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Quando gli adulti fanno “oh!”

Chi da piccolo non ha mai sognato di trasformasi?

Gli eroi della tv non facevano altro che questo: Goku evolveva di Saiyan in Saiyan; tra Enchantix e Sirenix, le Winx hanno cambiato più poteri che mutande e, sintonizzandosi sull’adolescenza, la costante rimaneva quella, la trasformazione: di Miley in Hannah Montana; di Justin, Alex e Max che con una bacchettata diventavano i maghi di Waverly…

Parlando dei giorni nostri, i personaggi che accompagnano le giovani fantasie non possono prescindere da questa magica capacità, basti pensare al successo di Luca, mostro marino e bambino all’occorrenza.

Eppure, da piccoli questo superpotere lo avevamo tutti: bastava un ramoscello per diventare studenti di Hogwarts, un cartoncino a forma di corona per essere principesse e un pallone per giocare in serie A e, in mancanza di oggetti fantastici, era sufficiente un angolo buio per evocare mostri, un giardino fiorito per danzare a corte e un paio di nuvole per volare.


L’immaginazione per i bambini è parte integrante della realtà. È la forma base per relazionarsi con il mondo che li circonda e con quello interiore, sublimando nel proprio personalissimo spazio fantastico esperienze ed emozioni che si fanno, così, gestibili perché trasformabili in ogni momento e in qualunque cosa. È bene distinguere fantasia e immaginazione: la prima prescinde dall’ambiente e si riferisce alla capacità stessa di pensare; la seconda, che spesso consegue alla fantasia, è la sintesi di percezione e soggettività, ovvero la rielaborazione attiva della realtà secondo il proprio ordine di connessioni. Ordine, questo, di per sé meravigliosamente disordinato.


Diversi studi scientifici dimostrano quanto sia fondamentale per lo sviluppo cerebrale coltivare l’immaginazione, imbevendo le sinapsi dagli 0 ai 3 anni di più stimoli possibili: scenari diversi (anche solo mentali), storie, risposte o domande bizzarre! Dai tre anni, poi, questa facoltà attinge sempre meno al fantastico per elaborare la realtà e si confà ai suoi schemi predefiniti con una dose di meravigliata e curiosa scoperta, destinata a diminuire sempre di più, finché del “mondo incantato” non resta che… il mondo.

Il rischio che tutti corriamo, superate le Colonne d’Ercole dell’infanzia, è di restare intrappolati nell’ordine della realtà senza riuscire più a trasformarla, a evadere. «Te ne sei accorto, sì? Che tutto questo rischio calcolato toglie il sapore pure al cioccolato» canta Brunori Sas in La verità, un concetto molto più onesto di quanto si possa immaginare. Del resto, qualunque cosa perde gusto se spogliata dei “simboli” di cui la insigniamo: che senso avrebbe un braccialetto di filo se non rappresentasse un’estate indimenticabile oppure una buona pizza se non stipulasse ogni settimana un sigillo di amicizia; o le canzoni se non ci facessero sentire parte del videoclip ogni volta che le ascoltiamo.

Abita in questo sistema rappresentativo l’immaginazione che, da adulti, dobbiamo mantenere allenata. Non tutti hanno la fortuna di lavorare ogni giorno a stretto contatto con la propria creatività che già da sola basta a elasticizzare il “muscolo” della fantasia: tra numeri, scadenze, compiti meccanici, la trappola degli schemi ingloba sempre più persone.

Come evadere? Ri-imparando a giocare. A parte i toys più o meno sex, la chiave per illimitati universi felici o quantomeno diversi giace in un libro.


«Chi non legge, a 70 avrà vissuto solo una vita: la propria. Chi legge a 70 anni avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito perché la lettura è un’immortalità all’indietro.» (U. Eco)



Elencare i benefici psicofisici della lettura sarebbe superfluo, concentriamoci per un attimo sulle sensazioni che evoca la possibilità di uscire da sé ed entrare nella mente di un personaggio altro. Per farlo è necessario scendere a patti – letteralmente – con se stessi, la realtà e la storia che si va a leggere: è il patto narrativo.

Io-lettore accetto di entrare nella dimensione creata dall’autore e di non giudicarla mai, anzi, di pensare secondo gli schemi di quella realtà e provare a immedesimarmi completamente in essa, uscendo da me e non mettendo mai in dubbio ciò che vado a leggere/vivere; io-autore, invece, prometto e accetto di accogliere ogni lettore e ogni sensazione e riflessione che provocherà in lui la storia, a cui ho deciso di dar vita, e non avere alcuna pretesa di inculcargli il mio ordine predefinito. Un articolo, se dice bugie, può essere messo in dubbio, giudicato e bistrattato, ma una storia non mente mai.


Solo così è possibile che scatti la “scintilla” che può rendere un libro un’evasione, una comfort-zone o un luogo felice, in cui si riesce ad andare oltre l’empatia, oltre la “finzione” di essere per un’ora quel personaggio e lasciare che la storia entri in noi e parli direttamente a noi, per noi e tramite noi… insomma, che ci trasformi.

Daniel Pennac, con serenissima consapevolezza, disse che chi non ama leggere è perché non ha ancora trovato il libro giusto. La migliore eredità che il nostro fanciullino può lasciarci è proprio la capacità di emozionarsi di fronte all’incontenibile facoltà della mente umana di astrarre e permettere, almeno alla nostra anima, di vivere senza limiti tutte le avventure possibili.

L’augurio è che tutti possiate trovare, se ancora non avete vissuto questa esperienza, il libro giusto, il the one dei libri (per citare How I Met Your Mother), quello capace di tenervi incollati alle pagine, quello che sa andare oltre il gesto meramente estetico della lettura e si fa umano, come un amico o un amore a cui tornare quando il cervello necessita di aria nuova, pura, diversa dalla realtà spesso arida. Non è un invito ad alienarsi, ma a sublimare un talento di tutti che lasciar morire sarebbe davvero uno spreco, anzi, un peccato verso noi stessi.

Con la certezza che un (bel) po’ di felicità si trovi oltre le porte di una libreria, buona lettura!



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