• Lorenzo De Cesaris

(Anche) I muri di Roma parlano d'arte / A Roma i musei sono anche gallerie di strada a cielo aperto


Malala Yousafzai all'esterno del MAAM, il Museo dell'Altro e dell'Altrove di Roma

(via Prenestina, 913)


Roma è la città dell’eterna bellezza in cui è possibile visitare luoghi d’arte di incommensurabile valore, edifici colossali, illustri piazze, gloriosi monumenti e preziosissimi musei baroccheggianti. Eppure, la città eterna nasconde per le sue strade altri musei, contemporanei e collocati all’aria aperta. Nelle zone periferiche e nelle borgate si cela, infatti, una forma d’arte urbana che racconta storie attraverso le pareti: i murales di Roma sono la testimonianza più recente di un tentativo di rivitalizzare quei grigi quartieri che rischierebbero di cadere in una sorta di alienazione spaziale e identitaria.


Come afferma Banksy: «Some people want to make the world a better place. I just wanna make the world a better-looking place. If you don't like it, you can paint over it!».


Partiamo dal Grande Raccordo Anulare che, grazie al progetto di arte contemporanea urbana GRAART, ospita sedici murales che accolgono i visitatori. Essi rimandano alla vastità culturale e artistica della città racchiusa al suo interno. I temi rappresentati sono storie mitologiche e leggende che «interessano memorie e identità di quelle specifiche aree della città, di cui questi dipinti contemporanei si propongono di divenirne simbolo». In tal modo è stato possibile creare un dialogo relazionale tra il centro e la periferia. Tra tutte è da citare l’opera di Nicola Alessandrini, situata sulla via Collatina e intitolata Lacrima vergine, in cui due teste di cavallo piangono copiosamente quasi come se possedessero un animo umano. Alessandrini ritiene che «l’intelligenza non sia la contrapposizione dell’istinto, ma solo la sua evoluzione in chiave complessa. Noi esseri umani siamo, dunque, animali evoluti per alcuni versi e involuti per altri, nel mezzo di una trasformazione in perenne divenire, nonostante la tracotanza – forse derivata da una sorta di abitudine incarnita dal cattolicesimo – di essere al centro dell’universo, la forma più alta dell’evoluzione». Per questo i due cavalli appaiono più umani degli stessi umani, i quali, invece, sono vittime di se stessi e del processo di disumanizzazione autoinflittosi. L’acqua – vera protagonista dell’opera – richiama le sorgenti dell’acquedotto Aqua Virgo, ancora funzionante e unico a rifornire le principali fontane di Roma. L’acqua vergine, un tempo la più pura tra tutte, oggi risulta tra le più inquinate della città a causa dell’urbanizzazione e dello smog: anche per questo la natura, rappresentata dai due cavalli, piange il suo terribile destino.



Proseguendo il nostro viaggio, da San Basilio a Tor Marancia, passando per Ostiense, il Quadraro, il Pigneto, fino a San Lorenzo e Rebibbia, la Capitale è presa d'assalto dagli artisti che con la loro attività riqualificano interi quartieri: sono, infatti, più di 300 le opere inserite nell’itinerario dedicato alla street art Cambia prospettiva. La strada è il tuo nuovo museo promosso dal Comune nel 2015.

Tra i vari lavori bisogna menzionare la suggestiva immagine, realizzata dall’artista brasiliano Eduardo Kobra, di un’enorme Malala che osserva con occhi malinconici l’interminabile flusso delle autovetture che transitano sulla via Prenestina e il colossale Coffé Break (32 metri di altezza) nel quartiere di Tor Pignattara per mano del duo polacco Etam Cru. L’uomo, che con un caffè in mano esce da un bidone della spazzatura, simboleggia il tradizionale spirito d’accoglienza tipico degli italiani, nonostante i disagi quotidiani che si possono vivere e le situazioni di marginalità sociale.



In zona Quadraro, invece, tra i murales Melting Icons a tema cinema di Diavù, è assolutamente da citare il volto multicolore di Pier Paolo Pasolini, ubicato in via dell’Acqua Bullicante. D’altronde, il celebre regista appare in più aree della Capitale come, per esempio, nei poster di Ernest Pignon-Ernest, artista francese e pioniere della street art, che potremmo intitolare La Pietà secondo Pier Paolo Pasolini. L’uomo sorregge il suo cadavere come a sottolineare l’ineludibile arrivo della morte – forte il richiamo alla sua scrittura –, alla quale nessuno è in grado di sfuggire.



Ci spostiamo a Tor Marancia, quartiere che nel 2015 ha subito una vera e propria metamorfosi artistica. Grazie al progetto Big City Life realizzato su proposta dell’associazione culturale 999contemporary, il comprensorio di viale di Tor Marancia 63 si è trasformato in una galleria d’arte a cielo aperto, oggi indicizzato come Museo Condominiale di Tor Marancia. Le facciate delle 11 palazzine sono diventate 22 gigantesche tele, alte ben 14 metri, per altrettanti artisti nazionali e internazionali che si sono sbizzarriti ascoltando le storie del quartiere e reinterpretandole. Si ricordano The Piramid, opera dei due artisti britannici sotto il nome di Best Ever, che raffigura un uomo e una donna cinti in un abbraccio in cui i corpi si dissolvono in un puzzle cromatico dalle linee fluide. L’immagine potrebbe richiamare al problema della violenza domestica: l’unico volto visibile è, in effetti, quello della donna che ci guarda dalla facciata del condominio come se mutamente volesse urlare aiuto.



E ancora Distanza uomo natura di Jerico, in cui due mani, nella classica posa michelangiolesca assunta da Dio e Abramo, si sfiorano attorniate da fiori di ciliegio.



Infine, Il bambino redentore dell’artista Seth che delicatamente ha dipinto un ragazzino che con alcuni pastelli ha disegnato una scala per oltrepassare il palazzo ed entrare nel suo mondo fanciullesco, nel tentativo di evadere dalla monotonia della realtà di tutti i giorni.



Non solo muri, ma anche scalinate che grazie a Popstairs, progetto artistico di Diavù, condiviso con Roma&Roma e co-organizzato dall'Associazione MURo, fa vivere le gradinate in nome delle donne della storia, della cultura e dello spettacolo che sono legate concettualmente ai luoghi in cui sono dipinte. A tal proposito, difficile non menzionare la bellissima rappresentazione intitolata Ingrid Bergman - Europa 51 in via Fiamignano a opera di David Diavù Vecchiato o le due scalinate situate presso il Mercato Trionfale dedicate ad Anna Magnani che spesso ha interpretato ruoli legati a quest’ultimo come in Mamma Roma e Campo de’ Fiori.



Spostandoci, infine, a Metro Rebibbia è possibile ammirare un murales del fumettista Zerocalcare che decora l’intera stazione, un disegno grande 30 metri quadrati e accompagnato dalla scritta: «Welcome to Rebibbia. Fettuccia di paradiso stretta tra la Tiburtina e la Nomentana, terra di Mammuth, tute acetate, corpi reclusi e cuori grandi. Qui ci manca tutto, non ci serve niente».



Queste suggestive rappresentazioni artistiche popolano la città in svariati quartieri, creando un tessuto urbano multicolore, evocativo e carico di potenti messaggi. E proprio perché «l’opera fatta in strada è sempre là e non si vende mai, forse si distrugge, ma non si vende» essa sarà sempre la voce che dalla strada richiama ai problemi sociali, alle grandi sfide del mondo d’oggi, ma soprattutto ai disagi quotidiani che tutti noi viviamo. Tali lavori sono figure celebrative e onorifiche che ci ricordano i massimi esempi della storia. Sono richiesta d’aiuto, tentativo di rinascita, espressione personale e collettiva: per questo, e per molti altri motivi, la street art a Roma continua a comunicare e ci invita assiduamente a essere sempre presenti a noi stessi.


Lorenzo De Cesaris

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