• Silvia Santorsa

MENTAL HEALTH IN AN UNEQUAL WORLD

«L’aspetto più buffo dell’avere una malattia mentale è che tutti pretendono che ti comporti come se non ce l’avessi». La frase, che ha spopolato dopo l’uscita del pluripremiato film Joker, toglie il velo sull’agghiacciante condizione che violenta socialmente chi è affetto da disturbi psichici.

Il film diretto da Todd Phillips, infatti, è la rotta di collisione tra il naufragio dell’interiorità e il caotico smarrimento della realtà. Un personaggio, così tante volte raccontato, si rivela in una nuova sfaccettatura e lo spettatore lo capisce da quel bigliettino da visita che di tanto in tanto porge agli sguardi indignati di sconosciuti: soffre di una malattia simile alla sindrome pseudobulbare. E la reazione di queste persone? Si alzano infastiditi e vanno via, ridono, lo sbeffeggiano. Nella società odierna non c’è spazio per i disturbi psichici: “È tutto nella tua testa”, “Ma se non provi dolore non stai male”, “Fai finta perché così è più comodo”.


Ma fin dove si riesce a estendere la nostra empatia? Avete mai passato interminabili giorni, settimane intere senza riuscire a sollevare il vostro corpo marmoreo dal materasso? Vi siete mai sentiti consunti e affranti dalle faccende quotidiane a tal punto da non avere le forze per svolgere attività un tempo piacevoli e rilassanti? Avete mai percepito il respiro smorzarsi in gola, il cuore accelerare e il soffitto crollare sulla vostra testa? Siete mai giunti al culmine della disperazione da pensare di lasciarvi cullare dalle braccia dell’infausta e carezzevole morte? Posso immaginare che sia difficile, nonostante incredibili sforzi, immedesimarsi in una situazione del genere: ebbene, è arrivato il momento di far sentire la voce di più di 900.000 persone, solamente in Italia.


Il 10 ottobre del 1992 Richard Hunter, vicesegretario della Federazione Mondiale della Salute Mentale (WFMH, World Federation for Mental Health), organizzazione non governativa fondata con gli specifici obiettivi di prevenire, trattare e curare i disturbi psichici e di promuovere la salute mentale, lancia un’iniziativa per sensibilizzare le masse su questi argomenti così delicati e astrusi. Da quel giorno, il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, con temi variabili di volta in volta: quello scelto per il 2021 è Mental Health in an Unequal World. Si ribadisce così un concetto che necessita di un’amplissima cassa di risonanza: continua a esistere, nonostante i progressi medici compiuti negli ultimi decenni, un divario di trattamento e qualità tra l’assistenza fornita a chi soffre di malattie mentali e a chi è angustiato da altre patologie. È precisato, infatti, che la salute mentale si trova nell’occhio di un ciclone, in cui vorticano fattori economici, sociali, ritardi ed esacerbazioni dovuti alla pandemia, ma soprattutto soffiano implacabili e devastatori i venti del pregiudizio e dello stigma.


La questione è più delicata di un petalo di una rosa bianca: il comportamento di chi sta intorno a soggetti afflitti da disturbi psichici deve essere premuroso, senza cadere però nel giudizio. Evitate i suggerimenti personali, soprattutto quelli asfissianti che vi fanno sembrare dittatori, e per una volta tacete, fermatevi ad ascoltare l’altro (pratica ormai desueta nella società odierna, sembra quasi sorprendente il beneficio che porta per entrambi le parti). Instaurare una conversazione senza critiche e senza consigli è fondamentale. Una volta conquistata la fiducia, il passo più difficile – ma anche più importante – è aiutare nel chiedere aiuto a uno specialista, a una persona competente che possa prendere in mano le redini della vita messa in pausa dalla malattia.


Nutro la più viva speranza che lo stato attuale delle cose si evolva; vorrei che nessuno, torturato dalla depressione, si senta dire: “Dai, c’è chi sta peggio di te”, “Devi darti una mossa, questa è solo pigrizia”. Desidererei che nessuno, avvolto dall’opprimente abbraccio della dipendenza affettiva, venga intimorito nella sua decisione di essere libero e autonomo, senza commenti del tipo: “E che sarà mai stare lontano da lui/lei”. E sogno che chiunque affetto da disturbi alimentari possa camminare con tranquillità tra i banchi di scuola senza sentirsi dire “Tutti sono fissati con la linea, almeno tu non devi preoccuparti”, “Se non si vedono le costole, non si è davvero anoressici”, “L’anoressia non è una malattia, è una tua scelta”. E vogliamo parlare delle risatine e degli “Impara a sdrammatizzare” rivolti a chi è afflitto da disturbi d’ansia?


Vorrei invitarvi a riflettere, perché le parole sono coltelli talmente affilati e nefasti da provocare ferite che si rimarginano solamente provvisoriamente, così precariamente da riaprirsi spesso; riflettete, perché potreste rivolgervi a una ragazza che, sull’orlo dei suoi vent’anni, un venerdì sera, mentre respirava l’odore malinconico di un incipiente acquazzone, ha capito che la sua mente era più obnubilata del cielo ben gravido di pioggia. Quella ragazza in un anno ha compiuto piccoli passi in avanti e combatte contro il mostro che rapisce spesso la sua mente, come quelle ombre che prima o poi compaiono sempre nei film horror in bianco e nero. Cercare un supporto è stata la decisione più coraggiosa e la terapia è il processo che la fortifica costantemente.


Non avere paura. Chiedere aiuto può essere difficoltoso, potrai incontrare diversi ostacoli, ma pensa solamente a riprendere in mano la tua vita che, sebbene tu spesso non te ne accorga, è meravigliosa. Ritrova il tuo equilibrio e splendi, prendi il tuo tempo per guarire: vindica te tibi è uno dei consigli più preziosi che Seneca abbia dato a Lucilio.



Di Silvia Santorsa



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