• Silvia Santorsa

L’ARTE FUORI DALLE MURA / Udite e accorrete in massa a fare un balzo tra gli artisti di strada



Siamo bombardati dal mondo mediatico, ormai è appurato. Ma negli ultimi memorandi mesi i media ci parlano costantemente di contagi, morti, restrizioni alla nostra vita. La lettura è sempre stata evasione da ogni genere di sbarre: in tal senso, mi prefiggo come obiettivo quello di riavvolgere il nastro della nostra vita a poco più di un anno fa, senza alcun sentimento di miseranda nostalgia. Una domenica sera nello sbocciare della primavera, clima temperato, il sole tramonta pian piano e lentamente il cielo si ombreggia, ci si rincontra con gli amici per girovagare nel variegato e animato centro di Roma, sotto i romantici portici di Bologna, per bere uno spritz in Campo Santa Margherita a Venezia, nella geometrica Piazza del Duomo fiorentina oppure per godere della brezza marina a Mergellina. Tra una chiacchiera e una risata beneficiamo di una piacevole serenità e una lieta spensieratezza. All’edificazione di questo idilliaco benessere contribuisce un fenomeno diffusissimo e molto spesso ingiustamente ignorato o sottovalutato: l’esibizione degli artisti di strada. Quante volte, passeggiando sotto il cielo stellato, ci siamo imbattuti in una performance che ha incuriosito, dilettato, entusiasmato, commosso, stuzzicato la nostra mente sgombra da preoccupazioni quotidiane, spingendoci a riflettere ed essere allietati nell’animo insieme a una folla con la quale si instaura, anche se per pochi minuti, un legame d’identità, ma che altrimenti resterebbe totalmente anonima?



Nell’antichità classica – lo possiamo dedurre da fonti a nostra disposizione – erano istituiti precisi spettacoli, affini a quelli a cui noi assistiamo tutt’oggi, nei simposi privati o alle corti di tiranni perché il tessuto urbano e il costume sociale non permettevano a tali artisti l’accesso ai luoghi pubblici, i quali, invece, erano deputati alle esecuzioni in recitativo di aedi e rapsodi. Quindi, si trattava di esecuzioni di acrobati, giocolieri, saltatori danzanti pagati da privati per una loro cerchia e li possiamo ammirare dipinti in raffigurazioni vascolari o murarie. Per quanto riguarda l’antica Roma ci troviamo dinanzi a una vexata quaestio: una preziosissima fonte è la testimonianza dello storico Tito Livio, il quale afferma che, in occasione di una pestilenza, nel 364 a.C. furono chiamati ludiones (“giocolieri”) etruschi a scopi apotropaici, la cui arte, unita ai fescennini, creò la satura, sketch in cui si univa canto, danza e recitazione. Tuttavia, sappiamo anche che nelle leggi delle dodici tavole veniva punita con la morte la recitazione di parodie o canti pubblici che ledevano la dignità altrui. Sembra, infine, che la massima riportata nella Satura X di Giovenale (panem et circenses) faccia riferimento a corse di cavalli o a combattimenti di gladiatori all’interno del Colosseo o del Circo Massimo, non a performance di arte di strada come le intendiamo noi oggigiorno.



La vera svolta avviene tra il XII e il XIII secolo con l’emergere di una figura nuova: il giullare (iocularem), alla cui categoria appartenevano persone che vivevano alla giornata facendo divertire. Tale termine copriva una vasta gamma di professioni, dal mimo al ciarlatano, dall’addestratore di animali ai ballerini e acrobati. Seppur inizialmente non tenuti in ottima considerazione, nell’arco di pochi secoli la loro autorevolezza toccò apici inaspettati, a tal punto che furono accolti nell’entourage di corte dei nobili. Ovviamente varie esigenze economiche e sociali spinsero alla creazione o all’adattamento di un luogo ad hoc per la trasmissione di questi mestieri: le fiere. Esse erano l’istituzione dello scambio commerciale per antonomasia nel Medioevo, in cui accorreva gente di tutti i ceti. Un’occasione, dunque, imperdibile per farsi notare e guadagnare: i giullari, infatti, sono considerati i primi uomini di lettere a livello professionale, ossia i primi a vivere grazie all’arte letteraria. Tra i componimenti poetici giullareschi più rinomati si annovera certamente Rosa fresca aulentissima di Cielo D’Alcamo, della scuola siciliana:


«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state, le donne ti disiano, pulzell’e maritate: tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate; per te non ajo abento notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia.»

Un intellettuale dal fascino intramontabile avvalorò il ciclopico interesse di tale genere di poesia. Proprio questo componimento fu integrato e commentato, dopo la prima rappresentazione dell’1 ottobre 1969 a Sestri Levante, nel Mistero Buffo di Dario Fo con la collaborazione di Franca Rame sul modello del “teatro di narrazione”, il cui tono si richiama apertamente allo stile e all’arte giullaresca anche sotto la prospettiva linguistica, per sottolineare quanto essa sia stata fondamentale per gli albori della letteratura italiana. La peculiarità di quest’opera fortemente dissacratrice e anticlericale è la lingua reinventata, mistione di molti idiomi onomatopeici che viene detta grammelot, la quale proprio nelle improvvisazioni giullaresche e nella Commedia dell’Arte affonda le sue radici. Il maestoso e complesso lavoro di Dario Fo è riconosciuto e accreditato mondialmente nel 1997, anno della vittoria del premio Nobel con la seguente motivazione: «who emulates the jesters of the Middle Ages in scourging authority and upholding the dignity of the downtrodden» (“seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”).



È il 1974: sono passati cinque anni dalla prima di Mistero buffo, siamo ai piedi delle colossali e poi tristemente famose Twin Towers. Una folla si accalca, sospira, si meraviglia, incita, ma soprattutto ha il naso all’insù: un funambolo sta camminando sospeso nel vuoto, come tra le nuvole, su un sottilissimo filo d’acciaio a 417.5 metri dal suolo. L’esibizione di 45 minuti in cui Philippe Petit ripete otto volte il suo percorso, salutando le persone sottostanti, è diventata un pezzo di storia a tal punto che, nel 2009, fu consacrata alla memoria dal documentario – basato sull’autobiografia To Reach the Clouds e insignito del premio Oscar – Man on Wire, diretto da James Marsh, a cui lo stesso Philippe contribuì con filmati, interviste, ricostruzioni e racconti venati di una nostalgica commozione.



Ma riprendiamo ora la nostra passeggiata immaginaria: camminando senza meta, facendoci guidare dalle illuminazioni, dai movimenti delle persone, dai passi degli amici o degli amanti, notiamo gente aggregarsi in un angolo della strada o di una piazza. E ci colpisce perché rappresenta un’anomalia nel viavai generale: è iniziato lo show di un artista di strada. Il primo momento della pièce, infatti, è il formare un cerchio di spettatori attirati da ciò che il performante offre ai loro occhi e alle loro orecchie. Ci fermiamo anche noi ad ammirare. Dopo che si è creata una ragguardevole folla, si procede alla seconda e più corposa sezione, ossia l’esecuzione dello spettacolo vero e proprio. Alla fine si conclude con l’esibizione del cappello. È basilare instaurare un rapporto diretto ed empatico con il pubblico per far sì che il minor numero di persone possibile abbandoni il cerchio. La fondamentale e significativa magia degli artisti di strada, nonché il loro compito più gravoso, è trasformare una via o una piazza in un mistico teatro all’aperto, ingioiellando di un valore aggiunto incantevoli strade e gremiti centri di antichissime città.


Silvia Santorsa

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