• Simona Di Francesco

THE BEATLES / Ten years of inspiration

Aggiornamento: 23 mar 2021

Ripercorriamo la carriera dei Beatles tra leggenda e realtà. Una band per cui le parole sono superflue eppure inevitabili, allo stesso tempo imbevuta nella sua epoca eppure impressa in un tempo universale.


Quando si parla di Beatles si pensa all’immortalità, alla granitica e indistruttibile Fama, al talento magmatico ed esplosivo. È difficile districare cosa sia un “originale” Beatles e cosa no, quasi un caso filologico di ricostruzione oltre la leggenda. John, Paul, George e Ringo sono stati un gruppo per appena dieci anni: i dieci anni decisivi della seconda metà del 900, i sixties dei quali sono l’incarnazione, non a caso John Lennon paragonerà la loro popolarità a quella di Gesù Cristo, scatenando feroci polemiche. Sin dagli albori la loro carriera sarà avvolta in un alone di misticità, una favola di talento e fiducia. In una chiesa di Liverpool nel 1957 si incontravano due dei più grandi cantautori della storia, che all’epoca avevano rispettivamente sedici e quindici anni: John Lennon e Paul McCartney. La leggenda narra che il terzo elemento del gruppo, George Harrison, entrò a farne parte a seguito di un’audizione su un autobus e Ringo Starr, batterista e ultimo ad aggiungersi ai Fab Four, fu preso dopo una prestazione “scadente” durante il primo singolo Love Me Do. A dare loro fiducia fu Brian Epstein, manager del gruppo fino alla sua morte per overdose nel 1967. L’intervento di Epstein, all’epoca gestore di un negozio di elettrodomestici e dischi, fu decisivo. Fu lui, infatti, a trovare un accordo con la Parlophone, etichetta della EMI, dopo il rifiuto della Decca. Così, il 22 Marzo 1963, a seguito dei due singoli Love Me Do e Please Please Me in 45 giri, venne pubblicato l’omonimo album Please Please Me in 33 giri con otto pezzi inediti del gruppo su quattordici tracce, un notevole numero di originali per un album di lancio dell’epoca. La copertina dell’album fu scattata di getto e in fretta negli studi della EMI in Abbey Road esattamente dove verrà scattata la loro ultima cover, la più iconica, mentre attraversano le strisce pedonali.



I Beatles sembravano avere la capacità di trasformare in iconico ogni elemento che sfiorasse le loro mani. A poco più di vent’anni erano diventati i Re Mida degli anni ’60. Le loro copertine avevano immagini innovative, come la semplice foto in bianco e nero del loro secondo album With the Beatles, i loro dischi avevano un successo immediato e unanime di pubblico e critica, arrivando sin dal primissimo album a scalare le classifiche e vendere un numero esorbitante di copie, il moptop, il caschetto a frangia pesante ideato per loro da Astrid Kircherr, divenne una moda istantanea per ogni adolescente che ascoltasse la radio, così anche la loro uniforme distintiva: giacche alla Pierre Cardin senza collo, pantaloni a sigaretta, cravatta a stringa e gli stivaletti di pelle che vennero soprannominati Beatles Boots, ancora oggi estremamente di moda. Una vera e propria “invasion” in tutti i campi del vivere, che aveva la particolarità di essere British in un’epoca in cui tutto era targato USA.



Nacque in questi anni la Beatlemania, ancora oggetto di studio nelle università. Un fenomeno antropologico e sociologico che all’era dei social media potrebbe sembrare usurato, ma che si manifestò per la prima volta proprio nei confronti dei Fab Four. Come in una sindrome di Stendhal rivisitata dal rock, i fan che li attendevano agli aeroporti o davanti gli alberghi svenivano alla loro vista, folle oceaniche li travolgevano al loro passaggio, si verificò un consumo smodato dei prodotti da loro utilizzati, dalla marca di sigarette ai calzini. I media cavalcarono quest’onda di entusiasmo mistico diffondendo ogni piccolo particolare riguardante i loro spostamenti e gonfiando notizie come quella del febbraio del 1964, quando i giornali angloamericani riportarono che, durante l’apparizione live della band all’Ed Sullivan Show, il numero dei crimini a New York aveva sfiorato lo zero.

Anche per questo motivo, dal 1966 passeranno molto più tempo in studio che sui palchi: i tour mondiali sostenuti tra il 1963 e il 1966 erano stati devastanti per il gruppo, a causa della folla in delirio che spesso invadeva il palco costringendoli a interrompere i concerti e, anche quando questo non accadeva, le urla erano talmente assordanti da coprire i suoni, senza contare le minacce di morte e le fughe continue dai backstage dei concerti per gli assalti dei fan.

A partire dal cambiamento di rotta iniziato nel 1965 con la pubblicazione di Rubber Soul, in cui per la prima volta in un album occidentale si ascoltavano sonorità orientali come quella del sitar, la sperimentazione di sonorità e stile raggiungerà il suo picco nel 1967 con Sgt. Pepper Lonly Hearts Club Band.



Oltre alle sonorità più psichedeliche e complesse che si distaccano da quelle più popolari e disimpegnate dei primi anni, cambia anche il loro modo di vestire: uno stile hippy e psichedelico, jeans a zampa d’elefante, ricami e perline, capelli lunghi e spettinati. I loro testi si impegnano anche politicamente contro la guerra del Vietnam, causa in nome della quale nel 1969 Lennon arrivò a restituire la medaglia di merito donata dalla Regina a tutti i membri del gruppo nel 1965, in una famosa cerimonia dove si dice che i quattro fumarono uno spinello in un bagno di Buckingham Palace.

Tra i loro ultimi lavori troviamo il cosiddetto White Album, così soprannominato per la copertina interamente bianca che recitava in basso a destra il titolo The Beatles. La maturazione artistica dei quattro giovani appare chiarissima, come appaiono anche le loro prime divergenze, in quel penultimo anno insieme, il 1968. E sin dalla prima traccia si respira questo ‘68: Back in U.S.S.R. e poi la controversa Helter Skelter, uno dei pezzi più rock della band, estremamente violento e rumoroso, pieno di chitarre distorte e interamente urlato da Paul McCartney, autore del brano. La scritta Helter skelter venne trovata all’interno della casa di Cielo Drive in cui Charles Manson e i suoi seguaci uccisero Sharon Tate nell’agosto del 1969. Manson stesso sosteneva che i Beatles fossero in realtà in Quattro Cavalieri dell’Apocalisse.

La band si sciolse nel 1969 a seguito di un ultimo concerto improvvisato sul tetto della EMI, che aveva spinto perché mettessero da parte le divergenze, iniziate già l’anno prima, per concludere un ultimo album: l’immortale Abbey Road.



Le leggende sul conto dei Beatles sono infinite, come infinito è l’universo transmediale che si è creato intorno alla loro figura. Esiste una vera e propria teoria molto strutturata sul fatto che in realtà Paul McCartney sia morto nel 64 e al suo posto sia stato messo un sosia, teoria chiamata PID (Paul Is Dead), ancora si discute sul ruolo di Yoko Ono nello scioglimento della band, tutt’oggi continuano a uscire film ispirati alla loro musica come Across the universe o Yesterday, ancora nel 2021 i loro brani mettono d’accordo tutti, è impossibile non ballare sulle note di Twist and Shout, le pubblicità attingono a piene mani dalla loro discografia.

Ma oltre la leggenda c’è la storia di quattro giovanissimi che in dieci anni di carriera hanno ispirato così tante persone da divenire immortali.


Simona Di Francesco

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