• Riccardo Germani

SELF-CONSTRUCTION /Dai sognatori con la testa tra le nuvole alla realizzazione dei propri obbiettivi

Nella nostra società è il pragmatismo ad avere la meglio rispetto alle intenzioni di chi viene etichettato come un sognatore; eppure la clinica non mente: tutti abbiamo una tendenza a considerare il passato come meno favorevole rispetto al presente e, di conseguenza, rispetto al futuro. “Andrà meglio”, “starò meglio”: sono due luoghi comuni ma necessari a creare una distanza dalle difficoltà a cui si deve far fronte. Che sia un augurio a star meglio, un’aspettativa o un progetto di vita, la determinazione non basta: speranza, motivazione e lotta sociale sono il nutrimento dei nostri sogni.


«Un’opera d’arte che vede tanto quanto è vista».

[tratto da Man Ray citato in https://www.moma.org/collection/works/78938, 2019.]


René Magritte, Le faux miroir, 1928 - MOMA collezione permanente


Magritte riflette l’occhio di chi osserva riempiendolo della possibilità di ritrovarsi immerso in un cielo sereno.


Self-construction è quanto si legge nei manuali di psicologia associato alla definizione di rappresentazione cognitiva ed affettiva dell’identità individuale. Si può dire brevemente che si tratta di un insieme di schemi correlati alle proprie conoscenze, alle proprie interazioni sociali, ma soprattutto alle ambizioni passate, presenti e future della persona. Pensare a noi stessi nel futuro, è stato dimostrato, incentiva comportamenti positivi nel presente. Dunque, l’idea di raggiungersi nel futuro, di realizzare la propria visione di sé, non somiglia molto di più a una possibilità attuale, piuttosto che a un sogno da riporre in un cassetto?

Riccardo Zangelmi, il noto artista Lego italiano, in un’intervista del 2018:


«Io non disegno mai le mie sculture perché non parto da un approccio grafico. Seguo un altro percorso: prima me le figuro mentalmente e poi inizio a costruire. Nel mio studio ho circa tre milioni di mattoncini; pezzo alla mano e comincio, mattoncino dopo mattoncino».


Nella realtà del “tutto e del subito”, c’è chi ancora trova il tempo di assistere a un TED talk presentato come un’occasione per riflettere sulla forza delle idee atte a cambiare i comportamenti, la vita, e in ultima battuta, il mondo. Il 13 giugno del 2014 Sean Stephenson, il noto motivational speaker, terapeuta e autore, affetto da osteogenesi imperfetta, è salito sul palco del proprio talk del 2014 dicendo: «Never believe a prediction that doesn't empower you», cioè “non credere mai ad una premonizione che non punta a darti motivazione”.


Sean Stephenson insieme a sua moglie Mindie Kniss.
Sean Stephenson insieme a sua moglie Mindie Kniss.

Stephenson, come fa anche nel suo libro How You Can Succeed!: Transforming Dreams into Reality for Young Adults, chiaramente punta al processo fisiologico della self-construction, smantellando la condizione obsoleta dei sogni come di un traguardo ipotetico e irraggiungibile. Dunque, benché sul vocabolario Treccani sotto la voce “sogno” si legga «immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili», il terapeuta americano, nel corso della sua vita, ha voluto dimostrare il contrario, riempiendo il proprio presente non solo di speranze, ma anche di obiettivi possibili. Alto solamente 91 cm, Sean Stephenson ha lasciato in eredità ai “sognatori” due manuali di crescita personale ed una vita esemplare nella ricerca della propria realizzazione, motivando migliaia di persone ad aprire il cassetto dei sogni per poggiarli sulla scrivania, progettarli, costruirli e renderli parte del proprio presente.


Se, inoltre, assumiamo che l’individualità di una persona influenza chi la circonda e viceversa, allora possiamo dire che il fondamento buddista dell’anātman o “non-sé” racchiude una piccola verità fondamentale: l’individuo è inevitabilmente concatenato ad un universo in continua evoluzione. Il proprio cassetto dei sogni è quindi più simile ad una piazza immensa, dove ogni individuo esercita il proprio diritto di sognare.


Mahasweta Devi, attivista e scrittrice indiana contemporanea, ha dato vita a centinaia di donne e uomini attraverso le sue creazioni letterarie. Figlia di una scrittrice e di un poeta, fin dai suoi primi studi presso l'università di Shantiniketan, Devi si è dedicata all’epidemia della marginalizzazione durante la colonizzazione britannica, scrivendo le storie dei suoi compatrioti.


«Io scrivo di una società in cui donne, uomini, bambini, tutti sono vulnerabili. La donna però è più vulnerabile, e proprio per il suo corpo: è stato così attraverso la storia. È così nella vicenda di Draupadi, uno dei miei racconti: al centro c’è lei che subisce uno stupro di gruppo. E perché? Perché dava sostegno ai giovani ribelli della sua comunità tribale. Suo marito è stato ucciso. Per “punirla” della sua ribellione sarebbe bastata anche per lei una pallottola, ma invece decidono per lo stupro. La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli: questa è l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione fai violenza al suo corpo. Io parlo dell’India ma questo è vero ovunque, donne punite perché si sono ribellate al sistema».

[tratto da Mahasweta Devi citata in Marina Forti, Mahasweta Devi, o il diritto al sogno https://www.labottegadelbarbieri.org/mahasweta-devi-o-il-diritto-al-sogno/, 30 luglio 2016].


Successivamente afferma che «l’ingiustizia sociale è ovunque. La giustizia del resto non è cosa che ti può essere consegnata: va conquistata, e una persona sola non ce la farà mai, ci vuole una volontà collettiva».


Questo è il suo intento: attuare il proprio sogno di uguaglianza, disporlo come una possibilità e collettivizzare la propria realizzazione. «Io affermo che un diritto umano fondamentale è il diritto a sognare. Tutti hanno i propri sogni. Ad esempio un mondo senza polizia e sfruttatori, o il sogno dell’eguaglianza sociale. Grandi cose sono nate dai sogni».



«Tutti hanno i propri sogni», e per la Devi il diritto al sogno equivale al dovere di rivoltarsi di fronte a qualsiasi oppressione come di questi tempi hanno dimostrato le coraggiose donne di Kabul, scese in piazza subito dopo l’occupazione talebana.


Quanto ci rimane di Sean Stephenson e Mahasweta Devi è l’esempio di una self-construction che va ben oltre il singolo individuo: sognare in grande significa sognare per se stessi e per la collettività. Le loro vite esemplari e quelle di molte altre figure ci devono aiutare a combattere l’olocausto dei “sognatori” visti e rappresentati come persone con “la testa tra le nuvole”. “Costruirsi” nel presente permette, dunque, di raggiungersi nel futuro, di “star meglio” mentre ci avviciniamo alla vita che sogniamo, per rendere le nostre speranze azioni, e i nostri sogni obiettivi.



di Riccardo Germani

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