• Benedetta Marinelli

MOTHERS BY…Nuove frontiere di maternità

Era un normale pomeriggio di giugno. Stendevo i panni sul mio balcone romano, godendomi i pochi piaceri della vita che la sessione lascia di volta in volta: il profumo dell’ammorbidente sulle dita, senza senso di colpa per una pausa logistica. Costretta ad apprezzare anche quei compiti da massaia pur di non studiare, appendevo canotte, calzini e pensieri al sole. L’ennesima fregatura sentimentale incombeva su di me, pronta a riprendersi tutto il dolore che le spettava, non appena la sbarra del “dopo gli esami ci penso” si fosse abbassata.

All’ennesimo calzino spaiato, perfettamente rappresentante il mio stato d’animo, il telefono squilla. Videochiamata. Mio fratello.

Mio fratello?


Tutti riuniti nella luminosa cucina molisana, i miei cari spalleggiano mia cognata trepidanti come la Curva Sud della Roma quando giocava Totti: “Bitta, sono incinta!”

È goal.

È incredibile come un agglomerato di poche cellule possa stravolgere gli equilibri costruiti in anni e anni di pratiche famigliari. Da quella notizia non ci sono state altre priorità se non la preparazione del mondo alla venuta del bambino.

Tradizioni, opinioni, leggende hanno cominciato a vorticare intorno a quel mero processo biologico che proprio non riusciamo a non considerare miracoloso. Perché così è il corpo delle donne: miracoloso. È un corpo che sa fare spazio alla vita e farsi spazio nel mondo. È una materia duttile, elastica, potente nel senso letterale del termine, è un corpo che può la vita.


Di mese in mese, di ecografia in ecografia, la strutturazione di quel primo agglomerato di cellule si è articolata di tutta una serie di narrazioni fantastiche, ogni dettaglio fisiologico è andato a comporre una storia a sé in un mosaico mirabolante già bello e confezionato dalla zia fricchettona (la sottoscritta), pronto a essere consegnato al nascituro quando chiederà quello che ogni essere umano vuole sapere: “Da dove vengo?”.

Eh, già… perché i confini della maternità cambiano, ma la domanda che esige una risposta resta sempre quella. Ci comunicano dal sindacato delle cicogne che non ne possono più di essere sfruttate, si esigono spiegazioni plausibili, veritiere (e anche belle possibilmente)!

Una bella sfida, questa della maternità, in un’epoca fluida come la nostra, a volte sorprendente. La possibilità scientifica di conoscere e agire sulla “natura”, finora sacrosanta, ha introdotto una vera e propria riconcettualizzazione del corpo, della persona, della sessualità che ci costringe ad aggiornare “la favoletta” della famiglia monogama eterosessuale.

Mettiamoci comodi sul dorso della nostra cicogna e proviamo a fare un giro di ricognizione verso nuovi orizzonti.


Partendo dal tetto del mio nipotino, frutto di un’unione eterosessuale “naturale”, planiamo sul tetto di Melanie Thernstrom, nota giornalista americana che ha raccontato al Times Magazine il modo in cui è diventata madre (l’articolo è uscito anche per D-Repubblica https://www.yumpu.com/it/document/view/15163844/scarica-il-file-d-repubblica-12022011pdf-famiglie-arcobaleno). Avendo scoperto di non poter concepire un figlio esente da malattie congenite, decide, d’accordo con il marito, di ricorrere alla famigeratissima GPA, la “gestazione per altri”, ovvero l’utero in affitto. Anzi, volendo più bambini, ricorrono a ben due gestazioni diverse contemporaneamente.


Melissa (infermiera trentenne) e Fie (impiegata, anche lei sulla trentina), entrambe già madri di tre bambini, accettano di portare in grembo i figli di Melania, come gesto disinteressato di sorellanza femminile. In vitro, quindi, gli spermatozoi del marito fecondano gli ovociti di una “fata buona” che li ha donati; gli embrioni ottenuti vengono impiantati negli uteri delle gestanti.

Nove mesi dopo vengono al mondo due twiblings a distanza di pochi giorni: hanno lo stesso patrimonio genetico, ma sono nati da due uteri differenti. Di chi sono figli? Di chi li ha voluti, di chi li ha sognati, di chi si prenderà cura di loro per sempre: Melania, la madre intenzionale, sociale.

