• Lorenzo De Cesaris

MARTIN LUTHER KING DISSE: «KEEP MOVING» / Non c’è nessuna strada facile per la libertà

Aggiornamento: 25 lug 2021

Nelson Mandela, politico sudafricano del Movimento Anti-Apartheid e primo presidente nel suo Paese, nonché premio Nobel per la pace nel 1993, affermava in occasione del processo a Rivonia del 20 aprile 1964:

«Ci rendiamo conto che non esiste una strada facile per la libertà. Sappiamo bene che nessuno di noi può farcela da solo. Per questo dobbiamo agire insieme, come un popolo unito, per riconciliare il paese, per costruire la nostra nazione, per dare vita a un nuovo mondo. Che ci sia giustizia per tutti! Che ci sia pace per tutti! Che ci sia lavoro, pane, acqua e sale per tutti! Che tutti sappiano che il corpo, la mente e l’animo di ognuno sono ora liberi di cercare la propria realizzazione. Mai e poi mai dovrà accadere che questa splendida terra conosca di nuovo l’oppressione dell’uomo sull’uomo e patisca l’indegnità di essere la vergogna del mondo. Che il sole non tramonti mai su questa gloriosa conquista dell’umanità, che regni la libertà! Dio benedica l’Africa».



Il discorso pronunciato dal leader politico suona oggi come una potentissima esortazione alla pace universale, all’equità e alla giustizia contro ogni forma di discriminazione e oppressione.

Non esiste una via semplice per raggiungere la libertà e la storia ce l’ha insegnato più volte con migliaia di guerre succedutesi, di conflitti politici, sociali, economici e di rivendicazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Ogni epoca riflette la voce, le grida degli oppressi e degli ultimi che hanno combattuto in prima linea, sul fronte, in piazza o per strada.

La strada è sempre stata protagonista delle lotte sociali. Accogliendo manifestazioni di ogni genere, è stata calpestata da milioni di piedi, macchiata dal sangue di innocenti, percorsa da invincibili masse di gente, scalfita, distrutta, ricostruita. Essa conserva la memoria di coloro che sono scesi per gridare contro l’oppressione, contro la privazione della libertà, contro la dittatura, le disuguaglianze e il terrorismo. Per questo potremmo considerarla una sorta di santo tempio urbano a cielo aperto.

Nel corso dei secoli innumerevoli personalità sono scese in strada combattendo e reclamando i diritti per le minoranze. Esempio lampante fu Martin Luther King, assassinato il 4 aprile del 1968, il cui movimento segnò l’apice della lotta contro le discriminazioni tra cittadini negli Stati Uniti d’America. King affermava che non è la violenza dei cattivi a doverci spaventare, ma l’indifferenza dei buoni: il male peggiore è, quindi, non combattere il male. E bisogna farlo a ogni costo, mettendosi in movimento e mai restando comodi sulle proprie poltrone.



«If you can’t fly, then run.

If you can’t run, then walk.

If you can’t walk, then crawl,

but by all means, keep moving.»



Ugualmente per strada si sono combattute le innumerevoli battaglie del movimento LGBT tra gli anni Sessanta e Settanta, meglio conosciute con il nome di Moti di Stonewall. Negli anni successivi le manifestazioni per i diritti non si sono di certo fermate: in questo periodo, infatti, forte è stata la personalità dell’attivista omosessuale Harvey Milk, pronto a sacrificare la sua stessa vita pur di cambiare le cose. Fu assassinato nel 1978.


«Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese.»



Le lotte per la causa LGBT sono continuate fino ai giorni nostri e grazie al sacrificio di molti si sono ottenuti miglioramenti significativi. Ma la “guerra” non è finita e tutti siamo consapevoli che c’è ancora molto per cui combattere. Come per ogni cosa, non è bene accontentarsi di libertà a metà: i diritti vanno reclamati a gran voce, conquistati e, una volta ottenuti, difesi.

Conosciamo tutti coloro che si batterono per salvaguardarli: protagonisti della storia da Mohandas Karamchand Gandhi, onorato in India come il padre della nazione, che fu pioniere e praticante del principio del Satyagraha, ossia la resistenza alla tirannia tramite la disobbedienza civile non violenta delle masse, passando per Eleanor Roosevelt che, in qualità di Presidente della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, fu la forza motrice della creazione, nel 1948, dello statuto delle libertà che sarà sempre considerato il suo retaggio: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; fino ad arrivare ai già citati Nelson Mandela, Martin Luther King, Harvey Milk e molti altri ancora.



Questi “molti altri ancora” non sono solo eroi ben conosciuti, ma tutti quegli “sconosciuti” che hanno preso parte alle rivendicazioni senza spiccare tra le masse. Si intendono tutti coloro che hanno combattuto, che si sono impegnati allo stregua delle grandi personalità, che hanno probabilmente perso la vita come loro - forse uccisi allo stesso modo - per strada. In loro memoria vorrei condividere le parole di Walt Whitman, poeta, scrittore e giornalista americano:

«Le battaglie si vincono e si perdono con identico cuore. Io faccio rullare i tamburi per tutti i morti, per essi faccio squillare le trombe in tono alto e lieto. Vivan coloro che caddero, viva chi perde in mare i propri vascelli! Vivan coloro che affondano con essi! Vivan tutti i generali sconfitti e tutti gli eroi schiacciati e gli innumerevoli eroi sconosciuti, uguali ai più grandi e conosciuti eroi».

Mi piacerebbe che questo breve articolo possa essere per tutti un’esortazione a non rimanere mai inermi, ma a lottare per i nostri diritti e quelli altrui. Affinché possiamo essere sentinelle pronte a scendere per strada, percorrendo il sacro suolo che i grandi difensori dei diritti umani hanno attraversato prima di noi, per detronizzare il male della disuguaglianza, dell’ingiustizia sociale, della povertà, della discriminazione e di ogni genere di oppressione.

Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono.


Lorenzo De Cesaris

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