• Lorenzo De Cesaris

UMANESIMO DIGITALE / Dalle lettere ai messaggi Whatsapp: com'è cambiato il nostro modo di comunicare

Le telecomunicazioni si evolvono con passi da gigante e così anche il nostro modo di comunicare. In questo vortice tecnologico vanno sfumandosi le parole, i pensieri, le emozioni. Non sempre, infatti, più veloce è sinonimo di migliore.



C’era un tempo in cui scrivere a mano era un’abitudine: si impugnava una penna e si dava libero sfogo ai propri pensieri. L’inchiostro imprimeva su carta le parole dando chiara voce alle emozioni. Ogni parola era preziosa e contribuiva a creare un dialogo autentico e suggestivo. La pratica di scrivere a mano, però, non era solo un atto comunicativo, era soprattutto una terapia i cui benefici risiedevano proprio nell’atto di scrivere. Le lettere contengono frammenti di anima sparpagliati in parole ponderate, sono singolari e irripetibili e, una volta scritte, non rimane che imbucarle: ciò che resta dopo è l’attesa di una risposta.

Con l’avvento delle telecomunicazioni ci sono stati indubbiamente molti benefici: la messaggistica istantanea, ad esempio, è stata un’enorme svolta per tutti, in quanto ci ha permesso di condividere frasi e immagini, anche se a distanza. La telecomunicazione in modalità sincrona ha reso tutto più veloce e semplice, ci ha consentito di risparmiare tempo. Il tempo che non basta mai e che sempre si rincorre.

La progressiva digitalizzazione caratterizza la nostra vita quotidiana: in tutto il mondo vi sono più contratti di telefonia mobile che persone e sempre più dispositivi sono collegati a internet – entro il 2030 saranno circa 500 miliardi.

Eppure, regna un apatico senso di distaccamento quando si parla su Whatsapp. Probabilmente perché è più difficile comunicare quando c’è uno schermo a fare da filtro.



Questa “assenza di sensibilità” è forse il sintomo, tra le altre cose, di una rivoluzione tecnologica che sta portando sempre di più le persone a digitalizzare i propri contatti, a creare reti virtuali piuttosto che nodi fisici, a utilizzare i polpastrelli sugli schermi e non più le penne: insomma, a meccanizzare ogni approccio che porti al contatto e quindi alla conoscenza dell’altro. Le telecomunicazioni si evolvono con passi da gigante e così anche il nostro modo di comunicare. In questo vortice tecnologico il rischio è che le parole, i pensieri, le emozioni vadano sfumandosi. Non sempre, infatti, più veloce è sinonimo di migliore.

La situazione è ben più drammatica di quella che si possa pensare, anzitutto se diamo al termine “contatto” il significato di “primordiale atto di conoscenza”: l’uomo, mettendosi in relazione con qualcosa o qualcuno, instaura un rapporto di conoscenza. Il contatto si rivela fondamentale non solo perché ci permette di comprendere il mondo, ma soprattutto noi stessi tramite un incontro. Ecco, l’incontro è la formula che manca alla telecomunicazione. Quanto potrà essere trasparente una videochiamata? Oppure, quanto resterà impresso un messaggio su Whatsapp? Quanto potrà essere fraintendibile una conversazione telefonica?

La carta fissava l’inchiostro, come un patto comunicativo suggellato dal desiderio di sentirsi. La telecomunicazione, in questo senso, ci ha reso più distanti che vicini perché è vero che un messaggio Whatsapp arriva in un battito di ciglia, ma difficilmente resta impresso. Certo, lo si può inserire nella lista dei messaggi importanti, ma spesso cade nel dimenticatoio ancor prima di essere ripescato. Allo stesso modo vengono archiviate le mail e le videochiamate non lasciano che la testa appesantita. Il valore delle parole, che siano di odio o d’amore, che siano scuse o giustificazioni, vanno perdendo la loro naturale potenza: la comunicazione umana e carnale necessita, pertanto, di essere riscoperta.



Questo è quanto mai urgente in un momento difficile come quello attuale, in cui venendo a mancare la corporeità dell’incontro, ogni declinazione pratica dell’affetto umano è andata sfumandosi. Le bocche lontane, le mani sciolte e gli sguardi che, non guardando più agli occhi altrui, restano fissi sui cellulari sono la chiara testimonianza della più grave perdita che questa pandemia ci abbia portato: il contatto con gli altri. Sembrerebbe, infatti, quasi essere tornati a molti anni fa, quando il distanziamento sociale era la norma e le regole del rispetto e della compostezza fisica dominavano gli amori, le amicizie e qualsivoglia rapporto umano. Potremmo ironicamente affermare che questa pandemia abbia avuto gli stessi effetti di una macchina del tempo. In realtà, ci troviamo alle soglie di una nuova era che potremmo mordacemente definire “Umanesimo digitale”, in cui è sempre meno fantascientifico immaginare i cellulari adagiati sul trono dei palmi degli uomini.

Nel mezzo di un’emergenza globale, però, le persone hanno saputo fare buon uso della telecomunicazione, adattandosi anche a forme di espressione innovative, più pazienti, forse più silenziose, meditate. Il tempo della pandemia non è il tempo degli uomini e delle donne del ventunesimo secolo; paradossalmente, ci sta offrendo spazi ricreativi per riflettere. Questo incessante bisogno di tornare agli altri, di anelare al contatto fisico, di voler di nuovo spendere il proprio tempo insieme, forse è l’altra faccia della medaglia, l’unico beneficio di un periodo di sofferenza e lontananza.



Indubbiamente le persone hanno bisogno degli altri, di comunicare e di sentirsi capite. La promessa di un ritorno alla normalità ci spinge ad andare avanti, facendo tesoro del sentimento di penitenza generato dal sacrificio dell’altro, dalla privazione di un abbraccio, di un bacio, di una carezza o di una semplice chiacchierata a tu per tu.

La speranza è che la rinuncia odierna all’incontro con l’altro ci spinga domani a riscoprire l’importanza delle parole dette in faccia, della comunicazione autentica tra volti senza filtri: che siano litigi o riappacificazioni, scuse o prese di posizione, chiacchiere o discussioni, l’importante è comunicare. È solo questione di tempo, ne sono certo: torneremo presto, con ancora più fervore, a parlare guardandoci negli occhi e senza paura di sfiorarci.


Soffriamo tutti dello stesso “male”: l’incontenibile bisogno di viversi.


Lorenzo De Cesaris


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