• Micol Mancini

NIETZSCHE E IL FUNAMBOLO DEL DISINCANTO

Aggiornamento: 25 lug 2021

Così parlò Zarathustra: un libro per tutti e per nessuno, capolavoro nietzschiano tanto noto quanto incompreso. L'opera, di stampo biblico e oracolare, viene definita dallo stesso autore «la più profonda che sia mai stata scritta». Metafore, similitudini e profonde allegorie permeano il testo che assume una connotazione mistica, sospesa, miracolosa. Tra le tante figure prese in analisi - di cui ricordiamo le più celebri come il fanciullo, il cammello e il gregge - spicca anche quella del funambolo. Nietzsche si concentra, infatti, su questa topica e ambivalente immagine che diviene pretesto per indagare il percorso dell'uomo.





Mentre Zarathustra parlava, il funambolo aveva dato principio al suo gioco: era uscito da una porticina e ora camminava sulla corda tesa tra le due torri, cosicché appariva sospeso sopra il mercato e la folla. Quando fu giunto a mezzo il cammino, la porticina si riaperse e una bizzarra figura, rassomigliante a un pagliaccio, ne saltò fuori e seguitò con passi rapidi il primo. “Avanti sciancato!” gli gridò con voce terribile [...] e a ogni parola gli si avvicinava sempre più, ma, quando non ne fu discosto più d’un passo, avvenne l’orribile caso che fece ammutolire ogni bocca e tenne fissi tutti gli sguardi: gettando un grido da indemoniato, egli saltò oltre colui che gli impediva il cammino. Ma questi, vedendo in tal modo trionfare il suo rivale, perdette la testa e l’equilibrio; lasciò cadere la sua pertica e precipitò più ratto di questa, come un turbine di braccia e di gambe nell’abisso. [...] Dopo un tratto il caduto riprese i sensi e scorse Zarathustra inginocchiato vicino a lui. “Che cosa fai qui?” disse finalmente “Sapevo bene che il diavolo finirebbe per darmi il gambetto. Ora mi trascinerà all’inferno, vorresti tu forse impedirmelo?”. “Sul mio onore, amico mio,” rispose Zarathustra “nulla è vero di ciò che tu pensi: non v’ha né diavolo né inferno. L’anima tua morrà prima ancora del tuo corpo; non temer di nulla!”. L’altro alzò gli occhi diffidenti: “Se tu dici la verità, io nulla perdo, perdendo la vita. Io non valgo più”. “Tutt’altro,” disse Zarathustra “del pericolo tu hai fatto il tuo mestiere e nulla v’è in ciò di spregevole. Per ciò appunto io voglio sotterrarti con le mie mani”. Quando Zarathustra ebbe finito di pronunciare queste parole, il moribondo non rispose più. Solo agitò la mano, come se cercasse quella di Zarathustra per ringraziarlo.





Il passo proposto è tratto dal prologo dell'opera. Il funambolo riveste appieno il suo ruolo di figura sospesa, instabile in una dimensione prettamente limbica. Questo è, infatti, per l'autore un elemento di transizione: un cavo teso tra la bestia e il superuomo. La sua condizione è precaria e dicotomica, non ammettendo una terza possibilità: o si prosegue vincendo la fune e uscendone vincitori o, con un volo pindarico, ci si sfracella al suolo.


L'equilibrista diviene emblema del rischio: vive un’esistenza precaria ed eternamente in bilico, tanto adrenalinica quanto, a tutti gli effetti, mortale. Ed è proprio il rischio l'elemento che Zarathustra propone di inseguire: vivere una vita che sia pericolosa perché piena, che sia degna di essere vissuta poiché libera da false certezze mascherate da solidi appigli. Un’esistenza che permetta di emanciparsi, di crescere liberamente e di superare le proprie contraddizioni al fine di raggiungere la perfetta forma dell'Übermensch, del superuomo.

Zarathustra è il profeta che ha fatto propria l'idea della morte di Dio, un fatto storico che consente di concepire il presente come un valore ossimoricamente atemporale, svincolato da un passato e da un futuro e genuinamente immotivato. Tale concetto similmente si riflette anche in altri filosofi vicini a Nietzsche, quali Schopenhauer («il mondo ha creato Dio e non viceversa») o Marx («la religione è il gemito della creatura oppressa [...] l'oppio dei popoli»).




In questo senso, la morte di Dio è un pretesto per poter recuperare il vero e spassionato rapporto con la vita. La vicenda si svolge in un mercato, luogo eterogeneamente popolato e vissuto. Il profeta ha intenzione di parlare ai presenti, ma la vista dello spettacolo circense distrae gli spettatori. In questo clima fragoroso e confusionario, il funambolo vive la propria concentrata pace in bilico, muovendosi a passi incerti. Viene però superato dal pagliaccio: figura ambigua e scanzonata che per l'autore simboleggia l’incarnazione degli istinti vitali che aggrediscono l'uomo e che potrebbero rivelarsi fatali qualora quest'ultimo non riuscisse a gestirli. Così è stato per il funambolo, il cui corpo quasi eroicamente si frantuma a terra. Egli, una volta appresa e accettata la morte di Dio, non ha trovato un solido appiglio capace di conferirgli salvezza e stabilità. A questo punto, una volta seppellito, Zarathustra si ritira dalla propria missione profetica.


Sebbene il funambolo appaia, quindi, come un uomo superiore, oltre a essere stimato dallo stesso vate, viene interamente colto nelle sue fragilità. Il filo da percorrere rappresenta lo slancio, la temerarietà e l'innalzamento dell'uomo verso il superamento del proprio essere e delle proprie fittizie certezze: un superamento rischioso, che non raccomanda in alcun modo un esito positivo, ma che, secondo la concezione superomistica, è necessario attuare.


Micol Mancini


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