• Emanuela Felle

TRASPARENZE / L’autodeterminazione è un atto di fedeltà

Aggiornamento: 12 mar 2021


Capita che corpi di sconosciuti o di amanti putrefatti, si arrampichino pericolosamente al nostro. E vi conficchino le loro appendici. Si fanno strada, scavalcando le transenne della pelle, le barriere delle urla, il vetro rigido del silenzio-dissenso. Senza sosta, si lasciano precipitare nel buio delle membra, lì negli interni prosciugati.


Si parla spesso, e male, qua e là nei salotti televisivi o nei giornali di carta straccia, di urla strozzate dalla paura di reagire, di gambe mosse frettolosamente per tornare nel caldo di casa, di ore rinchiuse e legate a letti di uomini più forti. Ci sono corpi che raccontano, nel silenzio-assenso delle persone attorno, una storia di fischi, mani, pubi ispidi lasciati scorrere a denti stretti, nella speranza che finisse presto.


Oggi, e per sempre, ridisegniamo il nostro spazio di azione.


Lo spazio di azione delle donne deve distinguersi dalle cantine putride del vittimismo e della spettacolarizzazione televisiva del dolore, in cui giornalisti e arriviste con copione alla mano inscenano moti di femminismo o di sessismo ardente, tirando conclusioni sommarie e, il più delle volte, marcando ancor di più il solco della cultura patriarcale, diventando terreno fertile di victim-blaming, narrazioni sensazionalistiche/romanticizzate del carnefice.


Allo stesso modo, usare il femminismo come bandiera trendy color rosa Freeda acchiappa-consensi (caso Wanda Nara - Selvaggia Lucarelli; le quote rosa di Mara Carfagna, presunta condivisione non consensuale di materiale intimo di Guendalina Tavassi) allenta la tensione sui veri casi di violenza di genere, ampliando le discriminazioni e togliendo campo di discussione e riflessioni sui casi da attenzionare di più.


Ma perché parlarne (anche) oggi?



I motivi della scelta della data dell’8 marzo sono confusionari, nonostante i mass media abbiano spesso rammentato la storia del rogo in una fabbrica newyorkese, in cui sembra persero la vita centinaia di operaie.

Studi femministi collocati fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta hanno conclamato l’erroneità di questa ricostruzione e fatto risalire, invece, la scelta della giornata alle diverse movimentazioni che hanno solcato il mondo occidentale negli anni post-bellici, fino all’ufficializzazione, da parte dell’ONU di un giorno specifico “per i diritti delle donne e per la pace internazionale” nel 1977.


A prescindere dalle ragioni, la designazione di una data, e quindi di un momento condivisibile universalmente, ci porta, a questo punto, ad una riflessione sulla sua effettiva validità e necessità.


Da una parte abbonda l’idealismo di chi agogna una società naturalmente meritocratica e illuminata, anzi quasi arcadica, in cui non occorra il perimetro di ventiquattr’ore profumate di mimosa e intatte rispetto all’indisturbato chiacchiericcio patriarcale esterno, per risfogliare le pagine di storia di emancipazione e le moderne disubbidienze civili femministe.


Dall’altra, la considerazione che alcuni – forse molti – hanno affibbiato alla giornata come santificazione delle donne a cui regalare fiori, cioccolata e poca stima fattuale, tanto da farle ripiombare il giorno dopo nel girone delle puttane da non amare, all’occasione da svilire, stuprare e anche uccidere, ci obbliga ad un giorno di raccolta generalizzato, che rinnovi le riflessioni, le intenzioni e gli impegni da condividere universalmente, affinché non una in più rimanga impigliata nelle trame della cultura patriarcale.


(Ri)cominciamo col dire che non c’è niente da festeggiare. C’è da annuire sommessamente alle conquiste raggiunte negli ultimi anni. Recuperare terreno, limitare le invasioni subdole del patriarcato, ridisegnare spazi di azione significa, anche, ricordarsi delle donne e degli uomini coriacei che ci hanno preceduto.

Con gli occhi lucidi e le gambe stanche, c’è chi ha lasciato un’impronta indelebile nella storia consegnandoci senza riserve un mondo più respirabile.


