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“MA BASTA CON QUESTO PRIDE!”

È il pride month e le rainbow flags, appese tutto l’anno nelle nostre stanze, prenderanno vita per le strade. È il mese che ci è stato dedicato, il momento in cui l’orgoglio omosessuale diventa vivo e legittimo tra le vie di quasi tutti i paesi. Parlare di “legittimità” non è una caduta di stile: per questo mese saremo legittimati a vivere l’omosessualità apparentemente senza remore. “Ma noi non abbiamo mica l’etero pride!” non è l’unico scoglio con il quale ci scontreremo.


Affatto.


Ogni anno una spaventosa grande fetta della comunità LGBTQ+ si riconosce proprio nelle esclamazioni sarcastiche tipiche dei boomer. Strano ma vero, molti omosessuali ritengono i luoghi di aggregazione rainbow come circostanze ghettizzanti e, ancora, il pride come una parata dalle modalità inutilmente eccentriche.

In una società perfettamente strutturata non esisterebbe il bisogno di dover manifestare per i diritti di base, ma, in un’epoca in cui l’omosessualità è ancora discriminata, la necessità di mostrarsi e di far sentire la propria voce è imprescindibile.


Si arriva a un punto di rottura quando quella che si definisce come “omofobia interiorizzata” inizia ad avere la meglio sulle proprie necessità sociali. Essa consiste nell’accettazione e nell’assorbimento di pregiudizi denigratori verso la comunità gay da parte degli stessi appartenenti.


Dunque, considerare il pride, che è un momento di riflessione e di lotta, come un espediente eccessivo sarebbe il sintomo di questo atteggiamento discriminatorio nei propri confronti. Sebbene una sua giustificazione possa essere la volontà di esprimere un’uguaglianza in toto con il resto della comunità tradizionale, che non ricorre a manovre sociali per dichiarare i suoi intenti, ad oggi, di fatto, è ancora necessario manifestare e rendersi visibili.


Ci si domanda, allora, se questa parte della comunità LGBTQ+ abbia dimenticato tutti gli scogli che ha dovuto, per forza di cose, affrontare nella propria quotidianità sin da adolescente.


Chiunque abbia preso coscienza della propria omosessualità in giovane età avrà dovuto vivere una serie di discriminazioni tanto attive quanto passive. Una discriminazione passiva comporta la necessità di nascondersi e di vivere una relazione “nascosta” con una persona dello stesso sesso: non poter fare una passeggiata mano nella mano, non dichiarare sé stessi senza paure e senza che la propria sessualità venga definita come “una fase passeggera” sono circostanze all’ordine del giorno nella vita dell’adolescente omosessuale medio.


Quanto appena descritto va aldilà di ogni generazione, in quanto, a prescindere dalla maggiore apertura e tolleranza di quelle più giovani, ci si scontrerà sempre con figure genitoriali o famigliari, le quali, appartenendo a periodi differenti, saranno in ogni caso quasi sempre restie ad affrontare l’argomento.


È l’esempio più concreto del cliché – tutto italiano – per cui “i panni sporchi si lavano in casa”, assurgendo l’omosessualità del proprio figlio o nipote come una questione da tenere nascosta o, per lo meno, in silenzio tra le mura domestiche. Insomma… sii gay, ma con discrezione.


Va da sé che è proprio questo il seme da cui germoglia una marcia omofobia verso sé stessi, una convinzione per cui non vi è nulla di cui andare fieri, una sorta di scheletro nell’armadio da tenere ben nascosto dallo sguardo indiscreto degli altri.


Più che contrariati, ci si dovrebbe sentire responsabili per questa fetta della comunità e provare un impulso, ancora più incontrollabile, di armarsi di una bandiera arcobaleno per dimostrare che nel metterci la faccia, la rabbia e la voglia di cambiamento non c’è nulla di anomalo. Nessun mostro verrà alla luce, se non la propria e del tutto umana essenza.


Per questo pride 2022 ci si augura non solo l’accettazione e il riconoscimento della nostra esistenza da parte di chi ci ignora o ci addita come un ceppo di OGM, ma la fine di ogni denigrazione interna alla comunità stessa, così da ambire a un domani sempre meno in ombra.



Di Alessia Sciarra


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