Melissa e Fie affermano di sentirsi legate ai bambini che hanno accompagnato per così tanto tempo, ma si tratta di un sentimento completamente diverso da quello provato verso i propri bambini.

Non c’è spazio per paure e gelosie – scrive la Thernstrom che ha mantenuto vivo il rapporto con tutti coloro che hanno contribuito alle nascite – «così facendo (rimuovendo dalla mia mente donatrice e gestanti) si cancellerebbe la nostra esperienza del modo in cui i nostri figli sono venuti al mondo. E il fatto che siano nati grazie alla buona volontà di due sconosciute mi sembra di buon auspicio».


Naturale, no?

Nell’epoca della “riproduzione della riproduzione”, fare un figlio è un processo soprattutto simbolico, certo, ma non si può prescindere la potenza strutturale del corpo (o delle parti di corpo) della donna. Le narrazioni delle riproduzioni assistite sono sempre rielaborazioni personali, risignificazioni del linguaggio medico che rendono le donne spettatrici di sé stesse, della loro verità interna. Degli ovociti si parla come di principi, il loro campo semantico attinge alla forza, alla bellezza, alla prestanza. Derubricato è il ruolo degli spermatozoi, che non destano la stessa attenzione.


Tra le famiglie omosessuali, ad esempio, si può notare un diverso atteggiamento circa l’anonimato dei donatori. A livello simbolico, tra le madri, prevale la convinzione di una propria autosufficienza genitoriale, come se il dono dei gameti maschili fosse un “semplice” apporto di materiale biogenetico; al contrario nei padri gay è tipica la preoccupazione circa l’assenza di una figura di riferimento del sesso opposto.

Come già suggeriva Laqueur – storico della medicina, della sessualità e della nazionalità di genere americana –, culturalmente il seme è qualcosa che, «nel momento in cui penetra nel corpo di una donna, vi accampa dei diritti». Se il seme colonizza il corpo femminile, imponendo un’identità sociale (vd. cognome paterno), allora l’anonimato è un modo per depatriarcalizzare lo sperma, che è così liberato da un soggetto specifico. Al contrario non vi è nessun pregiudizio da superare riguardo all’ovulo che può passare da un corpo femminile all’altro senza “usurpare” l’essenza della maternità, anzi, non sono rari i casi in cui sorelle o madri donano i propri ovociti alle donne che vogliono gestare, ma non possono concepire.


Insomma, non si può prescindere dalla centralità del corpo della madre biologica, a cui l’esperienza letteralmente viscerale del parto e dell’allattamento dà un primato che per l’eventuale altra madre può generare un senso di spaesamento. Questo vale nella GPA, ma anche nelle coppie lesbiche, in cui quella non biologica deve trovare nuovi modi per fondarsi come madre: tagliare il cordone ombelicale, prendere per prima in braccio il piccolo, vestirlo, ecc.

La legittimazione intima avviene nella quotidianità, attraverso la continua interazione con i figli. Lavoro complesso condizionato dal fatto che, giuridicamente, chi lo pratica resta un perfetto sconosciuto, con la possibilità di essere estromesso dalla relazione sia nell’eventualità che il rapporto con la madre biologica si interrompa, sia in caso di decesso di quest’ultima.


Da dove vengo? Torniamo alla domanda fondamentale.

La verità biogenetica (di cui siamo fatti) non si può avallare e in casi “particolari” essa va proclamata con sincerità delicata ma netta, nel rispetto della storia del bambino. La questione è sul chi pone la domanda: la genitorialità eterosessuale non deve rendere conto alla comunità sociale dell’intimità che ci è voluta per concepire il frutto del loro amore. Per la normalizzazione delle famiglie arcobaleno si parla di “messa in scena comunitaria” (cfr. De Singly e Descoutures) della propria identità famigliare che, se da un lato erode il modello dominante, proponendo un altro ordine simbolico della differenza sessuale, dall’altro lo affianca, recuperandone linguaggi, modalità, motivi in un equilibrio nuovo e artefice di nuove relazioni.


Dare la vita è un superpotere da maneggiare con cura, da proteggere, ma anche da proclamare. Da rivendicare, ma anche da donare (se si vuole). In quel processo infinito di creazione e ri-creazione della famiglia, della società, della vita.



Di Benedetta Marinelli

118 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti

MA CHE SPRECO!