• Giorgia Pistorio

SOTTO LA MASCHERA DELLE EUMENIDI

La storia dell’umanità è un susseguirsi di rapporti fra oppressi e oppressori.

L’oppressione di un popolo, genere o classe sociale inizia con l’accettazione inconsapevole del comportamento aggressivo dell’oppressore e si concretizza quando il popolo oppresso si convince che la natura umana sia quella di sottomettersi.


La filosofia e la letteratura denunciano l’esistenza delle diseguaglianze, teorizzando che la società si sviluppi all’interno di una triangolazione, ai cui vertici troviamo: capitalismo, colonialismo e patriarcato. I filosofi e gli scrittori mostrano come la ribellione e la rivoluzione possono effettivamente portare a qualcosa di concreto, in grado di scardinare gli schemi dentro i quali siamo, tutti noi, intrappolati. Ai fini di un ribaltamento della morale borghese-capitalistica è necessario comprendere fino a che profondità si innestano le radici della nostra oppressione.


Lewis H. Morgan, antropologo statunitense, suddivide la storia in quattro epoche principali: stato selvaggio, barbarie, patriarcato, civiltà. Durante le prime due fasi, la donna assume un’immagine completamente diversa rispetto a quella delle due successive. Lo spaccato avviene proprio in concomitanza con la fine della barbarie e l’inizio del patriarcato. Vediamo perché.


In un’ottica materialistica della storia, un passaggio determinante risiede nella distinzione fra produzione e riproduzione: se la prima è il processo di realizzazione di materiali di sussistenza (e quindi di alimenti, vestiario, abitazione), la seconda riguarda gli esseri umani utili all’avanzare dell’umanità. Da qui la scissione tra i generi perché l’una spetterà al genere maschile e l’altra al genere femminile. Spontaneo e corretto è pensare che al genere maschile spetti la produzione di oggetti, in quanto necessaria la forza fisica, mentre il genere femminile sia incaricato della produzione di esseri umani, dunque lo stare a casa, forgiare i figli, educarli e farli crescere.


Cronologicamente quando possiamo individuare questo passaggio? Caliamoci all’interno della civiltà greca.


È necessario distinguere due gruppi, i Dori e gli Ioni, diversi per quello che riguarda, soprattutto, il trattamento e il ruolo della donna. Nei Dori essa godeva di una posizione più considerevole rispetto alla sorella ionica, infatti quest’ultima veniva descritta da Euripide come oikurema, destinata unicamente alla cura domestica e al lavoro prettamente riproduttivo. Essendo già presente la scissione dei lavori e, quindi, una società patriarcale, dove va individuato il Big Bang dell’oppressione femminile? Per spiegarlo ci serviamo della trilogia di Eschilo, l’Orestea, nella quale viene concretizzata la morte del vecchio diritto matriarcale per volere del diritto patriarcale.


Nelle Eumenidi di Eschilo assistiamo al processo di Oreste, accusato di matricidio e perseguitato dalle Erinni che lo vogliono morto. Apollo, in qualità di avvocato difensore, e Atena, in qualità di giudice, scagioneranno Oreste dal suo delitto e lo renderanno un uomo nuovamente libero. Atena annuncia: «Quest’uomo [Oreste] è stato assolto dall’accusa di omicidio: infatti è pari il calcolo dei voti» (vv. 752-753: «ἀνὴρ ὅδ᾽ ἐκπέφευγεν αἵματος δίκην: / ἴσον γάρ ἐστι τἀρίθμημα τῶν πάλων»).

In questo caso, la dea è la giudice più importante, nonché il volere patriarcale, la cui parola vale più di tutte le altre.


Ma come può la parità di una sentenza decretare l’assoluzione o la condanna di un imputato? Il giudizio imperscrutabile della divinità rappresenta metaforicamente l’imposizione del volere patriarcale, che azzittisce la fazione delle Erinni, contraria all’assoluzione e che non rappresenta una minoranza, bensì la metà di un intero.


Atena descrive le Erinni come incapaci di dialogare e le persuade con un discorso lungo e intenso, considerandole mostri da eliminare. Alla fine avviene la trasformazione e le Erinni, protettrici del diritto matriarcale che non vuole essere schiacciato, si lasciano sopraffare dal logos e dalle parole di Atena, diventando Eumenidi, dal greco euméneia (benevolenza). Quel prefisso “eu” preannuncia il trattamento che riceveranno una volta rientrate in città: loro saranno bene-fattrici e bene-onorate, docili e non rivoltose. Così la società patriarcale ha trasformato la donna, nel tempo, in un essere bene onorato da “non toccare nemmeno con un fiore”, illudendola di essere rispettata, ma in realtà solo sopraffatta.


Attraverso la stratificazione di idee, abitudini e comportamenti le donne sono state persuase a mutare in animali docili e a vedere in ciò un valore. La vita si misura nel delicato equilibrio nell’essere Eumenidi piuttosto che Erinni, nell’essere brave, zitte, esemplari piuttosto che qualcos’altro visto come mostruoso.

Il femminile può essere mostruoso. Tutto ciò che sfugge agli artigli patriarcali è ritenuto tale.


Atena non ha salvato, né aiutato le Erinni. Le ha illuse e sottomesse, con la stessa illusione che il patriarcato ha diffuso nel presente: l’idea che la sottomissione, rintracciabile in innumerevoli forme più o meno subdole, sia normale.

Dimostrare che esistono altre opportunità di esistenza per le donne, che sfuggono ai dettami patriarcali e che rendono possibile la libertà di essere chi si vuole, vuol dire sciogliere la maschera di cera che è stata attaccata da secoli di storia e discorsi.



Di Giorgia Pistorio

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