• Riccardo Germani

“VAN GOGH ERA PAZZO” / Empatia, non binarismo e fluidità come unici antidoti

Van Gogh era pazzo”. Il giallo era la sua ossessione: addirittura alcuni dicono che, dopo averlo assaggiato, non potesse più fare a meno di mangiarlo direttamente dal tubetto. L’eredità del pittore olandese è quasi un migliaio di opere, tutte vestite con una pennellata inconfondibile e vitale. Morì poco tempo dopo essere stato colpito da un proiettile allo stomaco, forse autoinflitto. La sua storia travagliata è stata spesso ricordata come l’insieme delle vicende di uno svitato, costantemente fuori di sé.

Pensando alla pazzia la maggior parte di noi immagina uno scenario buio, freddo, accompagnato da un rumore assordante di catene, vetri rotti, cigolii: l’essere matti è stato associato all’idea di manicomio, almeno ufficialmente fino al 13 maggio 1978, data dell’entrata in vigore della Legge Basaglia, la prima a indicare la chiusura di questi ghetti disumani.


Ma i colori di Van Gogh sono tutt’altro che paragonabili all’ambiente dei manicomi: quest’uomo amava l’umiltà, la natura e la spontaneità artistica (si pensi ai volti de I mangiatori di patate, alle onde del Campo di grano con volo di corvi, al cielo brulicante di stelle ne Il caffè di notte). Il pittore olandese ha dimostrato più di una volta quanto in lui dimorassero amore, vivacità e bellezza, molto più della pazzia. È andato a fondo nel suo viaggio introspettivo e, come testimonianza più recente, oggi ricordiamo il suo ultimo dipinto, con il quale ebbe fine il suo viaggio artistico presso Auvers-sur-Oise, un borgo assolato nel sud della Francia: Radici e tronchi d’albero.

Van Gogh non era pazzo. Attese 37 anni – la durata della sua vita – per ritrovare la sua radice, per ricordarci l’importanza del tornare a contatto con la propria essenza. Volle, infatti, abitare di nuovo in questa cittadina francese per recuperare la propria sanità mentale.


V. Van Gogh, Radici e tronchi d’albero (1890)

Semel in anno licet insanire (= “una volta all’anno è lecito impazzire”), dicevano i latini. E invece no, non ci si può imporre di essere normali per poi concedersi un giorno di pazzia: bisognerebbe abbracciare ogni parte di sé sempre, senza dover fare riferimento ai due poli della “follia” e della “normalità”. Il nostro passato sembra aver viaggiato dritto fino a oggi su due binari mutualmente esclusivi: se non si era liberali, allora ci si comportava da conservatori; se non si era nobili, allora ci si riuniva solo tra popolani; se non si era normali, allora si veniva considerati come pazzi. Il binarismo è una condanna per il proprio modo di pensare e per gli altri: moltissimi parlano di Van Gogh come di uno schizzato, piuttosto che di un genio afflitto da una serie di disturbi mentali, tra cui il bipolarismo, la personalità borderline e la depressione. Chi condanna ciò che è diverso come “inappropriato” o “malato” perde le proprie facoltà critiche e denigra, anziché osservare e sforzarsi di comprendere.


Clinicamente l’incapacità di empatizzare viene chiamata “alessitimia” e a volte, in parte, ne siamo affetti tutti. È questa che porta alla negligenza e, nel peggiore dei casi, all’odio e al disprezzo. Non è facile ammirare le radici e i tronchi di Van Gogh senza aver messo da parte il giudizio negativo che si cela dietro l’uso della parola “follia”, con la quale di frequente è stato presentato l’artista: l’opera di un genio di tale livello può essere compresa unicamente alla luce della sua vita, fisica e mentale.


Talvolta, senza volerlo, ci ritroviamo tutti a imitare Sabrina Ferilli nel suo diretto e caciarone “Ma tu sei pazzo/a!” ed è normale perché ci diverte, ma questa etichetta è molto pericolosa: dare del “matto” a qualcuno equivale a isolare la persona, ad allontanare il più possibile la sua opinione e inevitabilmente a disprezzarla. È un meccanismo a volte inconscio, ma che riflette quella mentalità esclusivista nata e portata avanti dal nostro passato fino a oggi. Lo stigma che si è costruito attorno alla salute mentale è stato causato proprio dall’incapacità di discostarsi dai “binari” del normale e dell’anormale per imparare a empatizzare con il prossimo.



Sentirsi definire “pazzi” suscita senso di colpa, mentre riempie di superiorità chi punta il proprio dito verso le persone fragili. Di conseguenza, la vittima si allontanerà ancora di più dal chiedere aiuto, alimentando involontariamente questo meccanismo di odio e ghettizzazione. Sono tempi di progresso questi che stiamo vivendo, ma anche di tremende divisioni. Tutto questo si riflette, ad esempio, anche nella politica: i nostri parlamentari proseguono il più delle volte sui binari della loro ideologia partitica e tanti incontrano difficoltà a trovare un rappresentante adeguato. Non è un caso che molto spesso i giovani si astengano dal votare e il motivo principale è chiaro: non c’è lungimiranza, empatia, fluidità.

Parte tutto da lì, dal parlamento, dalle fazioni politiche, dalla destra che considera follie le idee della sinistra e viceversa… ma, proprio come per Van Gogh, le opere d’arte di un politico, le proposte di legge non verranno mai apprezzate come dovrebbero se vengono considerate come il prodotto di un “matto”.


Van Gogh, Terrazza del caffè la sera (1888)

L’artista qui si mette a nudo: la sua infermità vestita di giallo trova pace nello scorcio del cielo in fondo al vicolo


C’è bisogno di fluidità, termine che di recente è stato adoperato soprattutto per descrivere chi non si è mai riconosciuto unicamente nel polo della mascolinità o della femminilità, quindi da chi si considera non-binary. Eppure, è un concetto che va ben oltre il gender: dovrebbe, infatti, rientrare nella moralità, nell’etica e nel motore che muove la società e la politica, in quanto essere fluidi non equivale a essere confusi, ma coincide con il massimo grado di empatia, con il professare le proprie idee e immedesimarsi in quelle opposte.

Non si può essere una cosa sola nella vita, così come Van Gogh non può essere giudicato nella sua arte e nella sua esistenza solamente per le sue malattie psichiche. Radici e tronchi d’albero è un capolavoro, in cui, attraverso la natura, il pittore grida aiuto e allo stesso tempo tira un sospiro di sollievo per aver compreso la sua strada dopo anni tormentati: tornare alle proprie radici per capirsi e guarire.


Il binarismo è una sentenza di morte se associato al gender, alla politica, ai rapporti umani e a qualsiasi altro aspetto. È sbagliato portare avanti la mentalità del bianco e del nero, del normale e dell’anormale. Iniziamo a coltivare la nostra fluidità per crescere, comprendendo anche le menti più colorate, e per evitare che i futuri Van Gogh ci lascino a soli 37 anni.



Di Riccardo Germani

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