• Benedetta Marinelli

VENGHINO SIGNORI VENGHINO

Aggiornamento: 25 lug 2021

“Che fai nella vita?”: ogni giorno questa domanda viene posta innumerevoli volte in Italia tanto che secondo le statistiche si tratta della domanda più gettonata, seconda solo a “che ore sono?”. Alcuni sociologi della Columbia University hanno addirittura ipotizzato che i titoli delle facoltà italiane si articolino in maniera sempre più complicata in modo direttamente proporzionale all’effetto di stupore generato nell’interlocutore alla risposta di questa domanda (sono ironica, ndr): “che fai nella vita?”. Esiste quesito più importante? Si richiede la propria identificazione nella società, il proprio ruolo nel mondo, il proprio contributo al progresso.

Ogni giorno un attore si sveglia con la consapevolezza che alla fatidica domanda seguirà un’inevitabile precisazione secondo uno schema ben preciso:


- Che fai nella vita? -

- L’attore -

- Ah, e di lavoro che fai? –


A questo punto, di solito, l’attore sente risuonare in lui la Lacrimosa di Mozart, e, su quelle dolenti note, ribadisce con la pazienza di un monaco tibetano che, di lavoro, fa proprio l’attore. Da qui le possibili reazioni da parte dell’interlocutore sono due: può meravigliarsi come se si trovasse davanti ad una creatura mitica o può sorridere con tenerezza, custodendo con educazione il dubbio che “l’attore” non abbia capito la domanda.



Dopo due anni di pandemia, la situazione si è a dir poco aggravata: mentre altri luoghi di incontro riaprivano, i sipari restavano ostinatamente abbassati, quasi a giocare l’infausto ruolo di capro espiatorio per tutti i settori “non prioritari” durante l’emergenza sanitaria. Una scelta, quella di riaprire i teatri per ultimi, che la dice lunghissima sulla concezione della nostra società (e di chi la amministra) riguardo a questo straordinario mondo, che va ben oltre il mero intrattenimento.




Ne abbiamo parlato con Ivan Graziano che nella vita fa l’attore (proprio di mestiere!). Nato a Capua, cresciuto a Caserta, si è diplomato nel 2016 presso l’Istituto Nazionale di Dramma Antico a Siracusa, dov’è tornato, dopo altre importanti produzioni, il 4 Luglio 2021, debuttando nel ruolo di Penteo ne Le Baccanti per la regia di Carlus Padrissa. Dopo due anni di bombardamento mediatico in cui, molto poco subdolamente, è stata fatta passare una “classifica” delle professioni più importanti tra le quali, insieme a numerosissime altre, non rientrava quella di attore, lo abbiamo chiesto a lui:




Ivan, si può fare a meno del Teatro?


Evidentemente no! Lo dimostra il boom di biglietti venduti prima ancora che aprissero i botteghini per le tragedie qui a Siracusa: migliaia di posti esauriti in poche ore. Del resto, il Teatro è l’unico mestiere che mette un gruppo di esseri umani davanti ad un altro gruppo di esseri umani per quello che sono, che sono stati o possono essere. Il cinema e la musica fanno la stessa cosa ma hanno più “filtri”, codici comunicativi diversi; il Teatro, invece, si nutre proprio dello scambio fisico di energia tra attori e pubblico.


Stare lontano dal palco, spiega Ivan, è come arrugginirsi lentamente a livello fisico ma soprattutto umano: l’empatia va esercitata e va esercitata in gruppo, recitare per sé non è mai del tutto possibile, anche dietro un monologo c’è una “compagnia”. Proprio come per un atleta fermo da più di un anno e mezzo, tornare in scena è uno shock psicofisico. Tornare a “dilaniarsi l’anima”, per riprendere le parole del nostro interlocutore, non è facile soprattutto dopo che la propria categoria professionale è stata bistrattata senza troppe cerimonie.


Come ci si sente?


Arrabbiati, avviliti, incompresi. Ovviamente e giustamente si è dovuta mettere al centro l’emergenza sanitaria, ma si è inevitabilmente scoperta l’ignoranza (nel senso letterale del termine) della classe dirigente sul mondo del Teatro, che affonda le radici in tempi ben più lontani degli ultimi due anni.





Quale emergenza, secondo te, richiederà gli attori in prima linea?


Siamo già in emergenza, emergenza d’empatia: adesso che i corpi guariscono, resteranno da curare l’anima, le relazioni, la socialità… Tutti aspetti che il Teatro comprende da sempre e da sempre tiene in allenamento. Per questo è così importante proporlo nelle scuole, per imparare a mettersi letteralmente nei panni dell’altro, senza giudizio.


Serve a questo, il Teatro, ad esercitare l’empatia?


Serve a qualcosa per ognuno di noi. Nasce dalla necessità dell’uomo di rappresentare sé stesso, è uno specchio che lo riflette nella sua società e di quella società misura il grado di salute.

Non è un caso che la glorificazione massima del Teatro occidentale sia avvenuta nello stesso frangente in cui fioriva la democrazia, perché è proprio un esercizio democratico, che serve anche a chi sceglie di non andarci mai, a teatro, nella misura in cui non vuole specchiarsi in esso, per paura, scetticismo o qualunque altro motivo più o meno filosofico.





Di riflessione in riflessione, proprio come dentro a una camera di specchi, ci avviamo alla conclusione di questo dialogo che sicuramente lancia innumerevoli spunti di approfondimento, per cui non sarebbe bastato un mese di intervista. Parlare di Teatro con chi lo fa, oggi, significa spogliarlo dei pregiudizi che lo vorrebbero chiuso tra quattro pareti buie, polveroso e limitato a pochi intenditori. La voce di Ivan mentre ci salutiamo al telefono è piena e ben riscaldata, le tracce della “ruggine” di questi anni di pausa stanno per essere grattate via, l’anima e il corpo sono pronti a brillare di nuovo. Non manca certo l’emozione: il senso di vuoto prima del “chi va in scena” è lo stesso che prova l’atleta prima del “via” e il trapezista prima di volare. Quello dell’attore è un mestiere di compromessi: saper essere sé stessi in un personaggio altro da sé, essere veri dietro a una maschera, saltimbanchi dell’anima propria e dell’anima del pubblico.


Ivan, tra tutte queste sfaccettature, ti senti un acrobata?


Mi sento più un atleta. Il Teatro, come lo sport, dimostra ciò che l’uomo può fare, può essere. Battere i record, andare oltre i limiti, il fatto che l’abbia fatto… Bolt, perché no, mi fa sentire incoraggiato, perché è una conquista che riguarda anche me in quanto uomo come Bolt. Noi attori non battiamo record mondiali ma nei personaggi a cui diamo vita c’è la possibilità per tutti di rivedersi e, insieme a loro e a noi, di vivere qualunque cosa.


Benedetta Marinelli


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