• Silvia Santorsa

PERCHÉ NON HAI UN NOME ITALIANO?

Genti del sud, ditemi: chi non ha mai cantato ballando queste parole, magari in una spensierata nottata d’agosto, su una spiaggia brulicante di gente, durante un’allegra festa con gli amici di una vita? E non cominciamo a fare le solite distinzioni: il Meridione è unico nel cuore che batte al ritmo della taranta, nell’animo accogliente e gioviale, nell’ancestrale e non così rigida tradizione, pur apprezzando le differenze che rendono peculiare ogni miglio della landa, ogni tratto di mare, ogni dolce vetta appenninica. Noi meridionali siamo in particolar modo radicati alla nostra terra, che affascina anche chi non sente il richiamo materno del vento che sbuffa delicatamente tra gli alberi secolari, del sole che scotta solleticando la pelle, delle tavole imbandite amorevolmente dai nonni.

Il rapporto con le nostre radici è strano: quando siamo a casa, sogniamo di andare altrove; e quando siamo giunti alla destinazione tanto agognata, il demonio della malinconia ci attanaglia tremendamente. Nel cuore del Mezzogiorno, a Conversano, in provincia di Bari, c’è una galleria di tappeti persiani, fondata trenta anni fa, chiamata Hassan Gallery. Mi ci accompagna Saman Javadi, che in quella galleria ci è cresciuto, che di quella galleria si prende cura giorno dopo giorno, perché, nonostante molto spesso i nostri piedi, le nostre vite vengano sradicate e trapiantate in un altro luogo, in un terreno che (almeno si spera) sia più fertile, che possa dare abbastanza linfa per far sbocciare i petali più colorati e spiegare le foglie verdi al sole splendente, le radici non mutano, al massimo si adattano al nuovo ambiente più o meno forzatamente. E io sono sempre stata magnetizzata da questa caratteristica di Saman: quando parla riaffiora sempre, ammaliante e quasi onirico, un legame stretto con la sua terra e, se ci credete, con la sua patria. Quando mi ha concesso il favore e il piacere di parlarmi del suo modo di vivere le radici ero talmente felice da voler racchiudere tutto in una sorta di cronaca, di riassunto degli ideali, dei valori e dei sentimenti che questa esperienza mi avrebbe suscitato. Inutile dire che ne sono rimasta estasiata non appena ho messo piede nella galleria, lasciandomi trasportare dalla meraviglia suscitata dai vividi colori, dalle linee ora geometriche ora sinuose delle decorazioni dei tappeti, un po’ come una bambina, un po’ come Pinocchio nel Paese dei Balocchi. È una sorta di turbine che ti travolge, come quando si entra in un museo e si è circondati da opere d’arte, solo che queste opere d’arte sono raccontate non da guide turistiche, ma da chi le vive e le fa vivere.

Così Saman e i suoi fratelli mi raccontano non solo i dettagli di ogni pregevole pezzo, ma anche i ricordi di nascondini infantili, partite di calcio “clandestine” sui tappeti e marachelle spensieratamente fanciullesche. Ho trascorso quattro giorni circondata dalle amorevoli e dolci premure di sua madre, dai carezzevoli sguardi e sorrisi di suo padre e dall’allegra compagnia di suo zio e dei suoi fratelli. E così, tra una risata e l’altra, tra una partita di Monopoly e il profumo del Khoresh Qeimeh, abbiamo passato sotto la lente di ingrandimento diversi argomenti, senza domande forzate, ma come in una sorta di flusso di coscienza.


Saman nasce il 2 marzo del 1985 a Pescara e si trasferisce a Conversano nel 1992, quando il suo fratello più piccolo aveva soltanto sei mesi. A 19 anni, dopo aver terminato il percorso di studi liceali presso il classico di Conversano, si trasferisce a Milano per studiare alla Cattolica. Nella nostra lunghissima chiacchierata, sono riuscita a scorgere due diversi nuclei che hanno dominato incombendo su tutti gli argomenti trattati: la religione e la lingua. Dopo avermi parlato della sua famiglia, comincia a parlarmi di sé stesso, partendo da quel momento in cui spesso si è sentito lontano dagli altri: l’ora di religione alle elementari:

“Ho due radici in senso religioso: ne ho una cristiana cattolica, dal punto di vista culturale, che ho appreso a scuola e non solo; invece la radice islamica mi ricorda soprattutto le mie nonne, in particolar modo quella paterna. Ma sono più le volte che sono stato in una chiesa cattolica; so recitare le preghiere cattoliche, magari non credendoci. Ma per quanto riguarda le preghiere islamiche, rilevante è il fatto che non conosco l’arabo, perché il persiano non è arabo, ma di certo la lingua dei miei genitori è un fattore fondamentale delle mie radici”.

Poi abbiamo aperto un’altra enorme e importante parentesi sulla lingua. La prima volta che ho sentito il persiano è stato tramite la dolce voce della madre di Saman, che, con davvero tanta pazienza, chiedeva informazioni al figlio, il quale, puntualmente, rispondeva in italiano.

“Non mi hanno insegnato l’arabo per imparare a leggere il Corano, ma il persiano che è la lingua dei miei genitori. Mi hanno insegnato a leggerlo, non a scriverlo, quello ho dovuto impararlo da me, perché ne ho avuto voglia. La lingua è un essenziale raccordo tra me e le mie origini e ciò lo si può vedere anche dal mio nome e da quello dei miei fratelli. Un aneddoto che ricordo fin da quando ero bambino riguarda, appunto, i nostri nomi: di tanto in tanto in galleria qualcuno chiedeva a mio padre perché non ci avesse dato nomi italiani. La risposta di mio padre era sempre la stessa: voleva far immedesimare l’interlocutore nella sua posizione. Ma anche la replica era sempre la stessa: se fossero stati, per esempio, in America, avrebbero dato ai figli un nome americano. Ho sempre visto un assurdo paradosso in questo, una sorta di “orgoglio” italiano osteggiato da un’esterofilia”.


A partire dal mio disappunto sul fatto che rispondesse in italiano ai genitori è cominciata forse la parte più suadente e interiore della nostra conversazione:

“Io mi definisco italiano iraniano, non italo iraniano, che implicherebbe il trovarsi a metà strada. Sono italiano perché sono nato in Italia, perché sono andato a scuola, in ospedale, ho lavorato in italiano. Sono iraniano per il nome, il cognome, il sangue, le radici. Io da bambino ero iraniano, non solo legalmente, mi sentivo anche iraniano. Ci sono voluti anni per arrivare qui”.


Di Silvia Santorsa

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