• Alessia Sciarra

MA CHE SPRECO!

In geometria l'insieme dei punti comuni a due o più insiemi viene detto “intersezione”. Se si considerasse il parterre della società odierna come un asse verticale, se lo segmentassimo e lo numerassimo, sapremmo ben dire quali individui assumerebbero una posizione di rilievo su questa immaginaria – ma purtroppo veritiera – scala gerarchica.

Il podio dettato da privilegi sociali andrebbe chiaramente all’uomo etero, il quale mantiene una condizione di preponderanza su tutti quei segmenti oggettivamente discriminati.



Partendo da un ragionamento semplice e sintetico, ispirato a una divisione solamente binaria della società (senza considerare, dunque, le diversità culturali, le persone transgender e i non-binary) l’uomo etero manifesta vigore rispetto alla donna etero, che da sempre è asservita alla cultura patriarcale dettata proprio da chi occupa una posizione di potere.

Avrebbe, perciò, un ruolo maggiormente preponderante sulla donna omosessuale, la quale, in un sistema di intersezioni, non sarebbe penalizzata solo in quanto donna, ma anche in quanto lesbica.


Oltre ai fattori storici e sociali che hanno portato tutto l’insieme del genere femminile a vivere situazioni di discriminazioni, uno su tutti è l’espediente che fa sì che questa categoria venga sottoposta all’insieme maschile: il sesso.


Da sempre l’uomo assume in società il ruolo di dominatore, motivo per il quale, peraltro, a essere assoggettato a questo sistema vi è l’uomo omosessuale, considerato del tutto privo della suddetta virilità. La maschiezza, suo sinonimo riconosciuto dall’Enciclopedia Treccani, si dimostrerebbe tale proprio dagli atteggiamenti di sottomissione sessuale rispetto alle donne.

È da questa tesi che si è partiti per affrontare una piccola ricerca. Se il sesso è il fulcro della questione, allora sarebbe opportuno ricercare nel porno le fantasie del target maschile per comprendere quali siano effettivamente le sue necessità: puro piacere o la messa in scena del suo podio di cristallo?



Sui siti più conosciuti, le categorie che si rifanno alle intersezioni prese in considerazione sono le donne etero e le donne omosessuali. La prima categoria ha superato ogni aspettativa, considerando la vastità di materiale sul pegging eterosessuale, oltre a un’abbondanza di appellativi rivolti alle donne che, però, possono essere riconosciuti come dirty talk.

Per quanto riguarda la seconda, invece, vi è la risposta a tutte le volte che ogni ragazza omosessuale si è sentita dire da un uomo: “Sei lesbica perché non hai provato me”, “Ma quindi fai una cosa a tre con la mia ragazza?”, “Posso fartelo anche io un cunnilungus.


Insomma, non si è qui a criticare il materiale pornografico, né a dire che gli uomini eterosessuali non debbano trovare eccitanti due donne insieme per immaginare il threesome dei loro sogni, ma è proprio da questo che inizia l’ipersessualizzazione, l’oggettificazione e la feticizzazione delle donne omosessuali.

Se, in generale, il rapporto sessuale con una donna sarebbe il culmine della virilità maschile, quello con una donna lesbica, stando ai prodotti pornografici generati per quel target di riferimento, rappresenterebbe la costruzione di un gradino ancora più alto del podio: far ammettere alle donne che fanno a meno degli uomini la necessità che queste ultime hanno della loro maschiezza.

In realtà, non bisognerebbe neppure fare delle ricerche per confermare quanto detto. Basterebbe fermarsi a riflettere quando sentiamo esclamare: “Sei lesbica? Ma sei sprecata!”, sottintendendo questa strana verità assoluta, secondo cui ogni donna dovrebbe essere a portata di mano, pronta a essere consumata, senza sprechi, come si farebbe con Too good to go e i movimenti zero waste.


Però, da donna lesbica, mi piacerebbe poter dare un consiglio di cuore a tutti gli uomini che, sognanti, guardano il porno lesbo: cari miei, il cunnilungus no, non potete farlo anche voi se come manuale di studio vi appellate a quel materiale puramente scenico; e no, durante un rapporto sessuale non chiameremo mai il vicino di casa per farlo partecipare. Sorry, not sorry.



Di Alessia Sciarra


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