• Lorenzo De Cesaris

WE'RE ALL BORN NAKED AND THE REST IS DRAG / Dialogo con Velvety Rose ed Eva Paradise

Giugno è il mese del Pride e quale miglior modo di celebrarlo se non chiacchierando con due Drag Queen?

Oggi finalmente consideriamo la drag (il primo uso documentato della parola "drag" per descrivere attori vestiti con abiti da donna risale al 1870) come una vera e propria arte performativa, espressiva e d’intrattenimento. Intorno al mondo delle Drag Queen gira un multiverso di suggestioni musicali, artistiche, stilistiche e cinematografiche, ma ancora troppo spesso questa forma d’arte viene svilita e ridotta al solo travestitismo, che è una piccolissima parte di quello che in realtà rappresentano le Drag Queen di tutto il mondo.

Essere una Drag Queen vuol dire calarsi nei panni di un artista che si esibisce in canti, imitazioni, cabaret, spettacoli, sfilate, balli, indossando trucco e abiti femminili, per intrattenere il proprio pubblico e regalare attimi di teatrale e sfavillante divertimento.

A parlarcene meglio, però, saranno le due Drag Queen intervistate, Velvety Rose ed Eva Paradise, che ci hanno raccontato un pizzico della loro esperienza tra il trucco e il parrucco.



Come ti chiami, quanti anni hai e da dove vieni?


Ciao a tutti, il mio nome è Mario Esposito in arte Velvety Rose, perché sono vellutata e pungente come una rosa; sono di Roma e ho 23 anni.


Mi chiamo Daniele Amenta (Eva Paradise). Non si chiede l’età ad una signora… diciamo 18 con 32 anni d’esperienza in più. Sono nato in Sicilia, ma mi sono trasferito all’età di 16 anni a Roma, ormai la mia città.




Come hai conosciuto il mondo drag? Quando hai deciso di farne parte?


V.R Ho conosciuto il mondo drag per la prima volta nel lontanissimo 2013. Ero in una piccolissima discoteca gay: ci ero andato di nascosto dai miei con un’amica del liceo che all’epoca faceva la ballerina. Lei mi portò nel backstage e lì vidi per la prima volta queste splendide performer che si stavano preparando, rimasi affascinato soprattutto dai loro stivaloni rossi numero 45. Un’esperienza unica e comica allo stesso tempo. Nel 2019 avvenne la svolta decisiva grazie a Rupaul’s Drag Race, a Klyzia Style, che mi portò nei backstage dei concorsi drag di Roma, e alla mia super Drag Mother La Petite Noire, che se siete di Roma sicuramente conoscerete.


E.P Ho conosciuto questo mondo in Sicilia da bambino, lì l’arte drag è molto sentita. Ricordo che insieme ai miei, con parenti ed amici, si andava a cena fuori e molto spesso ci intrattenevano coppie di Drag Queen. Era divertentissimo e ne rimasi abbagliato. Inoltre, mio padre ed il suo migliore amico aprivano le sfilate di carnevale nel mio paese travestiti da Drag, mentre a casa mia madre e mia zia confezionavano abiti meravigliosi. Sono cresciuto tra pile di stoffe colorate, abiti e paillettes (un’infanzia meravigliosa) e in qualche modo mi sento figlio d’arte. A Roma, intrapresa la carriera da danzatore, pian piano iniziai con un amico ad esibirmi e poi il teatro la Cage Aux Folles finalmente mi consacrò. Da allora credo di aver lavorato ovunque, da Trieste in giù. Oggi la mia casa è la discoteca Giam e sarà così fino a quando non andrò in pensione (tranquilli fra molti anni).




In che modo concepisci quest’arte performativa?


V.R. Credo che l’arte drag sia una sorta di terapia, almeno per me lo è stata. Sono sempre stato molto timido e introverso, ma da quando è nata Velvety Rose è uscita in me una forza che non credevo di avere. Forse per il fatto di indossare una maschera che rappresenta al 100% quello che fin da piccolo ammiravo e desideravo fare. Velvety mi fa sentire una Show Girl, una Pop Star o, se preferite, come Barbie e i suoi mille lavori. L’arte drag è puro intrattenimento, ci fa star bene e fa star bene chi ci guarda, perché esprimiamo libertà e gioia, ma anche coraggio e forza, come fanno le nostre grandissime Karma B o Cristina Prenestina che in ogni occasione sono pronte con il microfono in mano a battersi per i nostri diritti.


E.P. La considero un’arte completa, non facile, sacrificata, ma che amo e mi fa divertire. È un modo per portare in scena il nostro alter ego, su cui io ad esempio ho trasferito la mia esperienza teatrale e da danzatore, creando un personaggio che fa performance e che ama intrattenere. La drag è un modo per non prendersi troppo sul serio, per far divertire e sognare.




Pensi che in Italia fare drag sia più difficile?


V.R Penso che in Italia fare drag non sia visto come un lavoro, al pari di comici, cantanti e artisti in generale. Basta pensare alla figura dell’artista in Italia, sempre poco tutelato e incentivato nel suo lavoro.


E.P. È difficile sì. Soprattutto da un punto di vista culturale, si fa fatica ad accettare gli omosessuali, figuriamoci poi se indossano tacchi a spillo e favolose parrucche… c’è ancora aria di Medioevo, dovremmo farci valere di più e, magari, fondare un sindacato!




Hai mai avuto difficoltà ad esprimerti nelle tue vesti di Drag Queen?


V.R. All’inizio è stato difficile spiegare ai miei che facessi la Drag Queen, è stato quasi come un secondo coming out. C’è molta disinformazione sulla questione identità di genere e Drag Queen, molte volte ci associano a donne transessuali, ci sono performer transgender Drag Queen FENOMENALI come Melissa Bianchini, ma solitamente non è così. Personalmente però ritengo che, causa Covid, è stata proprio l’impossibilità di esibirsi la difficoltà maggiore del momento.


E.P. Per fortuna non ho avuto nessuna difficoltà!




Pensi che il fenomeno mediatico RuPaul’s Drag Race abbia rivoluzionato la visione della drag mondiale?


V.R. RuPaul’s Drag Race ha cambiato tutto, ha reso la figura della drag molto più Pop, mainstream e accessibile a tutt*. Ha ispirato molt* ragazz* ad esprimere questo loro lato artistico, come ha fatto anche con me. Secondo me il programma ha anche aiutato la società a capire chi sono le Drag Queen, cosa fanno e perché lo fanno; ha spiegato la storia della nostra community e le paure di tutti noi. Ci ha unito e rafforzato, aiutandoci a credere ancora di più in noi stessi e nei nostri sogni.


E.P. Il fenomeno RuPaul’s Drag Race ha rivoluzionato un po' le cose, di certo ha sensibilizzato, attratto e acceso un riflettore su di noi. Però mi sento di dire che ha contribuito a creare una percezione distorta della drag, spesso legata più ad un’esigenza di apparire e di affermare perfezione e bellezza. Noi siamo forse più mosse dal senso artistico, sono convinto e lo rivendico con orgoglio che le Drag Queen italiane sono le più brave e più belle del mondo!




A quali stili e Drag Queen ti sei ispirato?


V.R. Le mie più grandi ispirazioni per il mio personaggio sono Ariana Grande, Katy Perry, Beyoncé, Anitta, o meglio un megamix di tutte loro. Le Drag che mi ispirano, invece, sono La Petite Noire, Aquaria, Valentina, Plastique Tiara e Kameron Michaels.


E.P. Il mio è uno stile che spazia: adoro il glamour delle dive della vecchia Hollywood, mi piace interpretare pezzi tratti da musical, sono stata e sono una Beauty Queen e cerco di far forza sulle mie doti di danzatore. Insomma, è un’evoluzione continua e non finisco mai di sperimentare. Le Drag cui mi ispiro sono le colleghe con cui lavoro, ognuna di loro è unica e da ognuna di loro ci si può arricchire e imparare qualcosa per crescere.




Cosa vuol dire per te essere oggi, nel 2021 in Italia, una Drag Queen?


V.R. Nel 2021 essere una Drag Queen vuol dire avere coraggio perché devi essere pronto a batterti per la community e nella community. Devi avere il coraggio di esprimerti e di ispirare chi ti guarda, soprattutto perché tutt* ormai provano a fare drag, ma poi molt* scoprono che è difficile e sacrificante.


E.P. Essere Drag nel 2021 vuol dire affermare il proprio essere, la propria arte, far parte di una rivoluzione che è avvenuta moltissimi anni fa oltreoceano. Dobbiamo essere grate a chi prima di noi ha costruito le fondamenta; ora noi dobbiamo fortificare le basi per chi verrà dopo.




Esistono discriminazioni verso le Drag Queen all’interno del mondo LGBT+?


V.R. Purtroppo sì. Capita spesso di ritrovarsi su comunissime chat gay e di parlare col tipo che ti dice di smettere di essere carnevaleschi, perché secondo lui chi fa drag vuole solo attirare l’attenzione, mettendo in cattiva luce chi vive la vita da gay in modo “normale”. Ma questo succede anche a chi non è “maschile” e chi è troppo “femminile” viene discriminato molto dalla gran parte della community. Vi confesso di aver conosciuto il mio ragazzo su Grindr, nella descrizione del profilo aveva scritto “femminile x femminile”. Anche grazie a lui, che ha sempre creduto in me, oggi mi trovo a fare questa intervista a nome di Mario e di Velvety Rose.


E.P. Domanda dolente, assolutamente sì. Purtroppo, nella nostra comunità c’è molta discriminazione, come se ci fossero gay di seria A e di serie B. Ho sentito di colleghe che si frequentavano con ragazzi che puntualmente sparivano quando venivano a conoscenza del loro lavoro da Drag. Insomma, se non ci si rispetta tra di noi come possiamo pretendere di essere rispettati dagli altri?


Sebbene le controversie interne al mondo LGBT+ siano molteplici ed evidenti, la Drag resta un elemento di spicco della community. Anzi, ne è quasi il volto più caratteristico e colorato: essa rappresenta la volubilità dell’identità e delle espressioni fisiche ed emotive che ciascuno è in grado di assumere. Credere in un mondo che ci rende liberi di essere chi desideriamo essere è il messaggio, a mio parere, più profondo che le Drag Queen ci trasmettono.

Come direbbe la madre RuPaul: «We’re All Born Naked and the Rest Is Drag».



Lorenzo De Cesaris

274 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti