• Silvia Santorsa

MITI DA NON SFATARE / Le tematiche LGBTQ+ nella mitologia



Il mito, dal greco mythos, ossia “racconto”, è un ancestrale espediente adoperato fin dagli albori dell’umanità, che ha come finalità primaria quella di spiegare, e in questo modo ordinare, il mondo, il quale dal caos primordiale diventa così cosmo. Il mito è quindi lo specchio dell’impatto della realtà su un animo incosciente e sbalordito, che tenta con mezzi ancora irrazionali di rispondere alle innumerevoli domande che è in grado di porsi. In questa sottigliezza si coglie la profonda e progressiva correlazione tra il mito e la più evoluta filosofia. Ma la rilevanza del mito non viene soppiantata da quest’ultima: per tutta l’antichità, anche quando si comincia a disporre di non troppo rudimentali mezzi scientifici e di un assetto mentale più razionale, il carattere paradigmatico, sociale ed etico delle narrazioni mitiche non perde il suo mordente, bensì costituisce il pilastro portante su cui edificare la coscienza collettiva. Esso trae la sua vigorosa vitalità soprattutto dalla tradizione letteraria, depositaria del ponderoso compito di trasmettere valori, di educare la collettività, di esemplificare le norme.

L’elaborazione formale ha contribuito altresì a creare quella patina di fascino arcano, che sfiora il cuore e la mente degli uomini di tutte le epoche, fino a oggigiorno. A questa misteriosa emozione hanno contribuito anche le innumerevoli e carezzevoli storie d’amore; amore che non deve rendere conto a pregiudizi, a fasulle e intransigenti moralità, a sconsiderati e innaturali dogmi, ma che anzi, nel suo fluido e spontaneo sbocciare, diviene significativamente emblematico, exemplum genuino della consuetudinaria attività dell’animo umano. Avvalendoci, quindi, della tangibile efficacia e gagliardia della figurazione mitica, esploriamo in essa alcune tematiche LGBTQ+.



Il caso più noto, forse perché argomento dei primi testi conosciuti della letteratura occidentale, è il vessato rapporto tra Achille e Patroclo, che entra in scena tra le azioni belliche dell’Iliade.

In età classica non fu mai negato il rapporto tra i due, poiché era interpretato alla luce della pederastia pedagogica, una prassi dell’Atene del V secolo a.C. che prevedeva che un erastès e un eròmenos fossero implicati in una relazione socialmente ritualizzata con fini prettamente educativi e didattici. Recentemente, si è posto ancora l’accento sulla relazione dei due eroi greci nel romanzo d’esordio di Madeline Miller, La canzone di Achille, vincitore dell’Orange Prize nel 2012. Qui si ripercorre “biograficamente” la vita dei due eroi, dal loro apprendistato presso Chirone fino alla loro morte, incentrando il fulcro della narrazione sul loro amore. Nell’Iliade regna il silenzio riguardo alla natura di tale rapporto, tuttavia la reazione di Achille davanti alla morte di Patroclo è uno dei momenti più drammaticamente struggenti di tutto il poema:


«e Achille tra loro diede inizio al compianto,

mettendo le mani sterminatrici sul petto del suo compagno,

e gemendo sempre, come un leone dalla bella criniera

al quale un cacciatore ha rapito i cuccioli

nella selva fitta, e lui si angoscia d'esser giunto tardi».


È necessario sottolineare, poi, che Achille da questo momento riprenderà le armi non più per il desiderio di gloria, ma per la spasmodica cupidità di vendetta e di giacere nella stessa fossa con Patroclo.



