• Benedetta Marinelli

UN MISURINO DI PROGRESSO / Lavaggio e centrifuga di capi e stereotipi di genere



Progresso è ancora sinonimo di felicità? 75 anni fa Charlie Chaplin non aveva dubbi, noi sì, ma la storia di un elettrodomestico ci ricorda quanto anche le macchine intervengano nella ricerca della felicità.


Il 9 aprile 1946, con sei anni di ritardo rispetto agli USA, usciva finalmente in Italia “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, le cui “prime parole” (si tratta infatti del suo primo film dialogato) riecheggiano, a distanza di decenni, ancora potenti come allora, con l’assolutezza e l’universalità che appartengono ai grandi classici.

Per chi se lo fosse perso, “The great dictator” è un’intelligentissima satira antinazista che ha per protagonista un barbiere ebreo, il quale, costretto a restare in ospedale per alcuni anni dopo la Grande Guerra, rimane all'oscuro dell'ascesa del dittatore Adenoid Hynkel (chiara parodia di Adolf Hitler). Quando l'uomo fa ritorno nel quartiere d'origine, rimane sconvolto dai terribili cambiamenti avvenuti e, insieme a una ragazza coraggiosa, decide di ribellarsi alle ingiustizie perpetrate dal regime. Dopo una serie di rocambolesche avventure, complice la somiglianza tra il dittatore e il barbiere, i due vengono scambiati e il nostro protagonista, nei panni del suo nemico, si ritrova a tenere un discorso che è passato alla storia come “Discorso all’umanità”. Un finale indimenticabile, in cui le risate diventano lacrime di commozione di fronte all’appello di un uomo comune ai valori fondamentali dell’umanità: libertà, progresso, felicità.


«Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare sì che la vita sia bella e libera.»

Progresso uguale felicità e le macchine sono il mezzo per raggiungerla. È ancora vero?

Quando Charlie Chaplin scrive questa frase nel 1938 (anno in cui consegna il primo draft), il mondo intorno a lui è nel pieno del tumulto industriale e tecnologico, la guerra - ahinoi, allora motore del mondo - accelera ogni progresso tecnico e, se da un lato lo incoraggia, dall’altro lo strumentalizza. Negli anni in cui la mente umana sta per concepire la bomba atomica, gli ancestrali dubbi sul valore positivo o negativo della tecnologia sembrerebbero propendere verso il suo lato più oscuro.

Eppure Charlie, eroe degli uomini comuni, non ha dubbi: il progresso è la chiave del benessere umano.


«Combattiamo per eliminare l'avidità e l'odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.»

Rileggere queste parole, oggi, fa riflettere. Magari ci siamo imbattuti in esse alla nostra seconda o terza ora di scrolling sui social, magari questo articolo è una pausa dallo smartworking (anch’essa smart, però) o magari ce lo ha mandato qualcuno che si è chiesto, seduto sul water, se anche oggi il problema della tecnologia sia l’uso, l’abuso o essa stessa.



La digitalizzazione totale degli ultimi anni, imposta dal distanziamento sociale, e quindi esasperata, di certo contribuisce alla perdita di valore della tecnologia, come del resto accade verso qualunque cosa di cui si dispone a iosa. Anche noi bulimici del cellulare, proprio come chi odia ciò da cui è dipendente, siamo tentati, in fondo, di credere che sì, si stava meglio quando si stava peggio.

Non saranno d’accordo i fortunati spettatori, anzi attori, anzi attrici degli esordi della tecnologia, coloro che più di tutti hanno vissuto concretamente il binomio progresso-felicità: uno dei punti di svolta fondamentali nella storia dell’emancipazione femminile, infatti, è stato proprio un meccanismo. Prima di quello chimico della pillola anticoncezionale, prima di quello giuridico che legittima divorzio e aborto, il meccanismo che accende la lavatrice ha fatto la differenza.