Nel 1944, a Napoli, vengono poste le basi dell’Unione Donne Italiane (UDI), con a capo Maria Maddalena Rossi e nel comitato d’onore Rita Montagnana, Ada Gobetti e Lina Merlin. Donne solide, antifasciste, affilate dalla polvere da sparo della Seconda guerra mondiale, e, insieme, resistenti. L’organo editoriale dell’UDI era Noi Donne, rivista mensile che nasce clandestina e, poi, accoglie fra le sue pagine le principali voci femministe. La direttrice, Laura Bracco, infila fra trafiletti di narrativa, moda e cucina dissertazioni politiche e ideologiche. Adotta una linea editoriale interclassista, quindi inclusiva. Dà voce e spazio, negli anni, alla lotta per la parità salariale, per l’ammissione alle cariche statali e per il voto. Affastellando parole, si aggiungeranno le lotte per la contraccezione e contro l’aborto clandestino.


Il corpo, mai staccato dalla mente, assumeva spazio e valore, era soggetto-oggetto di discussione. Le bocche cucite e le vagine penetrate senza sosta da appendici maschili infoiate, in quel momento, si slabbravano e dimenavano per affermare, per la prima volta, il sacrosanto principio di autodeterminazione umana.



Nel 1966 Franca Viola, rapita e violentata più volte dal suo ex fidanzato Filippo Melodia, rifiutò il matrimonio riparatore, che avrebbe dato la possibilità all’uomo di scontare la sua condanna per stupro – allora, e fino al 1996 reato contro la moralità pubblica e il buon costume e non contro la persona – evitando la prigione.


Recentemente, sul finire di un 2020 nefasto, un fiume straripante di donne argentine hanno festeggiato l’approvazione in Senato della legge sull’aborto. Parallelamente, in Polonia, la resistenza caparbia del movimento per le donne Strajk Kobiet ha subìto un violento calcio nelle budella, vista la messa in vigore di una legge che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto. Ma le braccia continuano a scuotersi verso il cielo.





“Criticano le donne perché sono troppo esuberanti, troppo miti, troppo intelligenti, troppo belle per essere intelligenti. Lo fanno per sminuirle, perché rinuncino a prendere parola. E questo vale per chiunque sfidi il poter.” (Alexadra Ocasio-Cortez)

Le donne vengono ammutolite. La cultura dello stupro ammutolisce, dove per cultura dello stupro si intende:


"(...) un complesso di credenze che incoraggiano l'aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come "normale" il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia "un fatto della vita", inevitabile come la morte o le tasse."

Lingue estranee si inerpicano lungo i corpi delle donne per strada, a lavoro, a casa. Le molestie di strada, o catcalling – fischi, strombazzi, commenti indesiderati – ad esempio, non sono complimenti, ma costituiscono lo spazio di performance di una persona che invade il territorio altrui per affermare la sua mascolinità (tossica). Esprimersi o agire in maniera sessista significa riacciuffare qualcuno dalla posizione di potere concreta o ideale che ha raggiunto e riportare il discorso nel ben più consuetudinario e gestibile livello patriarcale. Esemplificativo è stato l’episodio che ha visto Raffaele Morelli, psichiatra, dire a Michela Murgia “stai zitta”, durante un programma radiofonico di cui Murgia era principale conduttrice).


Oggi, e per sempre, c’è da non stare zitte.


Le donne al potere, le donne che hanno potere, voce, corpo che si dimena per affermarsi e occhi aperti sul mondo fanno paura, perché invertono il sistema, fino a causare un cortocircuito.


Oggi, c’è da restituire la paura.


L’8 marzo è per le donne amazzoni, fiere, libere. È per le donne destabilizzate da un sistema che le rigurgita, che non le vuole, o che le vuole pacate, sornione, gestibili e che invece sanno capovolgere la loro vulnerabilità, imparando da essa per armarsi. Le donne devono reclamare il loro spazio d’azione. Autodeterminarsi significa scegliersi, rispondendo con ostinazione alle invasioni. Scegliere cosa indossare, quando rientrare dopo una serata, che carriera intraprendere, quali amici frequentare, costruire la propria forza per vincere il terrore e spiazzare il nemico:

restare fedeli a sé stesse.


Emanuela Felle


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