Nel grande poema epico della cultura latina, l’Eneide di Publio Virgilio Marone, compaiono due personaggi che spesso dalla critica sono affiancati a Patroclo e Achille per la natura del loro rapporto: Eurialo e Niso, il cui mito era stato già tramandato dal ciclo epico. L’epiteto di Eurialo è “insigne per bellezza”, mentre quello di Niso è “fortissimo in armi”. Nel IX libro viene narrata la loro morte che, come declama il poeta mantovano, sarà ricordata eternamente proprio perché immortalata dai suoi versi. La morte di entrambi i giovani è, ancora una volta, un assaggio di quanto delicata, sottile e soave sia la penna di Virgilio anche quando si tratta di descrivere i nefandi lutti bellici:


«E già morendo

Eurïalo cadea, di sangue asperso

le belle membra, e rovesciato il collo,

qual reciso dal vomero languisce

purpureo fiore, o di rugiada pregno

papavero ch'a terra il capo inchina.»

«Indi da cento lance

trafitto addosso a lui, per cui moriva,

gittossi; e sopra lui contento giacque».



Molti altri esempi dello stesso tipo pullulano nella tradizione greca, come Teseo e Piritoo o Polido e Glauco, ma altrettanto frequenti sono anche gli amori omoerotici tra divinità e mortali. Un esempio commovente ed eziologico è l’episodio di Apollo e Giacinto, conteso con il dio del vento e morto per un tragico lancio del disco, deviato da Zefiro stesso. Mentre esala i suoi ultimi respiri tra le braccia di Apollo, il dio inconsolabile fa sgorgare dal sangue del suo amato il fiore blu che da Giacinto prende il nome.

Un’altra figura della mitologia greca diventa insegna del “proto-orgoglio” omosessuale già a partire dal Rinascimento: Ganimede, che Omero definisce come il più bello di tutti i mortali del suo tempo. Figlio di Troo, re eponimo di Troia, viene rapito da Zeus, il quale, invaghitosi di lui, si ricopre con piume d’aquila e lo porta via con sé dalla pianura troiana per farne il coppiere degli dei. In questo modo suscita l’ira di Era, madre della precedente coppiera Ebe, sostituita da Zeus.

Così, i mortali impreziositi da straordinaria bellezza divengono protagonisti delle più incantevoli narrazioni. È il caso di Narciso, cacciatore figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso, ammaliante e spietato, che respinge chiunque si innamori di lui. Il suo più affiatato spasimante, Aminio, si suicida sulla soglia della sua dimora con la spada che il prediletto gli aveva inviato, invocando gli dei affinché lo vendichino. Artemide, avendo udito le sue urla, fa invaghire Narciso del suo riflesso in una fonte. Struggendosi per non poter soddisfare il suo desiderio, si trafigge il petto con la spada e, stillando sangue sulla terra bagnata, fa nascere il noto fiore bianco dalla rossa corolla.



Karl Kerenyi, filologo classico e storico delle religioni, ha paragonato i racconti mitici di Giacinto e di Narciso a quello di Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che la ninfa Salmace, invaghitasi di lui, dopo averlo adescato mentre si bagnava in una fonte, pregò gli dei che potessero essere sempre uniti. Così fu accontentata, e si fusero in un unico corpo dai tratti androgini.

L’11 giugno 2018, al teatro greco di Siracusa è andato in scena lo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Camilleri, Conversazione su Tiresia. Qui l’autore intreccia il destino del profeta cieco con il suo, reso anch’egli cieco dalla malattia, dialogando con gli scrittori che hanno parlato di Tiresia nelle proprie opere, attraverso le varie epoche. Tiresia è stato accecato da Era, ma ricompensato con la veggenza da Zeus. Egli aveva, infatti, risolto la contesa tra i due coniugi riguardo a chi godesse di più nell’amplesso tra l’uomo e la donna, affermando che quest’ultima prova un piacere nove volte più grande del primo e, quindi, dando ragione a Zeus. Da ciò l’ira di Era. Tiresia, infatti, passeggiando sul monte Cillene o Citerone, vedendo due serpenti accoppiarsi, ne uccise, infastidito, la femmina. Fu così immediatamente tramutato in donna. Sette anni dopo, d’innanzi alla stessa scena, uccise il maschio, ridiventando uomo, avendo così avuto la possibilità di sperimentare sia il piacere sessuale femminile sia quello maschile.


Silvia Santorsa

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