La vita delle donne viene rivoluzionata quando, nel 1908, Alva Fisher aziona per la prima volta la lavatrice. Da allora in poi al bucato, fulcro della vita di una massaia, penserà un cestello di alluminio e un circuito elettrico. Forse non è automatico oggi comprendere la portata di questa rivoluzione, nata come domestica e diventata socio-culturale. Quella macchina restituiva alle donne il tempo.

L’ancestrale rituale collettivo (e faticoso!) del bucato finalmente cedeva il suo posto ad altre attività.

Il secondo dopoguerra segna il boom commerciale del rivoluzionario elettrodomestico e la stampa dell’epoca non manca di suggerire alle donne come impiegare quelle ore libere dalla cura della casa. Valorizzare il proprio corpo, esercitarsi a cucinare e, perché no, sorseggiare alcolici! Sebbene le femministe più radicali si guardino bene dal celebrare troppo la rivoluzione candida, sottolineando che la nuova immagine mediatica della buona donna di casa aveva semplicemente il tempo di essere più frivola, è indubbio però che le “sopravvissute” al marketing del tempo lo seppero impiegare e far fruttare.


Centrifugato insieme alle camicie, il sacro, esclusivo ruolo dell’angelo del focolare, come un ingombrante maglione di lana, cominciò a restringersi e, lavaggio dopo lavaggio, a scomparire.

L’automatizzazione delle faccende domestiche ha pian piano permesso anche alle donne più comuni di risparmiare tempo ed energia per studio e lavoro senza dover escludere per questo la cura di casa e famiglia.


Lavastoviglie, frigo, pannolini usa e getta, aspirapolvere… tutti fedeli servitori a cui delegare l’arduo compito di essere una buona massaia. Questa è solo una delle tante volte in cui il progresso è stato davvero la chiave per il raggiungimento della felicità o, almeno, del benessere.

Il lungo percorso verso l’emancipazione è passato per molti cavi elettrici e ancora oggi la tecnologia strizza l’occhio al genere femminile: sempre più spesso le community online sono portavoci di sensibilizzazione verso la parità di genere, delle app diventano veicolo di denuncia per le violenze domestiche (“Bright Sky”, patrocinata da Vodafone, offre informazioni, supporto e linee guida per denunciare o chiamare aiuto )… Insomma anche il patibolo del web si avvia pian piano a diventare un porto sicuro, in quanto principale narratore mediatico di una generazione, la nostra, che vuole davvero essere alla pari.

Piccole rivoluzioni si fanno anche sotto le coperte: decisamente meno ingombranti delle lavatrici, divertenti e di design, i piccoli motori dei sex toys sono finalmente usciti a testa alta dai grotteschi sexy shop in cui erano segregati. Oggetti dalla storia più lunga e articolata di quanto si possa immaginare (il primo dildo risale al paleolitico!) sono strumenti particolarmente erosivi di tabù.



La “body positivity” abbraccia calorosamente l’autoerotismo femminile come gioco euristico a disposizione di un corpo ancora da scoprire. L’aspetto educativo di questi giocattoli per adulti non va sottovalutato: efficientissima la comunicazione di pagine come @mysecretcase che sono vere e proprie divulgatrici del piacere e della sessualità più liberatoria, quella consapevole. In un mondo che ha sempre sessualizzato la donna come oggetto è ironico immaginare che proprio dalla sessualizzazione di oggetti da parte delle donne si giunga a una maggiore sicurezza rispetto al proprio corpo e al proprio piacere.

È vero, però, che il gioco è bello quando dura poco. Appurata la funzione dei sex toys, sorge spontaneo chiedersi se questi non abbiano anche un connotato “sospetto”: avanguardia del più radicato individualismo?, nuova frontiera del marketing?, primo passo verso l’automatizzazione delle relazioni?

Se il progresso si tradurrà davvero in felicità, caro Charlie, dipenderà, come sempre, dal dosaggio che ognuno saprà farne.


Benedetta Marinelli

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