• Silvia Santorsa

UNA PARENTESI INFANTILE LUNGA POCHE ORE / Riflessioni su un classico della letteratura mondiale

Attraverso poche pagine riusciamo a regredire nel mondo infantile, richiamando alla mente chi siamo stati, come ci siamo immaginati da adulti e come dovremmo essere in base alla nostra luminosa fantasia puerile, forse la più ingenua, ma anche la più pura.



Quando ero piccina, mio cugino mi regalò uno strano oggetto. Mi colpì per la sua forma rettangolare, per la morbidezza della copertina bombata e per la carta lucida blu e bianca. Nella prima pagina c’era una dedica che allora non capivo, ma che adesso custodisco gelosamente nella mia libreria: era una copia del libro “Il piccolo principe”, corredato dalle illustrazioni dell’autore. Quello che ormai è il mio inconsapevole alleato mi stava dando gli strumenti per capire il bizzarro mondo dei grandi, mantenendo lo spirito fanciullesco che lui ancora possiede. L’opera è la più conosciuta della produzione dello scrittore e aviatore Antoine de Saint-Exupéry, oltre a essere stato il libro più tradotto al mondo dopo quelli religiosi, essendo disponibile sul mercato in più di trecento lingue e dialetti diversi. Fu pubblicato il 6 aprile 1943 a New York dalla casa editrice, fondata nel 1933, Reynal & Hitchcock, nella traduzione inglese di Katherine Woods e pochi giorni dopo fu edito nella versione originale. Soltanto nel 1945 uscì, postumo, in Francia sotto la supervisione di Gallimard. Può essere definito come la soave rivincita del fantasioso mondo e della verace visione dei bambini sulla fredda realtà dei grandi, visti come buffi, se non ridicoli, tutti presi nelle loro occupazioni a tal punto da dimenticare quel preziosissimo consiglio elargito dalla volpe, che afferma: «L’essenziale è invisibile agli occhi».



Leggendo questo libricino di appena cento pagine, esplicate da tratti tremuli e acquerellati di raffigurazioni semplici e, nel senso positivo, infantili, ci si catapulta nella visione quasi onirica di un pilota di aerei che, per un guasto, si ritrova a dover aggiustare in circa sette giorni il suo aeroplano, lasso di tempo in cui farà la conoscenza del Piccolo Principe che gli novellerà i suoi vari incontri con svariati personaggi, allegorie del mondo paradossale e quasi corrotto degli adulti. L’ambientazione al principio e alla fine della narrazione è il deserto del Sahara, ma di fondamentale importanza per la nostra dissertazione sono i luoghi di provenienza e l’intricato e interessante viaggio del piccolo protagonista. Egli proviene dall’asteroide B 612 e proprio da esso muove la prima critica alla mentalità adulta: non solo è necessario all’autore porre un numero accanto all’asteroide per renderlo più credibile e soddisfacente, ma, raccontandone la scoperta nelle conoscenze terrestri, ci narra che essa fu annoverata come certa e autentica soltanto quando a presentarla fu lo stesso astronomo turco, circa dieci anni dopo la rivelazione, non con indosso i suoi abiti tradizionali, ma “vestito all’europea”. Lasciando a malincuore la sua rosa con solo quattro spine, si sposta tra gli asteroidi 325 e 330 e, infine, sulla Terra, incontrando un re isolato, un vanitoso che vuole essere sempre applaudito, un ubriacone che beve per la vergogna di bere, un uomo d’affari che possiede le stelle, un lampionaio dedito solo alla consegna, un geografo che non vede a un palmo dai propri libri, un controllore di treni, un venditore di pillole d’acqua, un serpente del deserto, la volpe che addomesticherà.



Classico intramontabile, ha instaurato in me il desiderio infantile di sapere e la voglia di leggere sempre di più, grande premura di mio cugino. La curiosità del Piccolo Principe è il filo rosso che fa scorrere la narrazione, attraverso le sue incessanti e quasi petulanti domande infantili, le quali ci fanno riflettere su come il passaggio dall’età puerile a quella adulta possa rivoluzionare l’assetto cognitivo della medesima persona. Avanzando nell’età viene meno lo spirito fanciullesco che porta a conoscere, facendo diventare stantie e monolitiche le nostre supposizioni. La curiosità è il faro della conoscenza, come asseriva Pascoli, secondo il quale il poeta è l’unico che riesce a conservare l’animo bambino, lente attraverso cui guarda il mondo diversamente dagli altri uomini.

Tra i libri più letti al mondo, insieme alla Bibbia e a “Il capitale” di Marx, è stato soggetto a interpretazioni psicoanalitiche e a forti critiche, scaturite dal tentativo di razionalizzare, forse talvolta superando il limite, l’inspiegabile e arcano fascino che esercita. Seguendo Freud, si è interpretato il libro come un viaggio interiore dell’autore, anch’egli aviatore (e tra l’altro morto a soli quarantaquattro anni in un viaggio di ricognizione tra la Sardegna e la Corsica), attraverso l’amnesia infantile, che, secondo lo psicanalista per antonomasia, consiste nella incapacità di recuperare lo status puerile e i ricordi dei primi dieci anni. Nel 1910 Freud corroborò la sua tesi notando che i suoi pazienti avevano difficoltà a recuperare i ricordi oltre i sei o gli otto anni di vita, ipotizzando che questo fenomeno fosse dovuto alla natura sessuale impropriamente inadatta alla tenera età. L’amnesia infantile era vista come prodromo della rimozione in età adulta, come espose nella fondante opera “Tre saggi sulla teoria sessuale”, pubblicata a più riprese tra il 1905 e il 1925, in sei edizioni e in un totale di centoventi pagine.



Tuttavia non da tutti quello che per me è un capolavoro è stato lodato, ma una forte obiezione al libro è stata opposta dal medico e psicanalista cattolico Giacomo Contri, il quale, in un articolo del 2001 di Giuseppe Frangi, ha scorto nella trama un ossessivo richiamo al tema della guerra, in particolare nella costante preoccupazione del Piccolo Principe che la sua pecora mangi il fiore vanitoso che cresce sul suo pianeta, tematica richiamata nel finale con il timore dell’aviatore di non aver disegnato il cuoio per tenere la museruola, come se la vita fosse una costante tensione bellica tra il più forte e il più debole.

Un altro importante appiglio al mondo della psicanalisi può essere fornito dal discorso tra il Principe e la volpe sull’“addomesticare”, cioè sul creare legami, secondo la celeberrima definizione del libro: «Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo. Io sarò per te unica al mondo…». Sebbene molti abbiano visto e criticato questa definizione come il creare legami di dipendenza e quasi sudditanza, rimane senza dubbio uno dei passi più riflessivi della letteratura mondiale. Rimanda la mente alla “teoria dell’attaccamento” di John Bowlby, secondo cui il bambino necessita del contatto e della vicinanza con una persona di riferimento: necessita, appunto, di creare legami.


Silvia Santorsa


810 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti