• Silvia Santorsa

QUIET ISN’T ALWAYS PEACE / Ricognizione dell’investitura lirica e dell’ispirazione poetica

Aggiornamento: 30 mar 2021

Compiamo un viaggio mentale riscoprendo l’entusiasmo poetico in tutte le sue sfaccettature ed in diverse epoche, partendo dall’ispiratrice personalità della celeberrima Amanda Gorman e facendo anche capolino nel mondo cinematografico.


Mercoledì 20 Gennaio 2021, Washington. Siamo a Capitol Hill, alla cerimonia di insediamento di Biden, quando sale sul palco Amanda Gorman, poetessa coronata dal suo cerchietto rosso cremisi. Una giovane donna, repleta di orgoglioso anelito di gioia, dall’affascinante effigie e dalla mente intellettualmente vivace. A due mesi dalla lettura che l’ha resa celeberrima in tutto il mondo, per il 21 Marzo, per il World Poetry Day, lasciamoci estaticamente ispirare dalla più giovane vincitrice del prestigioso premio “National Youth Poet Laureate”.



Nata a Los Angeles, nell’anno 1998, ha studiato sociologia ad Harvard, superando la sindrome di King-Kopetzky, che vessa chi ne è afflitto impedendogli di percepire distintamente e limpidamente i suoni e l’articolazione di un discorso in un ambiente rumoroso. Come si legge nella sua poesia in onore del neopresidente degli Stati Uniti, intitolata “The Hill We Climb”, si definisce “la ragazza magra cresciuta da una mamma single”. Questa ambiziosa ventiduenne, infatti, sembra un connubio perfetto ed affascinante tra un sano femminismo e un retaggio della lezione di Martin Luther King. Come se ciò non bastasse, ha anche guadagnato il prestigioso onore di essere la più giovane poetessa a partecipare ad una cerimonia di insediamento. Una figura certamente non solo ispiratrice per i ragazzi suoi coetanei, ma anche riscatto del nome di una generazione definita troppo sovente e con spasmodica inanità “bruciata”.

La mia mente vagando tra le trame cinematografiche, è stata attratta analogicamente dalla notevole affinità tra gli incessanti spunti che sussurra la personalità di Amanda Gorman e il soggetto, tratto dal romanzo della scrittrice Stockett (rifiutato per ben sessanta volte!), del pluripremiato film “The Help”, dalla regia di Tate Taylor. La pellicola, ambientata nella conservatrice cittadella di Jackson nel Mississippi nel 1963, all’epoca delle lotte contro le leggi raziali, tratta principalmente della grintosa e talentuosa scrittrice Eugenia (detta Skeeter) che, intuendo per prima l’importanza del cambiamento propugnato, pubblica un libro di testimonianze di cameriere afroamericane del suo luogo natio. Ancora una volta la letteratura riesce a dare voce agli oppressi ed è ancora una volta una giovane donna ambiziosa a cavalcare l’onda del cambiamento che ha investito con la sua spuma caustica la spiaggia delle antiche convinzioni. Citando il tagline di questa perfetta mistione tra genere drammatico e commedia, “il vento della libertà inizia a soffiare”: questo vento, all’inizio lieve brezza, si è trasformato in uragano che continua a soffiare ancora oggi attraverso le parole della nostra cara e preziosa Amanda.



Lasciando da parte qualsiasi riferimento alle pur importantissime questioni razziali, seguiamo il filo rosso della ispirazione poetica che rimesti la potenza titanica della parola all’autorevole sentimento lirico. È tanto ridondante quanto doveroso ‘balzare’ indietro nel tempo fino ai tempi della Grecia Antica, d’altronde tutti siamo ben consapevoli del fatto che questa splendente civiltà fu l’incubatrice della cultura occidentale. Nell’Atene di età classica, ad esempio, spicca la figura di Platone, il quale nella sua ‘Politeia’ condanna aspramente la poesia, bandendola definitivamente dalla città ideale in cui governano i filosofi per ragioni politiche e morali e non per questioni puramente estetiche. Ma più che a questa dissertazione, ci occorre volgere lo sguardo a un dialogo scritto prima della fondazione dell’Accademia, lo ‘Ione’, nel quale vi si ritrova una delle più affascinanti descrizioni dell’ispirazione poetica in Grecia. Il poeta è un semplice ‘cantore’, ispirato dalle Muse, egli le invoca ogni volta che deve spingere il proprio animo poetico a comporre, perché lo assistano nel canto. Nei tempi più ancestrali la presenza della Musa era percepita a tal punto massiccia da schiacciare la personalità del poeta: è quel processo che in greco viene definito ‘enthusiasmòs’, uno stato estatico e trasognato che coinvolge tanto il cantore quanto il suo pubblico a tal punto da stabilire quell’intima corrispondenza che viene definita ‘empatia’. Soltanto più avanti assisteremo a scene di investitura poetica, a guisa di quella di Amanda Gorman nell’”inauguration day” di Biden, con Esiodo, sempre scelto dalle Muse, ma con un maggior margine di libertà personale rispetto al cantore Ione dell’omonima opera platonica.

La condanna della poesia non si arrestò, tuttavia, con Platone, ma proseguì nell’età ellenistica nella critica epicurea e nella cultura romana che disconosceva qualsiasi opera poetica che non avesse funzione celebrativa o politico-sociale. Eppure, un romano seguace dell’Epicureismo, Lucrezio, scrisse, specialmente negli elogi di Epicuro, esametri di uno stratosferico sentimentalismo. Proprio dal ‘De Rerum Natura’ si può trarre un importante spunto sul ruolo della poesia, poiché essa è paragonata al miele di cui si cospargono le rosee e carnose labbra dei piccini per far bere loro l’assenzio, quindi i versi sono un modo per rendere meno ostico l’insegnamento filosofico, in una sorta di superamento del binomio poeta irrazionale\razional filosofo di Platone.

In tempi più recenti, come si è posto il quesito della ispirazione poetica? Un altro filosofo del Settecento che si occupò di grecità, arrivando a “la discoverta del vero Omero”, attraverso una rielaborazione personale del concetto di poesia è il napoletano Gianbattista Vico. Egli riteneva che la poesia fosse il primo passo della costituzione della loquela umana, in quanto più adatta a esprimere nella sua forma ancestrale il pensiero così com’esso si formulava. Il linguaggio, quindi, nasce spontaneamente come poesia, la quale è una forma espressiva autonoma ed ha sempre una funzione rivelatrice, per cui è veritiera (a differenza del pensiero di Platone, per il quale, come fanno recitare a memoria i manuali scolastici a tutti gli studenti, la poesia è imitazione delle imitazioni e non giunge direttamente alle idee). La più interessante formulazione dell’estetica è sicuramente quella di Jacques Maritain: egli vedeva nell’ispirazione poetica un’originaria ‘vulnus’ impressa nella sensibilità del poeta dal mondo che lo circonda. Questa ferita è la molla che spinge la personalità creatrice a che metta in versi la sua visione del mondo.



Quindi è necessario, a differenza della concezione di universalità espressa dai canoni classici, soffermarsi sulla individualità e sul sentimento che l’opera provoca nello spettatore. In questa brevissima ricognizione ci siamo posti l’obiettivo di dare una visione poco ampia, ma disseminata nel tempo, su quanto l’ispirazione poetica sia smerigliata e complicata. Può esser vista come donata da forze esterne oppure come intimità personale non rispecchiata dal freddo e crudele mondo, ma in qualsiasi epoca, in qualsiasi visione, è segno di sensibile predisposizione d’animo.


Silvia Santorsa


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