• Simona Di Francesco

POSSIAMO CONVIVERE CON I ROBOT? / Ah, ma lo stiamo già facendo

Aprile è un mese di ricorrenze speciali per il mondo delle tecnologie: il 3 aprile del 1973 veniva effettuata la prima telefonata da un cellulare, il 4 aprile del 1974 Bill Gates fondava la Microsoft, il primo aprile di due anni dopo veniva fondata la Apple, il 6 Aprile 1992 moriva Isaac Asimov, padre della robotica. Abbiamo fatto molta strada da quegli anni in realtà così vicini, in cui il progresso era privo di ombre.


Vi lascio immaginare la costernazione di una letterata quando la sua amica, laureanda in AI and Robotics alla Sapienza di Roma, le descrive il campo del Machine Learning come “incantevole”. Il Machine Learning è quel campo della robotica che studia il modo in cui i computer imparano ad agire: sì, i computer imparano e non sappiamo ancora esattamente come. Quando pensiamo alla robotica, all’AI e ai rischi che esse comportano, immaginiamo robot androidi che un giorno scopriranno di avere una propria coscienza e si ribelleranno ai loro creatori esseri umani. Ma mentre attendiamo che il pianeta venga assediato da un esercito di androidi stile Westworld, un cambiamento enorme sta già accadendo sotto i nostri occhi e l’intelligenza artificiale (e la robotica già da tempo) si è profondamente insediata nella nostra vita quotidiana.



Facciamo chiarezza sui termini: la robotica è la disciplina dell’ingegneria che studia e sviluppa metodi che permettano a un robot di eseguire un lavoro specifico riproducendo il lavoro umano. Per capirci, già da tempo si parla della crisi dei lavori manuali sostituiti dal braccio robotico che in fabbrica assembla i pezzi di un determinato prodotto. Come fa ad assemblarli? Un programmatore avrà scritto per lui un codice che gli dice esattamente cosa fare: alzati, ora girati, ora stringi, ora rilascia ecc. Lui non pensa da solo, esegue dei compiti senza alcun tipo di autonomia. Non a caso la parola robot deriva dal ceco robota, “lavoro forzato”. Questo tipo di robot non “impara” nulla. Per Artificial Intelligence, invece, si intende un sistema che analizza l’ambiente e agisce con un certo grado di autonomia per raggiungere un obbiettivo specifico. Le AIs possono esistere sotto forma di software (assistenti vocali, social media, riconoscimento di immagini o vocale. Vi ricordate il film Her?) o essere inserite all’interno di un hardware, un corpo, quindi unite alla robotica. A un robot munito di AI quindi verrà assegnato un compito ed esso imparerà da solo come svolgerlo. Creepy, ma incantevole.



Questo comporta tutta una serie di ripercussioni morali, antropologiche, economiche, sociali, politiche. In pratica, non è un problema degli scienziati e dei nerd. Come possiamo immaginare un futuro in cui non essere schiacciati dalle Intelligenze artificiali? Ma soprattutto in che modo potrebbero sopraffarci? E in che modo potremmo conviverci? La questione è analizzata molto attentamente nel docu-film del 2020 The social dilemma, con un approccio decisamente catastrofico. Guidati dalle tesi di Tristan Harris, presidente e co-fondatore del Centre for Human Technology, una serie di ex dipendenti di grandi compagnie della Silicon Valley si alterna spiegando i punti nevralgici della discussione: economia ed etica. Dietro la robotica e le intelligenze artificiali girano miliardi di dollari. Quante volte ci siamo chiesti: ma se io non pago, come fa quest’app a fare soldi? In The social dilemma leggiamo questa frase: “If you are not paying for the product, you are the product”. Noi siamo il bene che le società comprano, la nostra attenzione, così i colossi della Silicon Valley cercano di sviluppare dei sistemi di AI che attirino sempre di più la nostra attenzione costringendoci a rimanere davanti al telefono così da poterci propinare più pubblicità possibili. A questo servono i famosi dati che qualche boomer o complottista sostiene vengano rubati. In questo gioco, chi riesce a fare migliori predizioni vince. Il problema è che essendo un campo totalmente inedito di marketing, le regolamentazioni sono veramente poche. Dove sta il limite? Come capiamo quando queste previsioni stanno condizionando la vita di miliardi di persone? È già troppo tardi. Sta accadendo, e queste condizioni stanno portando a risultati inaspettati dal punto di vista sociale. Nessuno che abbia contribuito a creare i like sui social (Facebook per primo) avrebbe mai potuto prevedere che dei giovanissimi avrebbero cercato la morte a causa di quella funzione. E così continua: i filtri bellezza, gli algoritmi sempre più potenziati, i trend.

L’inclusività non è parte di questo sistema: al di là degli esempi più pratici ed evidenti come la scarsissima presenza di donne, ma soprattutto di etnie, nel centro nevralgico di tutto ciò, la Silicon Valley, un futuro concepito in questo modo porterà inevitabilmente all’esasperazione del sistema capitalistico dei ricchi che diventano più ricchi e i poveri che diventano più poveri. Non la pensa così Kai Fu Lee che, in un TED chiamato How AI can save our humanity, sostiene che i lavori sostituiti dalle macchine saranno solo dei “routine job”, privi di umanità quindi degradanti per l’uomo. L’aiuto delle macchine porterebbe così gli uomini a essere più liberi di dedicarsi a lavori veramente fatti su misura per loro, impieghi dove serve empatia, partecipazione e soprattutto amore, perché Lee “can responsibly tell you AI has no love”. Lee immagina dunque un mondo ricostruito dalle basi, che però non annulla il problema del divario sociale ed economico.



Dal punto di vista antropologico, l’uomo non ha strumenti per affrontare questa evoluzione così repentina del mondo attorno a sé. Si sente impotente davanti all’intelligenza delle macchine. Ma cos’è l’intelligenza? Kevin Kelly in un TED del 2016 “How can AI bring a second industrial revolution” pone l’accento su come il concetto di intelligenza sia incomprensibile alla stessa intelligenza umana: “we tend to think of intelligence as a single dimension that is kinda like a note that gets louder and louder. It starts with IQ measurements […] that’s completely wrong. That’s not what intelligence is, what human intelligence is anyway. It’s much more like a symphony of different notes, and each of these notes is played on a different instrument of cognition. There are many types of intelligence in our own mind.”

È quindi nel confronto con le macchine che ci troviamo a rivalutare l’alterità di ciò che i rende umani: l’EQ, Emotional Quotient. Quello che tutta la civiltà occidentale ha cercato di seppellire nei secoli sotto al famigerato IQ. L’IQ è un numero che tutti i computer odierni potranno superare, ma è riabituandoci all’unicità dell’Emotional Intelligence che troveremo il modo di gestire questa trasformazione senza farci sopraffare. Potremmo anche puntualizzare come gli uomini continuino ad essere ossessionati con l’idea della centralità e del controllo su tutto, ma questa è un’altra storia.


Simona Di Francesco


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