• Benedetta Marinelli

ODE AL RI DEI RI / Pasqua significa "andare oltre" e quella del nuovo testamento è oltre ogni logica



Dal moto terrestre al battito cardiaco, la vita procede per cicli che si ripetono e questo è certo tanto quanto lo è che ogni ciclo si concluderà con la morte… o forse no?


Riprovare, richiamare, ritrovare, ricercare, rialzare, rinascere… esistono verbi più belli di quelli iterativi? “R” e “I”: cosa potrebbe descriverci meglio di queste due lettere così ostinatamente umane? Il metodo scientifico, la fisiologia del corpo, l’evoluzione stessa è fatta di tentativi. Il moto dei pianeti, come il battito del nostro cuore, si compone di rivoluzioni, movimenti ciclici che ripetendosi permettono la vita.

Il mondo è fatto di continui “ri-”: Nietzsche chiude questa iterazione in un serpente che si morde la coda nell’eterno ritorno del tempo, anch’esso necessariamente uguale a se stesso. Eppure tutti, filosofi e scienziati, dobbiamo convenire che qualcosa conclude ogni ciclo, qualcosa da cui non si può tornare indietro c’è: la morte.


Questo grande punto d’arrivo, come un punto ortografico, chiude inesorabilmente un periodo – la vita –, oltre il quale si può solo andare a capo, non c’è più spazio per subordinate o parentesi.

Anche la letteratura antica, sempre tesa nell’immaginare spiegazioni per qualunque evento, si rassegna al fatto che la morte implichi la fine definitiva della vita fisica. Secondo questa logica, nel rapporto tra realtà e aldilà, i defunti giocano sempre in casa: i vivi hanno la possibilità di scendere negli inferi e tornare indietro; i morti no e, se capita, si tratta di un processo oscuro, innaturale, malvagio.

Persino le religioni rivelate concepiscono la resurrezione della carne solo nel momento del Giudizio universale, quando cioè l’ordine del mondo non esisterà più.



Allora perché stamattina abbiamo fatto colazione con l’ennesima colomba pasquale? Qual è la vera sorpresa dentro l’uovo? Qual è il vero miracolo di cui si fa memoria in questi giorni e perché ci riguarda anche se non entriamo in una chiesa dal nostro battesimo?


Un racconto, come sempre, ci viene incontro in questa spiegazione: c’era una volta un falegname di Nazareth di nome Gesù, che si dichiarava figlio di Dio. Decisamente poco discreto, andava in giro a fare miracoli, a rivoltare bancarelle dinanzi al tempio, a camminare sulle acque, ecc.

La narrazione di Gesù, a prescindere dal credere o meno che sia il Messia, è quella di un personaggio straordinario: non è la semplice riproposizione del paradigma Davide vs Golia, dell’eroe positivo che combatte da solo per un mondo migliore. È anche questo, certo, ma le sue imprese hanno il coraggio di toccare (e superare) l’inaudito.


A un certo punto delle sue avventure, Gesù pronuncia delle parole alquanto dubbie: «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». Giustamente, i Giudei rispondono scandalizzati: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». E lui rilancia: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». A questo punto i Giudei non vedono soluzione migliore che prenderlo a pietrate. Spoiler: diceva la verità e di lì a poco sarebbe risorto dalla morte.

Questo episodio non è una metafora, non è una provocazione. Per la prima volta qualcuno annuncia che si può andare oltre la più logica delle conclusioni: Gesù nella parola “morte” non comprende la parola “fine” e la morte, privata della fine, diventa “Pasqua” nel suo significato originale di passaggio.

Letteralmente, la parola ebraica pesach significa “passare oltre”, “tralasciare” e rimanda al racconto della decima piaga d’Egitto, durante la quale il Signore comandò agli ebrei di segnare gli stipiti delle loro abitazioni con il sangue di un agnello appositamente sacrificato, indicando così all’angelo della morte di “passare oltre” e rivolgersi solo agli egiziani, affinché il popolo eletto potesse fuggire dall’Egitto verso la Terra promessa. La Pasqua ebraica, quella del Vecchio Testamento, è il passaggio dalla schiavitù alla libertà, che resta uno snodo fondamentale e bellissimo, ma ancora incompleto, ancora saldo nei limiti del pensiero umano.

Il Nuovo Testamento, invece, racconta un evento che “va oltre” l’unica certezza che anche Abramo credeva di avere come tutti: Gesù oltrepassa la morte, varca per la prima volta il confine della logica umana e risorge nella sua stessa carne dopo tre giorni dal suo ultimo respiro. Ritorna, si rialza nello stesso luogo in cui lo avevano deposto, indossando gli stessi vestiti, con le stesse ferite ancora aperte: da “vero Dio” ha appena distrutto ogni certezza umana eppure ritorna nello stesso mondo, dove vige la stessa logica che lo aveva ucciso da “vero uomo”.



Chi ha la fortuna di credere che questo evento sia un fatto ha davvero la possibilità, oltre che la speranza, di attraversare ogni morte, da quelle metaforiche a quelle vere, con la fiducia degli israeliti che corrono tra le pareti del Mar Rosso, illuminati da quella stessa luce che si sprigionò da un sepolcro chiuso. Chi non ha ricevuto questo dono (la fede è un gran bel dono, per usare le parole dell’evangelista Giovanni) può comunque meravigliarsi del miracolo narrativo di chi, scrivendo il Nuovo Testamento, ha creato un eroe diverso dagli altri, in grado di superare ogni limite – temporale, culturale e logico –, un personaggio che ha la sua spannung proprio quando oltrepassa l’unica vera certezza dell’uomo, facendola rotolare via, come la pietra che chiudeva il sepolcro.


È bello immaginare proprio questo antro chiuso come l’uovo in cui la vita sta sospesa finché non trova la forza di sprigionarsi. Le riflessioni sulla risurrezione sono infinite. Particolarmente efficace è quella di Lucio Fontana che, nel 1963, ha realizzato una serie di opere intitolate La fine di Dio: sono tele alte quanto una persona, a forma di uovo, dipinte a olio con colori saturi, ricchi. L’artista – come suo solito – le squarcia, allargando i buchi con le mani. Il gesto viscerale che lacera la tela con violenza ha il suo senso nell’apertura di un varco, che libera l’arte dalla fisica e permette davvero di oltrepassarla. Credo che dai buchi di queste tele si veda chiaramente il significato più profondo della Pasqua: la capacità dell’uomo di pensare e immaginare oltre ogni limite e ogni logica.

Insomma, che la si consideri verbo di Dio o poema antico, la narrazione della risurrezione di Gesù Cristo è di certo il “ri dei ri” degli iterativi, capace di riassumere la qualità tutta umana di ricominciare ogni volta a vivere, da qualunque punto, anche il più inconcepibile, anche il più arido.

Che questa Pasqua sia davvero un passaggio verso la vita.


Benedetta Marinelli


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