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STRIKE A POSE:

L’ARTE COME RISCATTO E COME AFFERMAZIONE DEL PROPRIO ESSERE AL DI FUORI DEGLI STANDARD SOCIALI.


Harlem, New York, 1970. In un seminterrato, lontano dagli occhi della società patriarcale, una notte avviene la magia: un trionfo di alta moda, pose plastiche, danza e luccichio, e in un secondo quel seminterrato si trasforma in una passerella di una fashion week. È la storia del Voguing e della Ballroom Culture, affascinante quanto crudele, potente quanto triste. Essa nasce da un rifiuto che si trasforma in un riscatto sociale: «riscattare, ossia liberare la propria immagine da una presunta vessazione o privazione identitaria riconosciuta e confermata in ambito sociale».


I protagonisti sono “gli inadatti”, “i diversi”, “gli emarginati”, giovani rifiutati dalle famiglie biologiche dopo aver rivelato la loro natura, cacciati dalle proprie case. Chi dunque? Un gruppo di gay afroamericani, ispanici e donne transgender. Diversi tra loro, ma tutti con una storia difficile alle spalle. Pur non avendo più nulla, il loro istinto è stato quello di reinventarsi e ricostruirsi con l’impulso comune di socializzare e divertirsi, sfilando e ballando.


Nacque, allora, il fenomeno delle Houses: case che li accoglievano, capeggiate da una madre e un padre, dove ci si prendeva cura gli uni degli altri. Era un nuovo concetto di famiglia, un luogo in cui esprimersi senza giudizio. La prima casa fu fondata nel 1972 da Lottie, una drag queen che lavorava ad Harlem, e da Crystal Labeija, e la chiamarono House of Labeija. Riferendosi alle gloriose case di moda di cui ammiravano il glamour e lo stile, altre drag queen nere iniziarono a formare le drag houses: furono fondate House of Dior, House of Dupree e House of Omni, per citarne solo alcune. Qui i membri si preparavano alle balls, gli eventi in cui avveniva quella magia: le famiglie si sfidavano in costume a seconda delle diverse categorie o stili di gara. Alla fine di ogni round, un gruppo di giudici emetteva il proprio verdetto, a volte premiando l’autenticità, a volte sostenendo l'ostentazione e l’opulenza. Nel periodo iniziale del Voguing si sviluppò l’Old way, uno stile basato sulla musica funk o disco, caratterizzato da movimenti simmetrici e pose plastiche, che non rinunciava però alla fluidità e all’eleganza. Era una realtà parallela, il loro rifugio e un nuovo posto nel mondo.


Dopo molti anni, i voguer hanno iniziato a sfilare sulle passerelle davanti a personaggi di spicco dell'industria della moda in esibizioni ufficiali. Il seminterrato ha lascaito il posto alle grandi runway delle città, fino ad arrivare al 1990, quando la cultura del Voguing ha fatto il suo debutto sullo schermo con il documentario di Livingstone, intitolato Paris Is Burning (girato tra il 1986 e il 1989). Esso ha fornito un ricco approfondimento della cultura precedentemente clandestina delle drag queen nere e latine: un mix di filmati delle ballroom, materiale di vita quotidiana e interviste a Labeija, Dorian Corey, Angie Xstravaganza e altre leggende del Voguing.


Infine, nel marzo del 1990, Madonna ha reso il Voguing famoso con il singolo Vogue, riassumendo in quel Strike a Pose la voce di una comunità. Fu la svolta. L’iconico video, in bianco e nero e altamente stilizzato, è stato realizzato attingendo all'estetica art déco e all'età d'oro di Hollywood e con il coinvolgimento dei voger Luis e Jose Xstravaganza che posarono alla maniera delle icone del cinema insieme alla stessa Madonna. Vogue è diventato poi il singolo più venduto nel 1990, permettendo al mondo intero di conoscere questa cultura ancora in vita nei nostri giorni. Il Voguing è infatti diventato un vero e proprio genere di danza: è basato su mosse provenienti dal balletto classico e dal jazz e movimenti con le mani netti, definiti e veloci, accompagnati dall’andatura tipica della catwalk (camminata con le gambe leggermente piegate, ginocchia vicine, mani e braccia libere di muoversi), da una forte espressività del volto e dalle pose sensuali delle top model fotografate sulle riviste.

Nonostante gli anni, le evoluzioni e i cambiamenti culturali, ciò che resta vivo è il bisogno che ha fatto da motore negli anni ‘70, quell’impulso che ha spinto “gli emarginati” ad unirsi e, attraverso quest’arte, a riscattarsi da una condizione di disagio e solitudine. Esprimere ciò che sentivano di essere: sopravvivere perché era l’unica vita che avevano davanti e tanto valeva viverla così.



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