ArcelorMittal, ex ILVA, attorno alla quale il chiacchiericcio politico ha spesso orbitato in maniera insulsa, senza una reale messa in pratica di soluzioni sostenibili e di una possibile, ma problematica, sintesi di diritto al lavoro e diritto alla salute. Non sapremo se questo faticoso compito spetterà al Recovery Fund.

Tali disastri ambientali degli ultimi decenni non devono però apparire come eventi eccezionali e isolati, ombre sull’illuminata storia dell’uomo.



L’intera produzione umana ha sugli ecosistemi un impatto inaudito: lo spasmodico utilizzo di combustibili fossili, dalla straordinaria versatilità di utilizzo ed estratti senza tregua, ma dai lunghi tempi di rigenerazione; la ferocia capitalistica che vige negli spazi di agricoltura e allevamento intensivo; l’accumulo irrispettoso di rifiuti spesso non differenziabili. Tutto questo e altro ancora grava sulla schiena ossuta della natura, regolata secondo un modo di creazione di risorse lento e circolare, senza produzione di rifiuti e sostanze dannose.

La natura sa il fatto suo, come diceva Barry Commoner nel suo libro The closing circle del 1971: è organizzata secondo una trama di relazioni precise, in cui ogni componente svolge una funzione fondamentale e la sua assenza può essere fatale. Ogni foglia, ogni goccia del mare, ogni granello di sabbia è lì a completare un quadro dalle vivaci tinte impressionistiche.

Dal corpo coriaceo e vellutato, Madre Natura affonda le sue radici in profondità e allunga le sue dita per conquistare spazi rubati con fare spesso impietoso e travolgente. Si tiene stretta l’intera sua prole e sulle mura del cielo riverbera un’eco di disperazione.


La terra sta finendo, sta finendo di nuovo. L’anno scorso è finita il 22 agosto, cioè gli uomini hanno trangugiato in otto mesi le risorse naturali utilizzabili in un anno. Che la Giornata mondiale della Terra, istituita dall’ONU nel 1971 e coincidente con il 22 aprile, serva a radunarci in un silenzio di riflessione e a fermare le braccia umane che strangolano l’ambiente. Ma in natura non esiste la morte. Esistono i cambiamenti, anche violenti. Lo sviluppo sostenibile, come impegno politico universale, può essere la soluzione.

Arne Naess, filosofo norvegese, teorizzando la deep ecology, avanzava la necessità di restituire il prestito alla natura e ristabilire con essa un legame profondo e spirituale, abbandonando le logiche capitalistiche e preferendo gesti delicati e rispettosi: come ha fatto nel 1973 il Chipko Movement, un gruppo di protesta non-violenta al fine di evitare la deforestazione di alcune aree verdi indiane, semplicemente abbracciando gli alberi.

Stringevano il tronco fra gli avambracci, come un figlio col corpo di sua madre.


Emanuela Felle


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