• Simona Di Francesco

MARTE È NOSTRO! / Per un futuro in cui potremo sentirci umani, ma su un altro pianeta


Lo spazio attraverso l’arte. Nel momento in cui tocchiamo il suolo di Marte, un ‘900 pop riemerge vividissimo: siamo tutti Rocketman, soli e persi nell’oscurità dello spazio.


L’uomo è arrivato su Marte! Anche se nessuno gliel’aveva chiesto. Proviamo un attimo a immaginarci come alieni. Perché è questo che siamo nel momento in cui andiamo su Marte: alieni. Il dominatore che trova una terra vergine da fecondare e non si sofferma un attimo a pensare di poter essere lui lo straniero, vi ricorda qualcosa? 1492: Colombo arriva in America, il resto è storia. La nuova frontiera ora è il cielo, conquistato con metallo e coraggio. Il 18 febbraio 2021 abbiamo assistito all’atterraggio del rover Perseverance su Marte, come se non ci bastasse una pandemia. In effetti sembra un film di fantascienza: il robot ha mandato alla Terra immagini inedite e spettacolari del pianeta rosso, alla fine nulla di così diverso dal deserto fuori Las Vegas. Il rover Perseverance ricorda molto Wall-E nella sua struttura e in questo momento si aggira da solo sulla superficie per acquisire informazioni sulla possibilità di vita sul pianeta. Fermi tutti? Vuol dire che davvero tra un centinaio di anni si potrà vivere su Marte?

«Mars ain't the kind of place to raise your kids In fact it's cold as hell And there's no one there to raise them If you did.» Elton John, Rocketman (1972)

Sono lontani i tempi in cui sognavamo la luna. «… dimmi: ove tende / Questo vagar mio breve, / Il tuo corso immortale?» scriveva Leopardi al satellite terrestre. Tuttavia, quando Neil Armstrong ha mosso quel grande passo per l’umanità e ha piantato una bandiera americana sul suolo lunare, non ha visto i perché della vita da lassù. Ha solo ribadito che l’America aveva vinto una battaglia politica: era il 1969 e non è un caso. Lo stesso anno veniva pubblicata Space Oddity di David Bowie e, appena un anno prima, il 4 aprile del 1968 usciva nelle sale 2001: A Space Odyssey, film culto di Stanley Kubrick (che non faceva capire nulla agli spettatori molto prima che Nolan sconvolgesse le nostre vite), da cui Bowie ha preso dichiaratamente spunto.

«This is Major Tom to Ground Control I'm stepping through the door And I'm floating in a most peculiar way And the stars look very different today For here Am I sitting in a tin can Far above the world Planet Earth is blue And there's nothing I can do.»


Questi versi di Bowie riflettono quasi fotograficamente l’ultima scena del film di Kubrick, in cui vediamo un feto della grandezza della Terra volteggiare accanto a essa. Inquietante quanto leggero. Mentre Kubrick non ha mai voluto dare un’interpretazione precisa del suo film, Bowie parla esplicitamente di isolamento e solitudine, ma allo stesso tempo non si può dire che Space Oddity sia una canzone triste: riflette non solo il clima di quegli anni, ma anche l’atteggiamento duplice dell’uomo nello spazio. Prima di tutto conquistatore: a quanto pare, tutto ciò che è immacolato è stato fatto perché gli uomini possano conquistarlo. E l’aggressività, la violenza è la linea di fondo del film di Kubrick, il quale illustra una linea di umanità che, da quando capisce di avere il potere di plasmare il mondo, si impone su tutto l’esistente con la voglia di prevalere. L’umano si supera nel momento in cui si crea le possibilità di andare oltre se stesso, nello spazio nero. E quanta solitudine si respira nei silenzi assordanti che pervadono la pellicola, silenzi per cui è stata accusata di essere “noiosa” da gran parte della critica alla sua uscita. Ma, allo stesso tempo, come Bowie concepisce il viaggio nello spazio di Major Tom in un modo leggero, lievemente infantile, così la “danza” delle astronavi all’apertura della seconda sezione di 2001: A Space Odyssey connette quelle “tin cans” alla cosa più umana che esista, la musica. E ci sembra per un attimo che quello spazio non ci sia estraneo e ostile, che il progresso sia effettivamente progresso. Finché la danza non si trasforma in una minacciosa voce metallica, in un trip che ricorda molto quello di una droga (siamo nel ‘68) e ci scaraventa faccia a faccia con il nostro destino.

Se il primo aspetto è l’aggressività, il secondo è quello della ingenuissima curiosità umana. Come il bambino che tende la mano verso la fiamma, abbiamo innato il desiderio di scoperta e la scoperta ci manda in estasi. Le stelle, il cosmo sono l’infinito che non riusciremo mai a comprendere e che ci affascinerà per sempre. Il prossimo passo della missione Marte è quello di inviare dei volontari per un viaggio di sola andata. Questo non è un film di fantascienza: vogliamo inviare persone su un pianeta disabitato per colonizzarlo. E come nei film più riusciti, dove gli astronauti passano attraverso nebulose, schivano buchi neri, impazziscono, vivono l’avventura, così ci troviamo di fronte a questa nuova prospettiva: affascinati e terrorizzati.


Simona Di Francesco


77 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti